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Milena Agus: "Il mio libro più triste. Ho riso così tanto a scriverlo che sono caduta dalla sedia"

È una delle scrittrici più amate in Francia. Milena è dolcemente forte, e fortemente debole, ma i suoi personaggi, sono materia viva, perché incarnano quelle umanità di cui sembra non importare a nessuno

Fabio Marceddudi Fabio Marceddu   
Milena Agus intervistata
Foto Marco Alberto Desogus

Milena Agus è una scrittrice di fama internazionale che dopo l'opera prima “Mentre dorme il pescecane” ha conosciuto un momento, che si protrae fino ad oggi, di grande notorietà grazie alla pubblicazione del romanzo “Mal di pietre” diventato anche un lungometraggio nel 2016, con la regia di Garcia e con Marion Cotillard nel ruolo della protagonista.

La Francia è la sua nazione adottiva essendo fra le scrittrici italiane più lette ed amate, come risulta da un ultimo sondaggio recentissimo.

Oggi la incontriamo a casa sua, nel quartiere di Marina, uno dei quattro quartieri storici della Città di Cagliari, dalle finestre della sua casa si respira “l'odore del maestrale” e quando soffia il levante, l'aria è salmastra come i personaggi dei suoi racconti.Se si allunga lo sguardo oltre il porto, il Mar Tirreno ci porta sino a Genova, la città che le ha dato i natali.

Quanto mare c'è in ogni tuo scritto, libro o elaborato poetico?

"Ho sempre amato il mare, ma cosa ci trovo di tanto straordinario l’ ho capito all’improvviso, a un certo punto della mia vita, e l’ ho anche scritto. Davvero, a me sembra che di fronte al mare tutto appaia più leggero, ogni problema arriva con le onde, che poi se lo riportano via. Spesso mi chiedo:Come fanno quelli che non abitano sul mare?” E immagino che stiano peggio di noi  Forse tutto succedeva perché nel nostro paese non c’è il mare…c on l’orizzonte talmente unito al cielo da darvi il senso dell’infinito. E forse perché l’orizzonte è limitato, lo erano anche le nostre idee.

Qual è, fra le tue opere letterarie,  quella a cui ti senti più affezionata?

"Il libro a cui sono più affezionata è Ali di babbo. Per ragioni del tutto personali, che nulla c’entrano con la riuscita del romanzo, o l’accoglienza dei lettori. Ho scritto Ali di babbo in uno di quei momenti della vita in cui tutto và storto e ogni cosa che facciamo sembra contenere un errore tanto che noi stessi, alla fine, ci percepiamo come uno sbaglio vivente. La protagonista del romanzo, quindi, non poteva essere che una creatura simile a come mi sentivo io. Ma per una strana magia, mentre raccontavo e il personaggio se ne andava per i fatti suoi, indipendente ormai dal suo creatore, la poveretta si comportava in modo talmente strano, talmente fuori, che mi divertivo un mondo, a dispetto della tristezza, e una volta, per le risate, sono perfino caduta dalla sedia. Mi chiedo ancora oggi come sia stato possibile raccontare avventure tanto divertenti nello stato in cui mi trovavo. Per questo amo Ali di babbo più di ogni altro mio libro e quando incontro qualcuno che mi dice di preferirlo a tutti gli altri mi sento con quella persona subito in confidenza, in armonia".

Fra gli autori sardi (quelli che non ci sono più, cosi non facciamo un torto ai viventi) quali sono quelli che ti hanno in un modo o nell'altro “contaminato poeticamente” o risuonato fra le pieghe della tua anima?

"La mia autrice sarda prediletta è senz’altro Grazia Deledda. L’ho amata ancora prima di leggere i suoi libri, da bambina, perché essendo figlia di emigrati al Nord, ai tempi in cui i sardignoli erano guardati dall’alto in basso, il nostro Nobel era un vero asso nella manica. Grazia Deledda eravamo tutti noi! Da allora la leggo sempre, anzi, la rileggo e con il tempo Grazia Deledda è diventata una maestra di scrittura, ma anche una presenza assidua nella mia vita, un’amica".

Chi è o chi sono gli autori, i filosofi o i saggisti internazionali che entrano prepotentemente fra le righe dei tuoi pensieri che si traducono poi in frasi...

"E’ Tzvetan Todorov il saggista che influenza maggiormente i miei pensieri. La sua teoria secondo la quale è possibile resistere al male senza considerarsi una incarnazione del bene e che tutto ciò che è fragile, o debole, è infinitamente prezioso è per me l’idea guida nel mio modo di stare al mondo". 

C'è un'opera fra le tue pubblicate che senti comunque ancora in evoluzione, che vorresti ri-scrivere o ri-toccare ancora?

"Riscriverei e ritoccherei ancora e ancora e ancora  Ali di babbo, perché continuasse, come allora, a visitarmi la magia che fa cadere dalla sedia per le risate un poverello triste".

La tua ultima fatica letteraria “Un tempo gentile” racconta un mondo altro dove un potenziale scontro di civiltà fra “popoli del mare” di diverse latitudini ed epoche diventa una sintesi di un mondo gentile, dove gli ultimi diventano i primi per una comunità che rischia l'estinzione e ritrova un senso, in quello che da noi in Sardegna è conosciuto con il nome di aggiudu torrau (un baratto antico di aiuto ricambiato), qui il mare diventa luogo di incontro e di pacificazione al di là di qualsiasi declinazione politica, me ne parli?

"Perché davanti al mare,  che non sta mai fermo e arriva a bagnare tutte le terre del mondo e si mischia con gli immensi oceani, avremmo capito che l’ansia, lo smarrimento, la paura, il senso di angoscia fanno parte della condizione umana e riguardano noi come voi, come tutti, e ci saremmo sentiti meno soli, più universali, meno timorosi dei minestroni di razze, culture e cose del genere".

Mi ricordo che dopo il romanzo “Terre promesse” il tuo penultimo libro mi dicesti, ho finito con i libri che dovevano riconciliarmi direttamente o indirettamente col mio vissuto, cosa c'è in cantiere e qual è il focus del tuo prossimo romanzo?

"Vagheggio un prossimo romanzo impegnato. Vorrei scrivere di una Sardegna da cui i giovani se ne vanno, dei paesi che si svuotano, della cementificazione delle coste, delle servitù militari, dell’indipendentismo, dei problemi dei pastori e degli agricoltori, degli incendi, dei banditi… Ogni volta cambiano i protagonisti della storia, ma continuano a risultare poco credibili. Così, il romanzo che sto scrivendo ha finito con assomigliare alla tela di Penelope, lo scrivo di giorno e lo disfo di notte…".

Milena Agus ha un desiderio che vuole realizzare? Più di uno?

"Alla fine, l’unica cosa che desidero veramente è che i miei cari siano in salute il più a lungo possibile e di essere anch’io in salute, finché ci sono loro, altrimenti spero di essere la prima a morire. Desidero tantissimo che ci siano Dio e un Aldilà in cui ci si possa rivedere con gli amati. Non che di tutto il resto non mi importi niente, soffro per la delusione di un desiderio non realizzato, ma non a lungo, mi rassegno in fretta e poi non ci penso più".

Milena Agus è una scrittice che racconta le anime perdute e ritrovate, un po' come Proust fa con il suo Tempo. Milena è dolcemente forte, e fortemente debole, ma i suoi personaggi, sono materia viva, perché incarnano quelle umanità di cui sembra non importare a nessuno, ma raccontati da Lei, diventano protagonisti assoluti, voci che dal silenzio urlano sussurrando e rivendicano il loro diritto a esistere.

Fabio Marceddudi Fabio Marceddu   
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