Viola e le donne che si sono fatte strade: "Io, che sogno di abitare in viale Orietta Berti"

In Italia soltanto 7 vie su 100 sono dedicate alle donne. Il libro di Viola Afrifa e Valentina Ricci racconta la loro storia in nome di una toponomastica al femminile ancora tutta da scrivere

di Luca Restivo

Immaginiamo di guardare dall’alto le nostre città in una mappa che copra tutta l’Italia e con i nomi delle vie delle piazze e dei vicoli scritti in caratteri ben chiari. Togliamo tutti nomi che rimandano a concetti astratti (via Libertà, Corso Indipendenza…) o a fatti storici (Piazza Risorgimento, via XX Settembre) e ci troveremmo davanti a una proporzione impietosa: su cento vie dedicate a esseri umani, solo poco più di sette sono dedicate a donne.

E di queste sette, quattro sono sante, martiri o religiose. Ne restano appena tre di donne laiche, ovvero artiste, politiche, intellettuali e sportive che hanno cambiato nel profondo la vita del nostro paese. Affrontare il tema della toponomastica femminile significa parlare di come vogliamo raccontare la nostra storia e di che esempi vogliamo tramandare alle generazioni future.  Da questa incredibile – e soprattutto ingiusta – sproporzione è nato Via Libera – 50 donne che si sono fatte strade (Sonzogno) scritto da Viola Afrifa e Valentina Ricci con la grafica di Romana Raimondi. Con Viola Afrifa, una delle due autrici, abbiamo parlato del tema del libro, di un paio di donne libere e dalle biografie incredibili (e da scoprire) e fatto una piccola previsione sul futuro.

Partiamo dall’inizio: in che via vivevi da piccola?
"Io sono nata in via Petrarca, però poi verso i sei anni ci siamo trasferiti in via Marianna Nistri che era una benefattrice religiosa, quasi una suora laica. Avendo sempre vissuto la mia infanzia e la mia adolescenza in via Marianna Nistri ho sempre dato per scontato che ci fossero le vie dedicate alle donne per questo quando mi è stata proposta questo libro ho dovuto controllare con i miei occhi la statistica e scoprire questa sproporzione".

Come è nato questo libro?
"L’idea è partita da Romana Raimondi che è anche grafica e illustratrice del libro. Romana vive a Bologna e va sempre in giro in bici e ha avuto questa intuizione per sé pedalando per la città. Poi si è informata online e ha scoperto questa associazione, Toponomastica femminile, che è stata creata da Marina Pia Ercolini, una professoressa di geografia di Roma che andando in giro con gli studenti si è sentita chiedere da un’alunna “perché ci sono così tante vie dedicate agli uomini e poche alle donne?”.  Da lì è nata un’associazione con vedette in tutta Italia che certificano quante vie siano dedicate agli uomini e quante alle donne".

Secondo te questa sproporzione c’è anche all’estero?"
"Io sono una pessimista, soprattutto su questi temi che riguardano la parità, quindi se ci siamo arrivati adesso in Italia vuole dire che all’estero ci sono arrivati – come minimo – vent’anni fa.  Diciamo che in questi argomenti non siamo avanguardisti".

Un momento biografico. Io sono di Ravenna dove c’è via Cordula Poletti, un personaggio che ho scoperto solo grazie al vostro libro.
"La vita di Cordula Poletti (scrittrice ravennate, è stata una delle prime donne in Italia a dichiarare la propria omosessualità, n.d.r.) ci è piaciuta tantissimo perché ha rappresentato la libertà e il coraggio all’ennesima potenza in un periodo della storia italiana dove essere liberi di amare chi si voleva era impossibile".

A mia parziale discolpa c’è che via Cordula Poletti si trova in estrema periferia, dietro a un supermercato…
"La maggior parte delle sono nelle zone artigianali, quelle dei capannoni, dove non vai mai a fare un giro. Una dei casi che mi aveva fatto sorridere è quello di Giuseppina Strepponi che è stata la seconda moglie di Giuseppe Verdi, una bravissima cantante lirica che ha cantato fino a farsi “scoppiare la gola”. Le sue spoglie sono insieme a quelle del Maestro nella casa di riposo per gli artisti omonima, ma la sua via si trova molto fuori dal centro, a Bruzzano (non proprio in piazza Duomo, n.d.r.). Via Verdi è in centro, via Strepponi è oltre il parco Nord".

La biografia che ti ha sorpreso di più?
"Le mie preferite sono quelle delle sportive. Un esempio è Antonella Penepucci, alpinista e sciatrice in Abruzzo a cui è stata dedicata una via nella new town de L’Aquila, una via che nemmeno Google maps riesce a mostrare, ma che compare solo in alcune foto satellitari. Antonella Panepucci è stata la prima sciatrice che ha percorso tutto il Canalone Pizzolati che porta più o meno dal Corno Grande del Gran Sasso a valle e lei purtroppo morirà proprio nella pista di sci che ha aperto. Oltre alla via le è stato solo dedicato un rifugio sul Gran Sasso molto spartano, da veri amanti della montagna".

Le vostre protagoniste parlano in prima persona della loro storia. È stato difficile dar loro “voce”?
"Noi abbiamo usato la prima persona proprio perché non volevamo solo una lista di personaggi in stile Wikipedia. Abbiamo fatto un grosso lavoro di immedesimazione e di umiltà verso le nostre protagoniste e le loro biografie, confrontandoci sempre l’una con l’altra per trovare il giusto modo di riportare la loro “voce”.

Sia tu che l’altra autrice, Valentina Ricci, lavorate a Radio Deejay la cui sede è in Via Massena. Chi era Massena?
"Immagino c’entri qualcosa con la Francia e Napoleone, perché c’è la fermata della metro Massena a Parigi…".

Ci hai preso: era un militare di Napoleone.
"Immagino sia il classico profilo di cui si dice “luci e ombre”, mentre le donne devono avere molte luci, devono essere sempre il top del top per avere il privilegio di veder loro dedicata una via".

In che via vorresti vivere? Augurando loro GRANDISSIMA e LUNGHISSIMA vita… Corso Ophra Winfrey, Piazza Angela Merkel o viale Orietta Berti?
(ci pensa molto) "Viale Orietta Berti".

Decidono di dedicare una via a Viola Afrifa, autrice radiofonica e televisiva oltre che scrittrice. Dove te la immagini?
"A Prato, vicino via Pistoiese, in una zona chiamata Chinatown".