Giovanni Scifoni: "Mollato dalle fidanzate perché vado a messa". E denuncia: "Noi cattolici ci vergogniamo"

"In Italia c'è diffidenza verso chi si dice cattolico. Così tanti nascondono la propria fede o la vivono con sensi di colpa e complessi di inferiorità culturale": intervista a uno dei protagonisti più amati di "Doc" autore di un romanzo provocatorio e vero

di Cinzia Marongiu

Si intitola “Senza offendere nessuno” ma poi alla fine dei 21 capitoli, per altrettanti incontri con attori buddisti, cattolici leghisti, atei militanti, attivisti Lgbtq+, finirà per far offendere tutti. È un libro, arrivato alla terza ristampa, che è un piccolo gioiello perché è capace di descriverci tutti, noi nevrotici italiani che non siamo altro. Però lo fa con ironia, quintali di autoironia, che poi sono quelli con cui andiamo avanti nell’autoscontro quotidiano con le nostre contraddizioni, di persone cattoliche immerse in un ambiente socio- politico culturale cattolico che però ci vergogniamo di esserlo. Per cui lo siamo sottotraccia, nascondendoci a noi stessi, depistandoci da soli, tra conquiste e fallimenti, improvvisi slanci di orgoglio identitario e continue frustrazioni per non essere capaci di affermare il proprio credo se non in piazza almeno seduti al ristorante, così come fanno tutti gli altri.

A scriverlo è Giovanni Scifoni, uno dei protagonisti più amati di “Doc – Nelle tue mani”, (qui la nostra intervista) la serie tv con Luca Argentero che in due stagioni ha conquistato il cuore di milioni di italiani. Scifoni, oltre a essere attore e autore teatrale con spettacoli che raccontano questa strana dicotomia  come “Santo Piacere” sul sesso e la fede, ha scritto anche un romanzo che ha un sottotitolo altrettanto illuminante e cioè “Chi non si schiera è perduto”.

Una frase quanto mai sentita e ripetuta in questi giorni di conflitto. Da dove è partito?

“L’idea è molto semplice: parte da un personaggio che si chiama Giovanni come me.  Giovanni è cattolico come cultura, estrazione ma anche come credo personale e viene continuamente tirato per la giacchetta e strattonato da tutte le parti da chi gli chiede “da che parte stai?”, “Sei pro o contro?”. Nozze gay, riscaldamento globale, eutanasia… In qualunque situazione lui si trovi c’è sempre da prendere una posizione e questa posizione iper-polarizzata prevede che lui abbia le idee molto chiare perché l’unica risposta che non può dare è “non lo so”. Che poi è quella che molto spesso tutti noi vorremmo dare di fronte a cose complesse che la vita ci mette davanti. Il fatto è che il mondo non ti permette di non avere una posizione, ti preclude la possibilità di non avere le idee completamente chiare. Il mio Giovanni che è un attore e che quindi si muove all’interno del mondo dello spettacolo vorrebbe vivere in pace e serenità, senza offendere nessuno, ma fallisce ogni volta e fa tantissime figuracce. Sostanzialmente è un libro di figure di merda".

Giovanni, che poi sarebbe lei stesso, si specchia in un animale particolare come l'ornitorinco, perché?

"È il suo animale di appartenenza, lo rivendica. L’ornitorinco è un animale strano che ha il becco d’anatra, la coda da castoro, il pelo da topo, le zampe con il veleno da vipera. Insomma è un animale strano e un po’ schifoso. Che però è quello che più lo rappresenta con la sua mescolanza di elementi, visto che Giovanni non riesce mai ad avere una squadra di appartenenza e questo lo fa soffrire tantissimo perché se non hai una squadra sei solo. Proprio come diceva Pasolini con una frase fantastica: "La mia indipendenza è la mia forza. Ma l’indipendenza genera solitudine che è la mia debolezza”. Che è esattamente il destino di ogni ornitorinco e di ogni persona che non si schiera. E quando sei solo sei un bersaglio molto più facile”.

Perché, al lato pratico, è così difficile essere cattolico in Italia?

"Rispetto a 50 anni fa l’Italia è molto cambiata. Non esiste più l’Italia di un tempo in cui essere cattolico era un dato di fatto, un’appartenenza quasi obbligatoria a un mondo borghese tradizionalista conservatore che era l’alveo, l’utero dal quale venivamo tutti fuori. Non è più così. Di fatto oggi essere cattolici rappresenta un aspetto diverso. E io avverto che c’è una certa diffidenza nei confronti di chi si proclama cattolico, come se non fosse pienamente a suo agio in questo mondo, come se avesse un caravanserraglio di preconcetti, modi di pensare che se sei cattolico ti vengono dietro. E quindi di fatto le persone a volte nascondono la propria fede, è una cosa che vedo molto spesso. Molte persone si vergognano di dichiarare la propria fede cattolica. Un senso di colpa e un complesso di inferiorità culturale che si è incistato nella fede cattolica e invece andrebbe estirpato perché il mondo cattolico si porta dietro una ricchezza incredibile. E buttarla sarebbe davvero una bestemmia".

Eppure sono in tanti a fare proselitismo tra chi ha abbracciato un'altra fede.

"Invece il proselitismo cattolico è visto come una delle azioni più scellerate, una cosa pericolosissima. Chi lo fa è avvertito dalla società come una persona da cui fuggire perché abbiamo la storia che abbiamo. Poi oggi il cattolico vive una strana dicotomia: contiamo gli anni dalla nascita di Cristo, a scuola c’è l’ora di religione, c’è Il Vaticano. Insomma, viviamo in un mondo permeato di cultura cattolica. Però nel tuo ambiente di lavoro o a scuola molto spesso sei l’unico che si dice cattolico. In pratica sei trattato, allo stesso tempo come maggioranza e come minoranza. Sei maggioranza da un punto di vista culturale e storico ma nei fatti sei minoranza: in ufficio o a scuola sei l’unico che va a messa. Alla fine uno non sa nemmeno come considerarsi, “ma io cosa sono?”. E questo crea uno strano cortocircuito mentale”.

Come si risolve questo cortocircuito?

“Io l’ho vissuto con grande nevrosi. Mi vergognavo ma allo stesso tempo sentivo dentro di me l’imperativo di parlare. Sono forme adolescenziali di rivendicazione della propria identità. Per cui ho perso un sacco di amici. E pure un sacco di fidanzate, preoccupate che io andassi a messa. Poi a un certo punto della mia vita ho sentito il bisogno di raccontare tutto questo: la dicotomia, le crisi, le contraddizioni all’interno della mente cattolica. E lo racconto a teatro nei miei spettacoli come "Santo piacere”, "Le ultime sette parole di Cristo", "Papà era cattocomunista",  "Guai a voi ricchi". E in questo romanzo".

C'è un intellettuale nel quale si riconosce?

"No, non c’è e questo mi dà un senso di angoscia. Attualmente nel mondo intellettuale non c’è una figura di riferimento che in vece trovo nel passato come ad esempio in Pasolini o in Simone Weil. Oggi faccio molta fatica a trovare persone  del genere. Certo, ho dei maestri di vita che però non sono famosi. Non vedo figure. Gli intellettuali oggi hanno perso la capacità di sorprendere. Possono essere duri, tranchant, dire cose di una certa violenza ma non sono mai al di fuori della sfera della prevedibilità. Saviano dice cose molto interessanti ma tutto ciò che dice io me lo aspetto. Uno come Sgarbi dice anche cose sconvolgenti ma me le aspetto. Fedez, oggi considerato una sorta di intellettuale, dice cose forti ma che da lui mi aspetto. Sono capaci di far incavolare tantissimo una parte del mondo politico ma non l’altra. Sono esattamente ciò che la propria fanbase si aspetta che siano. Invece uno come Pasolini sconvolgeva continuamente le acque del proprio consenso. Lui tradiva costantemente le aspettative del proprio pubblico"