La Divina Commedia? Praticamente uno zoo pieno di animali. Così Dante ha celebrato lupi, delfini, lucciole e gru

Dalle tre fiere dell'Inferno alle api "angeli" del Paradiso, fino alle terribili creature mitologiche. Due saggi sul bestiario dantesco ci raccontano l'universo parallelo all'interno del libro dei libri

La Divina Commedia? Praticamente uno zoo pieno di animali. Così Dante ha celebrato lupi, delfini, lucciole e gru
Particolare dell'affresco di Joseph Anton Koch nella Stanza di Dante, Casino Massimo, Roma

I lupici, il vipistrello, ma anche rane "innanzi alla nimica biscia" e i ranocchi "pur col muso fuori". E poi l'anitra, i mosconi i serpenti, il cane " “ch’abbaiando agogna, / e si racqueta poi che ’l pasto morde”, i meravigliosi "dalfini, quando fanno segno a’ marinar’ con l’arco de la schiena” e le leggiadre, elegantissime gru che “van cantando lor lai, / faccendo in aere di sé lunga riga”. Sembra uno zoo incastonato tra terzine e visioni, ma è in realtà il bestiarium di Dante nella Divina Commedia. Nel libro dei libri figurano almeno una novantina di animali, alcuni reali - colombe "porci in brago", mosconi, serpenti, falcone, sparviero - altri assolutamente inventati, frutto delle fantasie e degli incubi medievali. Non a caso il primo canto dell'Inferno si apre con tre fiere - lupo, leone e lonza - e tra orme, pinne e ali si arriva sino alle api che ronzano tra i boccioli di rosa cui sono paragonati gli angeli nell'Empireo (Paradiso XXXI).

Il tema è fascinoso e suggestivo. Tra i primi a trattarlo è stato Giuseppe Ledda, professore all'Università di Bologna e studioso dell'opera dantesca che nel 2019 ha pubblicato Il bestiario dell'aldilà (Longo Editore) in cui spiega: "La cultura medievale conosce una vasta letteratura naturalistica: nelle enciclopedie si elencavano le caratteristiche, reali o immaginarie, degli animali e se ne offriva poi un'interpretazione morale e allegorica. Cosi, le similitudini animali dantesche non sono semplici quadretti naturalistici, come sostenuto a lungo dalla tradizione critica. In esse agiscono invece complesse e rivelatorie strategie di costruzione del simbolo". Simboli che diventano gigantesche xilografie a cura di Gianni Verna, altro appassionato dello zoo di Padre Dante e delle sue infinite creature, soprattutto quelle frutto dell'immaginazione: Fenice, Grifone, le Furie, le Arpie, i Draghi. Esseri favolosi e inquietanti che vanno a spasso con aquile, pecore, agnelli, scrofe, cagne.


A sintetizzare il mondo animale che si muove e scalcia nell'opera arriva ora per Franco Cesati Editore Bestiario onomasiologico della Commedia (pagg. 672, euro 48). L'ha scritto Leonardo Canova, docente all'ateneo di Pisa dove collabora nell'ambito del progetto Hypermedia Dante Network. L'autore intanto segnala che "nel Medioevo la distinzione tra animali reali e fantastici era abbastanza labile e, ad esempio, si credeva comunemente che la Fenice esistesse, mentre circolavano notizie fantasiose anche su animali diffusissimi come la capra o il castoro". Nella Divina Commedia la maggioranza delle bestie è relegata nell'Inferno, sono di meno nel Purgatorio, quasi assenti nel Paradiso. Canova ha contato complessivamente circa 90 diverse specie, che ritornano nel testo per più di 200 volte. "Il tentativo - conclude lo studioso- è quello - di indagare il vastissimo retroterra culturale dantesco e le complesse stratigrafie semantiche sottese ad ogni singola presenza zoologica". E in effetti questo saggio dal taglio enciclopedico ("più da consultare che da leggere") segue l’impostazione degli antichi bestiari ed è suddiviso in 177 voci che comprendono ad esempio “piccoli animali che vivono in prossimità dell’uomo”, “animali dei campi e delle foreste”, uccelli rapaci, acquatici e da cortile, pesci, rettili, insetti utili e dannosi, crostacei e molluschi.
Un viaggio formidabile nell'universo dantesco, corredato da un ciclo di 85 chine di Marco Napoli, per entrare e uscire dalla "selva oscura" seguendo il volo di uno sciame di lucciole, solo per intuire "la dottrina che s'asconde sotto il velame de li versi strani.”