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La storia di Dora Maar, la fotografa di talento che Picasso prima amò, poi umiliò

Con un’indagine ricostruita attraverso una rubrica telefonica avuta per caso, Brigitte Benkemoun compone un’originale biografia su una donna libertaria e di sinistra negli anni ’30 del ‘900, infine bigotta, antisemita, auto-reclusa, piena di contraddizioni  

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

Ritratta da Man Ray in fotografie dove la bellezza del volto si incastona in giochi di fantasia, ritratta dall’amante Pablo Picasso in dipinti le scompone il volto e che sono tra i più stupefacenti del ‘900, Henriette Theodora Markovitch, in arte Dora Maar, come capita spesso è una donna passata ingiustamente alla storia come semplice “musa” di questi artisti e del movimento surrealista parigino. Invece per un breve periodo si è dimostrata una fotografa dotata di inventiva, per di più con uno sguardo capace di cogliere il disagio sociale, dalle miniere alle bidonville urbane.

Nata a Parigi il 22 novembre 1907 e lì morta il 16 luglio 1997, Dora Maar è ora oggetto di una biografia singolare, frutto di coincidenze stupefacenti, che permette di sondare gli enigmi di una donna del pieno ‘900, la storia culturale della Parigi tra le due guerre e successiva, ombre psichiche e inaccettabili ombre politiche: “In cerca di Dora Maar” (Skira editore, pp. 202, € 22, traduzione e nota di Eileen Romano) e lo ha scritto Brigitte Benkemoun. Un libro pubblicato in Italia mentre nel febbraio scorso il Teatro Filodrammatici di Milano ha ospitato la pièce “Ritratto di Dora M.”, prodotta teatro milanese e dalla Fondazione Teatro Due di Parma, con Ginestra Paladino, parole di Fabrizio Sinisi, regia di Francesco Frongia (clicca qui per le informazioni). Che questa vicinanza temporale significhi qualcosa?

Le sorprese di una rubrica telefonica 

Tramite l’acquisto online di un taccuino per il proprio compagno l’autrice è venuta casualmente in possesso di una rubrica del 1951 dove ha trovato i più bei nomi e numeri telefonici della cultura francese di metà ‘900, da poeti come Éluard allo scrittore e drammaturgo Cocteau al “padre” del Surrealismo, André Breton, solo per dirne alcuni. Con una caparbietà ammirevole, e fiuto da giornalista d’inchiesta, Brigitte Benkemoun è risalita alla proprietaria, Dora Maar andata in crisi dopo l’abbandono di Picasso per una donna più giovane: quel Picasso che manca dall’agenda eppure lo aveva folgorato in un caffè parigino infilzando ripetutamente il tavolo con un coltello tra le proprie dita in guanti di pizzo nero fino a sanguinare. 

 L’appartamento caotico, “Mein Kampf” di Hitler in bella vista

“Questa rubrica è una fotografia del suo mondo nel 1951: strati di amicizie e di conoscenze accumulati negli anni”. Tra i tanti, un enigma sconcerta l’autrice e chi legge. Negli anni ’30 Dora Maar è stata un personaggio di rilievo in un ambiente di libertari, i surrealisti e affini, tuttavia la scrittrice fa una scoperta sconcertante. Nel 1990 il gallerista Marcel Fleiss mostra a una autoreclusa e riluttante Dora Maar dei quadri da lei dipinti e le propone una mostra. L’appartamento “sembrava l’antro di una mendicante. Nessuno faceva la pulizia da anni. Il lavello era pieno di piatti sporchi”. Ma è altro a turbarlo davvero: lei accetta di vendergli le sue stampe fotografiche solo se giura di non essere ebreo. Per la prima e ultima volta in vita sua il gallerista, ebreo, mentirà. “Nella libreria vede un titolo: Mein Kampf, non è nascosto: è in bell’evidenza come una statuetta sullo scaffale”.

“Come ha fatto Dora a passare da 'Guernica' a un immondo cumulo di odio?”

Sul possesso del famigerato libello in cui Hitler vomitava già nel 1925 il suo delirio antisemita e i propositi dittatoriali, l’autrice pone una domanda: “Come ha fatto Dora a passare da Guernica (dipinta contro il bombardamento nazista del paese basco, ndr) a Mein Kampf, dall’amore di Picasso, l’amicizia di Éluard, le petizioni contro il fascismo, a questo immondo cumulo di odio? Possibile che sofferenza, risentimento, misantropia e bigottismo l’abbiano trascinata in questa follia? Che sia diventata pazza per il troppo dolore?” Ricapitolate le ipotesi finora formulate, Brigitte Benkemoun ipotizza: “Io sospetto piuttosto che sia stata l’ultima provocazione, di pessimo gusto, di una ‘vecchia signora indegna’ (come Madame Bertini nel vecchio film di René Allio) che sa benissimo chi sia questo giovane gallerista e cerca di umiliarlo, per fargli pagare in ben altro modo le foto che gli vende”.

La madre morta durante una litigata al telefono 

Nel 1941 “Dora ha scoperto da qualche mese che non potrà mai essere incinta. Picasso non perde occasione per rimproverarglielo”. Per questa e altre ragioni l’ormai ex fotografa “vacilla e dà i primi segni di uno squilibrio psichico. È il periodo in cui inizia a cercare nel buddismo, nella Cabala (dottrina dell’ebraismo rabbinico, ndr), nell’esoterismo e infine nel Cattolicesimo, risposte a domande esistenziali”. Non bastasse, durante una litigata notturna al telefono la madre, con la quale ha sempre avuto un rapporto difficilissimo, conflittuale, improvvisamente tace. Il pittore “infastidito” intima a Dora di rimettere giù la cornetta, tanto “non è successo nulla di grave”. La mattina la figlia troverà la madre accasciata sul pavimento, morta.

“Jeune Fille aux Cheveux Noirs (Dora Maar)” di Pablo Picasso, dipinto inserito in un’asta di “Impressionist and Modern Art” della casa Sotheby’s a Honk Kong ed esposto alla stampa il 25 novembre 2010. Foto Epa / Ym Yik tramite Ansa

Il reportage in una cava, la più bella estate della sua vita

L’indagine procede nome per nome, non con una sequenza cronologica. Alla voce Louis Chavance, sceneggiatore e suo fidanzato tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, una Dora sempre più impegnata a sinistra compie un reportage fotografico sulle condizioni miserrime dei minatori in una cava di carbone a 2.300 metri sulle Alpi affrontando, da inesperta, un percorso impervio sulla neve. Quel servizio non verrà mai pubblicato.
In queste pagine di contatti e amicizie e professionisti incontriamo il fotografo Brassaï, Éluard, come amici, Bataille come amante per un breve e intenso periodo … Nell’agosto del 1936 nel sud della Francia Dora vive con Picasso “la più bella estate della sua vita” mentre l’artista “felice, innamorato, appagato sessualmente, ritrova l’energia e la gioia di dipingere che aveva perso negli ultimi tempi […]. Dora occupa il posto che aveva sempre sognato: l’amante in carica del più grande pittore del secolo”.

Lacan, la duchessa amante, il fanatismo religioso 

Ci imbattiamo in Cocteau, nello psicanalista Lacan, in una cena del 1954 nel Château de Castille dove Picasso prima attira e poi umilia Dora, manifestando una “crudeltà il cui senso sfugge alla gente comune”, commenta la scrittrice. Ci imbattiamo nei lavori eseguiti da un idraulico, in un marmista, attraverso il Duca de Luynes nella moglie di lui con cui scatta un “amore a prima vista”. Incontriamo il monaco benedettino Dom Jean de Monléon che, scrive l’autrice, manipolerà Dora verso un fanatismo religioso. Tra “una moltitudine di libri di meditazione religiosa” ricompare Mein Kampf: “Non ho nemmeno più voglia di capire cosa le frullasse per la testa, ho la nausea”, confessa Brigitte Benkemoun.

Ci sono sei Dora Maar, tutte vere

La scrittrice annota: “Nell’inseguire i nomi della rubrica ho incontrato diverse Dora Maar”. Sono sei e tutte vere: “La prima è la giovane fotografa ambiziosa, impegnata a sinistra […] e irascibile”; la seconda è “l’amante appassionata che rinuncia all’indipendenza, godendo della sua sottomissione”; seguiranno la “donna che perde il senno” (la terza), quella del 1951 “che si riprende grazie all’analisi, a Dio” (la quarta), “la mistica che si rinchiude” (la quinta), infine la sesta, “a volte fascinosa, a volte paranoica e amareggiata, a volte omofoba e antisemita”, una “vecchia pazza posseduta dalle sue ossessioni”.

Brigitte Benkemoun vuole bene alla Dora Maar della rubrica del 1951  

Dora Maar resta per certi aspetti insondabile perché a volte è insondabile l’animo umano. Alla fine Brigitte Benkemoun vuole bene “non alla vecchia pazza, manipolata dal monaco”, bensì a quella della rubrica del 1951 “che trova la forza di dipingere, di uscire o di isolarsi, mi ha toccato per i suoi punti deboli colpita dalla sua forza”. E finisce per apprezzarne anche i dipinti dopo aver amato gli scatti di una fotografa che ha lasciato soffocare il proprio talento perché così voleva il suo amante e genio crudele. Infine un’annotazione su una carenza del libro: manca l’indice dei nomi. Peccato. Compilarlo tramite un pdf non avrebbe richiesto tempi troppo lunghi.  

 

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

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