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Maternità surrogata, voce alle donne che hanno partorito per altri: "Aiutare chi non può avere figli è un dono"

Nel libro della giornalista Serena Marchi la storia di tredici donne che hanno deciso di portare in grembo i figli di altri genitori

Francesca Mulasdi Francesca Mulas   
Maternità surrogata, voce alle donne che hanno partorito per altri: 'Aiutare chi non può avere figli è un dono'

“Un banale mercimonio di madri e bambini”, una pratica che porterebbe a “sfruttamento e commercializzazione di fatto di donne e di bambini”. Così alcuni parlamentari di Fratelli d'Italia definiscono la gestazione per altri nella proposta di legge, depositata lo scorso 15 febbraio, che sta facendo discutere il paese: se approvata porterebbe a una modifica della legge 40 del 19 febbraio 2004 rendendo punibile il reato di surrogazione di maternità, già vietata in Italia, anche se commessa all'estero. Una sorta di “reato universale” che la giustizia italiana dovrebbe perseguire contro “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità”. L'idea ha diviso il paese: da una parte le persone totalmente contrarie, dall'altra quelle che invece vorrebbero norme precise anche in Italia per una procedura utilizzata da chi non può avere figli e già normata in diversi paesi.

Dove stanno dunque la giustizia, l'equità, la libertà di decidere sul proprio corpo? A queste domande ha provato a rispondere Serena Marchi, giornalista veronese che nel 2017 ha dato alle stampe per Fandango “Mio tuo suo loro, donne che partoriscono per altri”. Marchi ha incontrato tredici donne che hanno affrontato la gestazione per altri volontariamente, e sempre in modo consapevole, percorrendo quasi 34 mila chilometri tra aerei e strade: "Un viaggio nel mondo della surrogacy per ascoltare le donne che si prestano a partorire figli per altri. Per soldi, per interesse, per altruismo, per senso di responsabilità, per amicizia, per amore. Sicuramente, tutte, per scelta". A loro la giornalista ha fatto la stessa domanda: perché? Le risposte sono tante e varie, ma nessuna delle tredici donne parla di sfruttamento, di mercimonio, di imposizione. Per loro si tratta di una scelta libera, spesso maturata insieme alla famiglia, che ha portato tanta gioia e nuovi affetti.

Quando Serena Marchi ha pubblicato il libro il paese era animato dalla discussione attorno alla legge sulle unioni civili, approvata senza la cosiddetta stepchild adoption perché, per alcuni, avrebbe aperto la strada anche in Italia alla gestazione per altri; oggi chiediamo alla giornalista una riflessione su un tema tornato di stretta attualità: “Rendere reato universale qualcosa che negli altri Paesi è regolamentato con leggi precise non è pensabile - ci ha detto - ma è solo propaganda. E non ha nessun senso vietare la Gpa in Italia perché, per quanto tu lo vieti, all'estero si può fare. In questo modo si rende questa pratica accessibile solamente alle persone che hanno i soldi per permettersi anche solo banalmente di andare fuori dall'Italia”.

Jamie, Holly, Julie e Regina, le storie di chi ha portato in grembo il figlio di altri

 

Il libro “Mio tuo suo loro” raccoglie interviste a donne di diversi paesi: c'è Jamie, inglese, che qualche anno fa ha partorito una bimba per una coppia omosessuale: "Ho pianto - dice - quando l'ho vista tra le braccia dei suoi genitori. Ho visto una famiglia unita, piena d'amore […]. Sono andata a trovarli tre settimane dopo ed è stato bellissimo. Ma era come se fossi andata a trovare una coppia di cari amici che avevano avuto un figlio. Era la bambina di due amici, non la mia". Jamie ha potuto praticare la Gpa perché il Regno Unito la consente: il cosiddetto 'parental order' non ammette un compenso ma solo un rimborso spese per la gestante, ed è accessibile solo alle coppie (almeno uno dei genitori deve essere domiciliato nel Regno Unito) e non a single; in ogni caso la donna che partorisce ha sempre l'ultima scelta, può decidere di tenere il neonato e nessun giudice può costringerla a rispettare l'accordo.

Anche gli Stati Uniti, se pure con leggi diverse da stato a stato, hanno normato la maternità surrogata. “Ho sempre voluto aiutare chi non poteva avere dei figli, quindi l'ho fatto solo per vedere le coppie felici, gli adulti, non per sentirmi la mamma di quei bambini”, ha confessato Holly di Indianapolis: oltre ai suoi cinque figli ha dato alla luce due gemelli e una bambina per due coppie del Texas conosciute tramite una delle tante agenzie americane che fanno incontrare aspiranti genitori con madri surrogate. Negli Usa 19 paesi non hanno norme sulla gestazione per altri, alcuni consentono la pratica per fini altruistici o commerciali, in altri ancora non c'è una legge ma è riconosciuta dalla giurisprudenza. Tra le donne americane che Serena Marchi ha incontrato c'è anche Julie di Las Vegas: ha partorito per una coppia istraeliana, con loro si è creato un legame di amicizia e ha scelto di ripetere l'esperienza una seconda volta; per lei un rimborso di 18 mila dollari per le cure ormonali, le ore di lavoro perse, le visite mediche. Tra le pagine del libro trova spazio anche la storia di Regina Bianchi, italiana, che diversi anni fa ha portato volontariamente in grembo il figlio di sua figlia che non poteva avere una gravidanza. "La libertà viene prima di tutto e una donna col suo corpo deve fare ciò che vuole - ha detto Regina alla giornalista - senza che gli altri possano dirle nulla. Anche far soldi, sì. C’è chi li fa lavorando con le braccia, con la fatica, con l’intelligenza, con i calli sulle mani, con il sudore e chi con la mente. Perché non con il corpo? Se poi si partorisce e si mette al mondo una nuova vita, voluta e desiderata così tanto, non è una cosa bella?"

Una discussione sul corpo delle donne

“Nella mia esperienza posso solamente dire che mi rammarica come si dia per scontato che le donne non sappiano scegliere per se stesse - ci ha detto infine Serena Marchi - Passa sempre l'idea che 'sono tutte sfruttate' e che quindi devono essere protette. Partendo dal presupposto che tutti siamo contrari allo sfruttamento e tutti siamo contrari all'utilizzo forzato del corpo delle donne, non si considera che ci sono donne che scelgono in libertà di fare la Gpa. E non si considera nemmeno che i bambini nati grazie a questa pratica sono fortemente voluti, sicuramente non capitati e nemmeno errori. E chi vede mercificazione di esseri umani nella Gpa dovrebbe iniziare a riflettere anche sulle adozioni e a quanto costano le agenzie che mediano, i corsi per accedervi e tutto l'iter burocratico che comporta cifre non indifferenti”.

Francesca Mulasdi Francesca Mulas   

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