Arriva in Italia il nuovo Topolino d'autore ed è subito un successo

Silvio Camboni: «Topolino è come Robert De Niro: puoi prenderlo e catapultarlo in una qualsiasi dimensione e lui è capace di adattarsi senza stravolgersi»

Uno stile neoclassico in cui la tradizione disneyana non rinuncia allo sguardo d’autore, «un classicismo moderno, se vogliamo, non di rottura, semplicemente la nostra versione». Parola di Silvio Camboni, fumettista dal respiro internazionale che insieme allo sceneggiatore Denis-Pierre Filippi ha dato vita a Mickey e l’Oceano Perduto, in libreria per Panini Comics da giovedì 6 maggio.

Il volume è la prima uscita italiana di una collana di graphic novel realizzata in Francia dal colosso Glénat, con una serie di titoli che mette Topolino e soci sotto una luce diversa, alle prese con avventure straordinarie, veri e propri romanzi a fumetti.

Camboni - architetto, illustratore e giornalista - è cresciuto artisticamente tra gli studi al Politecnico di Milano e la Scuola Disney di fine anni ’80, quando ancora non era ufficialmente scuola ma un laboratorio pieno di fermento guidato da Giovan Battista Carpi. Per Disney ha illustrato centinaia di storie negli anni gloriosi del Topolino, quelli da 7-800 mila copie a settimana. Più tardi, negli anni Duemila, sono arrivate le prime collaborazioni con il mercato francese (la Hollywood del fumetto) e una serie fortunatissima di libri venduti in centinaia di migliaia di volumi.

Silvio Camboni e la copertina del libro edito in Italia da Panini Comics

E adesso Mickey e l’Oceano Perduto arriva in Italia, un mercato così vicino eppure così lontano.
«Tra le molte differenze, forse la più importante riguarda l’approccio. Quello francese è focalizzato sugli autori, sulla loro visione del mondo Disney. Io ci ho aggiunto il mio sguardo di autore italiano, la mia esperienza in Disney e una certa infarinatura di ortodossia, che per me non è un limite ma una possibilità».

In che senso?
«I personaggi Disney non sono dei pupazzetti, sono delle figure tridimensionali con le loro caratteristiche, il loro percorso e la loro storia, ma che hanno le potenzialità dei grandi attori hollywoodiani. Per intenderci: per me Topolino è Robert De Niro. Puoi prenderlo e catapultarlo in una qualsiasi dimensione e lui è capace di adattarsi senza stravolgersi».

E voi in quale dimensione lo avete catapultato?
«In un non tempo e in un non luogo, in un’ucronia steampunk lontana anni luce da Topolinia. Mickey e l’Oceano Perduto è una grande avventura ambientata in un mondo reduce da un lungo conflitto. Un mondo destinato a cambiare radicalmente e in cui, per mano dell’uomo, l’oceano finisce per spostarsi dalla terra al cielo».

Alla faccia dell’ortodossia, sembra una cosa molto poco disneyana.
«E invece non è così, Filippi è stato abile a travestire questa storia da qualcosa che, in realtà, si mantiene disneyana senza esserlo. È stato un lavoro di squadra in cui a ogni stesura seguiva un momento di confronto che poi ci ha portato verso questa direzione».

Eppure non è mancato il coraggio, anche dal punto di vista grafico, nella rappresentazione di un mondo alla rovescia. Che tipo di lavoro è stato?
«L’approccio a quest’opera è avvenuto per sottrazione, con rispetto, con la mia indipendenza ma senza ricercare a tutti i costi la voglia di stupire. Ho cercato piuttosto di mettere in queste pagine il mio classicismo Disney, che è un classicismo moderno se vogliamo, non di rottura, semplicemente la mia versione».

Quali sono stati i passaggi più complicati?
«C’è uno snodo narrativo di ulteriore sospensione di tempo e spazio, nel momento cruciale del libro, quando il mondo sta per cambiare. Questa sospensione onirica l’ho resa con una doppia pagina in cui Topolino, Pippo, Minni e Gambadilegno sono rappresentati come nei disegni degli anni ’30, proprio per dare l’impressione al lettore che si tratta di un momento zero, un punto di svolta in un luogo e in un tempo indecifrabili. Era anche un modo per restituire al pubblico un Topolino romantico che tutti abbiamo molto amato, e di farlo non in maniera pretestuosa, bensì funzionale alla storia».

Che ruolo ha il colore, in questo lavoro?
«Un ruolo fondamentale. Ci siamo affidati a Gaspar Yvan che ha lavorato con noi già in altri progetti e conosce bene il nostro immaginario. Anche con lui c’è stato un confronto serrato che ha portato da parte sua a un lavoro davvero incredibile, in costante crescita».

Questa storia si sviluppa su tanti livelli, ma per raccontare che cosa?
«Alla fine è una favola di ispirazione onirico-ambientalista che cerca di inquadrare lo scorrere del tempo, col suo modo di infierire sulle persone e sul pianeta. È una riflessione sul fatto che le cose cambiano, e non sempre in meglio. Una riflessione dai toni leggeri, certo, alla maniera Disney, con una sua idealizzazione dei concetti, ma anche una sua precisa direzione».