Notte di San Lorenzo: per ogni stella cadente c'è una poesia da recitare. Solo così il desiderio si avvera

Forse non tutti sanno che Leopardi era un astronomo, che Moravia era a Cape Canaveral quando l'Apollo 11 arrivò sulla Luna e che Rodari ha scritto una filastrocca per tutti noi

Notte di San Lorenzo: per ogni stella cadente c'è una poesia da recitare. Solo così il desiderio si avvera

Era all'incirca il 1224 quando San Francesco nel Cantico delle Creature ci fece alzare la testa. Per guardare in alto.
Lodato sii o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai create, chiare preziose e belle.
Come astronomi, perfino più degli astronomi, i poeti e gli scrittori ci hanno indicato la linea che unisce la terra al cosmo, ci hanno fatto immaginare altri mondi incredibili e misteriosi, ci hanno condotto in viaggio tra pianeti, sogni, pulviscoli di luce. E oggi che è il 10 agosto, la notte in cui le stelle cadenti baluginano in lontananza per regalarci l'illusione di poter esprimere un desiderio, ogni rima andrebbe recitata in onore dei visionari che con Astolfo sono andati sulla luna, con Dante sono tornati a "rimirar le stelle" e con Leopardi hanno parlato a quel disco silenzioso e candido nel cielo.

Ecco, Leopardi. Cominciamo da lui, che nel 1813, aveva solo quindici anni, osservando la volta celeste dalla casa di Recanati scrisse la "Storia dell'astronomia", poema in prosa sulla grande storia dell'universo. A suggestionare il "giovane favoloso" fu quasi certamente l'eclissi del 1804 e poi, a seguire, l'osservazione di una cometa. Non aveva mezzi, non aveva conoscenze scientifiche, eppure "matto e disperatissimo" si affidò allo sguardo, alle nozioni di Newton e Galilei per tracciare la propria mappa fatta di mondi infiniti, possibili vite altrove, l'incanto e lo sgomento di quel cielo nero ma pulsante.

Tutti i più grandi hanno viaggiato nel cosmo. Almeno con la fantasia. E in questo ambito gli autori italiani sono tra i più fantasiosi narratori delle meraviglie celesti e delle astrali "geometrie esistenziali" Forse non tutti ricordano che Alessandro Manzoni, ne I Promessi Sposi (1827), scrisse della "nefasta congiunzione tra Giove e Saturno" come causa della peste. A esprimere il concetto nel romanzo dei romanzi è Don Ferrante che dice: "Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino?".E che dire di Giovanni Pascoli? Proprio al X Agosto dedicò una poesia struggente, in memoria del padre Ruggero, ucciso in circostante misteriose il 10 agosto del 1867 quando il Poeta aveva appena 12 anni.
"San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla arde e cade,
perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla".
(da Myricae - 1897)

Con la fine del secolo e l'inizio del nuovo arrivano le strabilianti, avventurose visioni di Emilio Salgari in La stella filante (1903) e soprattutto ne La conquista della luna (1904), romanzo fantascientifico che in controluce contiene una velata dose di pessimismo. Può l'uomo giocare ad essere Dio? Può derubare l'universo dei suoi segreti?

Fatto sta che resta difficile sottrarsi al fascino del cielo. E allo smarrimento che provoca la visione dello spazio. Proprio lo sbigottimento è il sentimento più forte che attraversa la novella di Luigi Pirandello del 1912, Ciàula scopre la luna. Un giovane uomo disabile di trent'anni, deriso, maltrattato, sfruttato che all'uscita della miniera di zolfo dove lavora come uno schiavo, alza lo sguardo.
"Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C’era la Luna! la Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore".


E poi Italo Calvino, certamente, tra i più grandi autori lunari. Scrive del disco bianco che immutabile ci osserva dall'infinito in Cosmicomiche, Ti con zero, La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche, Palomar, Lezione americane. Come Jules Verne e Cyrano de Bergerac cerca il modo di raggiungere il satellite. In Cosmicomiche, appunto, racconta le impossibili strategie: "Se non abbiamo mai provato a salirci? E come no? Bastava andarci proprio sotto con la barca, appoggiarci una scala a pioli e montar su". (Einaudi, 1965).

Ma quattro anni dopo l'uomo arriva davvero sulla luna: è il 20 luglio 1969 quando la missione americana Apollo 11 riesce nell'impresa grazie agli astronauti Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Alle reazioni degli scrittori italiani davanti al "piccolo passo passo per l'uomo ma grande per l'umanità" è dedicato il saggio del 2021 di Alessandra Grandelis - Il telescopio della letteratura - (Bompiani, pagg. 168, euro 15) dove la ricercatrice dell'università di Padova raccoglie le testimonianze e gli scritti di Landolfi, Buzzati, Primo Levi, lo stesso Calvino, Solmi, Zanzotto, Consolo.

La notte dell'allunaggio Alberto Moravia si trova proprio a Cape Canaveral come corrispondente dell'Espresso in compagnia di Dacia Maraini (a sua volta inviata da Paese Sera). E' sopraffatto dall'impresa. Scrive: "Non è il messaggio quello che conta, ma il mezzo. Ossia non è lo sbarco sulla Luna, ma il procedimento tecnologico dello sbarco». Lo scrittore intervista George Mueller, Associate Administrator for Manned Space Flight, a Washington. Domanda: “Qua’è lo scopo dell’esplorazione spaziale?”. La risposta che riceve è: Ci interessa il il progresso scientifico e più particolarmente lo studio della possibilità per l’uomo di vivere nello spazio, creare una meta nuova all’umanità". Moravia resta dubbioso, perplesso, addirittura spaventato da questa "meta insieme finita ed infinita". E nel suo articolo annota: "Per la prima volta il reale ed il razionale minacciano di identificarsi per sempre".

Anche Pasolini si occupa della missione spaziale statunitense dopo aver celebrato nel 1964 i viaggi dei cosmonauti russi (Ballata intellettuale per Titov). All'inizio deride l'operazione - che nome è Apollo? - scrive su Il Tempo di una "luna consumata", trasformata in oggetto, in merce, azzerata da titoli sui giornali e programmi televisivi. Gli stessi astronauti, segnala Alessandra Grandelis. sono "surrogati viventi dell'unico vero eroe: la tecnica". Poi ci ripensa. In un articolo (sempre su Il Tempo del 16 agosto 1969, intitolato Orme Preistoriche) si lascia andare a ben altre suggestioni. In particolare annota: "Vedo la famosa fotografia delle impronte sul suolo della luna. Non so dire cosa mi succeda. Ci resisto bene, anzi, con indifferenza, continuo a fare ciò che son dietro a fare: ma mi prende una specie di capogiro, un senso di rivelazione...(...) Queste impronte di grossi piedi umani hanno una direzione: un'andata e una venuta. Prima e dopo c'è il nulla, da ricostruire. Il cuore si sente cadere nel passato, e ciò lo consola".

Pure Giuseppe Ungaretti rimase atterrito dall'evento. Come raccontato dal suo segretario Giuseppe Grazzini davanti alle immagini trasmesse dalla Rai disse. «La Luna, capisci? La Luna era un velo, un velo lieve, lieve... Era sopra di noi nelle notti della trincea, era sopra i nostri giovani pensieri, sopra le nostre speranze. Un velo lieve, lieve... E adesso, è diventata una cosa orrenda, mostruosa, compagine di materia...».

Ma in questa notte di stelle, se proprio vi venisse voglia di omaggiare questa notte speciale, la poesia più adatta è Il cielo è di tutti di Gianni Rodari perché contiene uno dei più grandi desideri: la fine di ogni tipo di discriminazione.
E' così bella che la riportiamo per intero. Recitatela a bassa voce, con grazia. Come merita.

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell'ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c'è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

(Da Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi, 1960)