"C'era una volta l'amore": innamorarsi con filosofia o prendere l’amore con filosofia?

L'amore tormentato di Abelardo ed Eloisa, de Beauvoir e Sartre, Arendt e Heidegger, Lou von Salomé e Friedrich Nietzsche

'C'era una volta l'amore': innamorarsi con filosofia o prendere l’amore con filosofia?
di Giuditta legge

Tutti gli amori felici si assomigliano fra loro, ogni amore infelice è infelice a suo modo… ma soprattutto anche i grandi pensatori non sono salvi dall’infelicità amorosa. E ancora: non è il rischio dell’infelicità a rendere l’amore un sentimento felice e duraturo? C’è un modo di innamorarsi con filosofia? O forse l’unico salvagente è prendere l’amore con filosofia?

In “C’era una volta l’amore” Vittoria Baruffaldi torna finalmente in libreria, dopo “Esercizi di meraviglia” (Einaudi), con la stessa postura elegante e raffinata di chi volteggia con destrezza tra filosofia e narrazione, attraverso il dono dell’affabulazione e della gentilezza.

“Brevi lezioni per innamorarsi con filosofia” recita il sottotitolo: per chi come me si è entusiasmata per “Esercizi di meraviglia” sa che le lezioni di Vittoria Baruffaldi non sono mai didascaliche né didattiche, tanto meno pedanti e accademiche, ma sempre così incistate nella natura e nella sostanza dei sentimenti umani da risultare annotazioni, squarci, illuminazioni. Nel precedente sulla maternità, in questo sull’amore.

L’amore… o meglio la relazione amorosa. Quanta complessità in ciò che lega due persone che sembrano scegliersi nella vita di tutti i giorni, e tra le pagine della Storia della Filosofia: Abelardo ed Eloisa, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre,  Hannah Arendt e Martin Heidegger, Lou von Salomé e Friedrich Nietzsche. Vittoria Baruffaldi spinge il suo sguardo nelle pieghe del cuore di queste donne, colte intelligenti spigliate eccezionali, e ne mostra la fragilità, piena di sensibilità e umanità, che hanno dimostrato nelle loro tormentate relazioni con uomini altrettanto colti e intelligenti ma che erano intenzionati a nascondere e a farsi scudo della vulnerabilità che la relazione amorosa sempre scopre in ognuno. Storie diverse nella loro declinazione amorosa, e per questo così incistate nella narrazione primaria del libro che è la formazione sentimentale (e per ciò stessa intellettuale) dell’io narrante, che culmina ma non si conclude, nella separazione dall’uomo che ha scelto, come avvenne per le donne che ha preso a paradigma.

È quando cala la notte che la tristezza viene su. Immagini Hannah che si tira su il bavero del cappotto e corre verso casa, la lampada di Martin è spenta, e ha voglia di piangere. Lou che vede entrare l’oscurità dentro casa e spandersi sui pacchi che sta imballando. Simone che fuma nel buio, e desidererebbe qualcuno accanto: ha paura, e si accende un’altra sigaretta. Eloisa che osserva il cielo attraverso una finestrella e pensa al nome che ha dato a suo figlio: «colui che cattura le stelle».A nulla valgono la valeriana, le serie tv, i dieci modi per scacciare i pensieri negativi, la notte cala implacabile anche sul tuo petto, e lì si accoccola.

Se di “Esercizi di meraviglia”, “C’era una volta l’amore” conserva il passo per capitoli brevi, ciascuno con un titolo allusivo e filosofico (“dare uno sguardo all’amore”; “Trascendenza”; “Ateismo”: solo per citare quelli dei primi capitoli), che in gran parte si aprono in modo aforistico: Come finiscono gli amori adolescenziali? Finiscono, e basta, perché non c’è alcuna possibilità di ritrovarli; dell’amore si ricordano gli inizi e gli epiloghi. E in mezzo, cosa c’è stato? – citando a caso, perché nel libro dovunque si pesca il risultato è fruttuoso e fecondo. Questa la caratteristica più piena e riconoscibile nella scrittura così felice di Vittoria Baruffaldi. Ma a differenza del libro precedente, in “C’era una volta l’amore” c’è in più l’idea del narrare, pur tra digressioni e riflessioni, una storia nel suo continuum.

Il passo si allunga, il ritmo si scandisce con più decisione, i personaggi si seguono nel loro sviluppo, tanto quelli “famosi” che l’io narrante. Il tono è quello maieutico, che mi sembra la vera cifra di Baruffaldi: portare il lettore a riflettere e a chiedersi, non imporgli risposte.

La prima persona si trasforma in seconda, a rendere viva e autentica la traccia narrativa, e il lettore ancora più partecipe non solo alla ricerca filosofica sulla natura delle relazioni tra chi si promette amore, ma anche alle vicende stesse di cui quel determinato amore si è sostanziato. E se il tempo è quello zigzagante della vita, che si attorciglia in se stesso, come sfogliare un album di esperienze, la storia si dipana su una linea di crescita e di consapevolezza, che non vuole dire diventare “grande”, ma anzi riconoscere in sé quell’adolescente che in maniera più visibile si rivela proprio nell’amore. Una questione di fragilità, la propria e quella di tutti rispetto alle questioni di cuori.

Non hai capito niente della vita, dei sentimenti figuriamoci.Eppure c’è ancora qualcosa che ti attrae dell’amore perché non ha nulla a che fare con la forza: è sentire una certa debolezza.

di Giuditta Casale