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Hai la porta blindata e non hai paura? La casa vivente che ribalta l’idea di sicurezza

Un libro e una ricerca antropologica raccontano i diversi modi di vivere le case

Francesca Mulasdi Francesca Mulas   
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Sempre più spesso viviamo le nostre case come fortezze in cui chiuderci dentro per sentirci sicuri. Se guardassimo altrove, invece, potremmo vedere che il nostro non è l'unico modello possibile di abitazione, e certamente non il migliore. Con questa premessa l'antropologo Andrea Staid ha trascorso gli ultimi dieci anni a studiare i diversi modi dell'abitare in tutto il mondo e in particolare nel Sud Est asiatico, dal Laos alla Mongolia, dal Vietnam all'India. E ha scoperto che mentre per noi una casa sicura ha mura spesse e un portone blindato, altrove la sicurezza è garantita una comunità attenta e partecipe della vita di tutti e tutte. 

La riflessione dì Staid sulle case si trova in un interessante libro pubblicato poche settimane fa da Add Editore (167 pagine, 16 euro) dal titolo "La casa vivente, riparare gli spazi, imparare a costruire".

Docente di antropologia culturale e visuale presso la Nuova accademia di Belle arti di Milano e di letterature comparate dall'Università dell'Insubria, Andrea Staid da tempo indaga il rapporto tra uomini e donne e gli spazi che abitano; il suo studio lo ha portato a incontrare persone e luoghi diversissimi in una ricerca che ha fatto dell'incontro e dello scambio gli strumenti di lavoro.

La ricerca di Staid non prevede interviste con domanda e risposta ma una chiacchierata sulle diverse esperienze del vivere, quelle del ricercatore e dei suoi interlocutori. Con qualche sorpresa curiosa: "Tra le comunità indigene Dzao, un villaggio di palafitte situato a duemila metri di altitudine totalmente autocostruito, ho iniziato a rapportarmi con gli abitanti del villaggio descrivendo la mia casa attraverso le immagini - scrive nell'introduzione al libro. - Ho cominciato mostrando le foto della porta blindata dell'appartamento e a quel punto il nucleo familiare con cui stavo lavorando ha osservato l'immagine e mi ha chiesto cosa fosse. Ho detto che si trattava della porta di casa e mi hanno risposto che anche loro avevano una porta, di legno, che si apre e si chiude senza difficoltà; non capivano perché quella fosse così grande e spessa. Ho spiegato allora che, dove abito io, quando siamo in casa, andiamo a dormire o usciamo chiudiamo quella porta a chiave. 'E non avete paura?' mi hanno chiesto. Domanda interessante, che ribalta il nostro concetto di sicurezza così come il modo in cui ci rapportiamo con i luoghi che abitiamo e con le persone che vivono con noi. A un osservatore distante sembra che ci sentiamo sicuri soltanto rinchiusi, forse perché non ci riconosciamo nella comunità in cui viviamo e abbiamo paura di quello che si colloca fuori dal nostro nucleo familiare". 

Altrove, invece, Staid ha potuto riflettere sul paradosso dei nostri spazi comuni, spesso normati da regole che vorrebbero preservare il decoro ma di fatto ne vietano l'uso sociale e collettivo. 

Il confronto con il resto del mondo può dunque farci riflettere sul senso dell'abitare, su una visione nuova delle nostre comunità: il senso della ricerca di Andrea Staid è quello di ripensare la casa come un organismo vivente che ha bisogno di cure e attenzioni, e in un'ottica ancora più ampia reimmaginare il pianeta che ci ospita come un ambiente da accudire e non come uno spazio dominato dall'uomo a suo uso e consumo. "Bastano pochi accorgimenti che ognuno di noi può mettere in pratica nel quotidiano - ci ha suggerito Andrea Staid - ridurre i rifiuti, pensare a riusare e condividere le cose e gli oggetti, ripensare le nostre case in chiave ecologica ed ecosostenibile. Ecco il senso della casa vivente".

Francesca Mulasdi Francesca Mulas   
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