Elisabetta Sgarbi: "Io, Umberto Eco, mio fratello Vittorio e la mia parte sbagliata"

Intervista esclusiva al motore inesauribile della cultura e dell'arte in Italia. La scommessa de La nave di Teseo, accolta con scetticismo e poi stravinta. Il rapporto privilegiato con l'autore de "Il Nome della Rosa" e le dinamiche con l'amatissimo fratello

di Cinzia Marongiu

Le passioni e l’inquietudine come compagne di strada. Il gusto di inseguire traiettorie apparentemente sbagliate ma che in realtà si rivelano soltanto divergenti da quelle canoniche e tradizionali. Il carattere temprato dai dolori personali ma anche dalla propensione ad andare sempre in direzione “ostinata e contraria”. L’anticonformismo in tasca, il coraggio tra le mani. Elisabetta Sgarbi è un motore inesauribile di arte e cultura, fondatrice e direttrice de La nave di Teseo Editore e del Festival Internazionale La Milanesiana (che al momento è in corso in 22 città d’Italia fino al 9 agosto), ha scelto come nome delle sue edizioni musicali con le quali produce gli Extraliscio e i film di cui è regista “Betty Wrong”, ovvero Betty Sbagliata. Una scelta che racconta molto di questa donna che anziché rischiare di rimanere schiacciata dall’esuberanza e dalla personalità del fratello Vittorio, è diventata in un grappolo di anni un punto di riferimento importante per tutta la cultura italiana. Dorme poco e lavora tantissimo. E d’estate anziché concedersi vacanze in amene località gira la penisola con il suo “Festival dei Festival", instancabile tessitrice di nessi e relazioni tra letteratura, musica, cinema, scienza, arte, filosofia, teatro, diritto, economia e sport. Oggi, ad esempio, farà gli onori di casa nel cortile di palazzo reale per accogliere lasana follia musicale degli Extraliscio. Il tema di quest’anno, scelto con Claudio Magris, è il progresso. Quasi un sinonimo di tutta la sua attività.

 

La sua Nave di Teseo somiglia sempre più a un veliero coraggioso, capace non soltanto di stare a galla ma anche di navigare sicuro in mare aperto. L’anno scorso il premio Strega, quest’anno con Edith Bruck siete di nuovo nella cinquina. È soddisfatta?

Un editore guarda sempre avanti. Ha a che fare sempre con nuovi libri e nuovi autori per cui deve spendersi come se fosse la prima battaglia. Questo, per Edith Bruck, è un anno particolarmente bello e importante e meritato. Dopo tanti anni, può concorrere per un riconoscimento letterario così prestigioso come il Premio Strega. Lei stessa si sta spendendo molto, per partecipare agli incontri. Ed è giusto che l’editore la accompagni e non la lasci sola.

 

Avrebbe scommesso sulla riuscita di quella che quando è stata varata era una scommessa circondata anche da una certa incredulità?

Sapevo che sarebbe stato molto difficile, ma sapevo anche che nell’editoria contano gli editori e gli autori. Avevo con me una squadra di editori di assoluto valore. E avevo la fiducia di alcuni autori. Certamente era un salto nel buio, ma abbiamo lavorato e lavoriamo con un impegno assoluto, e anche con il senso della bellezza di questo mestiere.

 

Quali sono state, secondo lei, le scelte vincenti che hanno portato la sua casa editrice al centro della vita culturale italiana? Le rifarebbe tutte?

Ogni libro è una scelta e bisogna andare fino in fondo. Torno su Edith Bruck: prima di questo, avevamo pubblicato due suoi libri, dedicati alla malattia di suo marito, Nelo Risi. Numeri piccoli. Il pane perduto è uscito in gennaio, con 1900 copie. Nessuno poteva sperare che suscitasse la commozione di Papa Francesco, che potesse aspirare al Premio Strega e vincere il Premio Strega Giovani: eppure tutti in casa editrice vi si sono dedicati con grande amore. Per me questo conta.

C’è qualche autore o qualche libro che si è fatta sfuggire? Se sì, quali?

Certamente. Il mercato dei diritti è molto competitivo, e un autore è sempre conteso. A volte si riesce, a volte no. Ma sono molto contenta e orgogliosa degli autori che sono riuscita a pubblicare. 

La Nave di Teseo è nata grazie al rapporto di fiducia che si è instaurato negli anni tra alcuni editor di Bompiani e alcuni tra gli autori più rappresentativi, primo tra tutti Umberto Eco. Come è nato il vostro rapporto che dall’ambito professionale è sfociato nell’amicizia?

"Io sono entrata alla Bompiani come ufficio stampa. E Eco era già Eco. Seguire i suoi libri come ufficio stampa mi ha insegnato molto su come funziona l’editoria e il mondo della comunicazione. Poi sono cresciuta, il rapporto si è intensificato, fino alla scelta di avviare questa nuova casa editrice. Con Mario Andreose, Eugenio Lio, Oliviero Toscani, Anna Maria Lorusso. E una persona fondamentale che è il nostro direttore finanziario, Paola Sala".

Che cosa le ha lasciato in eredità? Qual è stato l’insegnamento più prezioso che ha ricavato da Eco e quale il consiglio che ha cercato di mettere in pratica in questi anni?

"Beh, La nave di Teseo è stato un gesto meraviglioso, unico e irripetibile. Poteva dare i suoi libri a qualsiasi editore in Italia e nel mondo, e ricevere anticipi importanti. Invece ha deciso di investire nella Nave di Teseo, pur sapendo che il tempo che aveva davanti non era molto. Disse: “lo lo faccio per i miei nipoti”.

 

La scomparsa di Eco e la perdita di sua madre sono arrivate molto vicine nel tempo: un doppio dolore che avrebbe potuto rischiare di farle perdere la bussola. Ha avuto paura che accadesse?

"Non è accaduto. Il dolore a volte fa vedere le cose con più chiarezza. Mia madre è viva con me e anche Umberto con noi".

Nella realtà la sua attività si è invece fatta sempre più incalzante ed eclettica. Quasi una reazione vitale ed energica al contropotere della morte. Un modo per esorcizzare il dolore? Quanto le è costato?

Quello fa parte di me. Rinnovarmi sempre, non adagiarmi mai su nulla di quanto ottenuto. Ripartire e mettermi sempre in discussione.

L’abbiamo vista al Festival di Sanremo in qualità di produttrice degli Extraliscio. Che cosa l’ha colpita in loro e nella loro musica? Qual è il progetto culturale che sta alla base di un impegno che la vede anche come regista del film “Extraliscio - Punk da Balera”?

È un progetto molto bello. Extraliscio raccoglie una tradizione antica della nostra musica “il folk romagnolo” e la rilancia, la reinterpreta con genialità e follia e sfrontatezza. Io mi sento molto “Extraliscio”. Poi ci sono le mie origini, mia madre romagnola, mio padre che mi insegna il valzer. Insomma per me è un mondo. Poi per loro ho realizzato il primo videoclip della mia vita, “È bello perdersi”, e abbiamo vinto il Primo Premio al Pesaro Film Festival. 

“Lei mi parla ancora”, il bellissimo film di Pupi Avati, racconta la tenera e struggente storia d’amore tra i suoi genitori. Che effetto le ha fatto vederli rappresentati in un film? E com’è stato il suo rapporto con l’alter-ego Chiara Caselli?

"Una miscela di emozioni: felicità, nostalgia, dolore, orgoglio. Ci sono scene che non avrei voluto mai rivivere, come la morte dei miei genitori, e scene che non ho vissuto e ho “visto “per la prima volta, la nascita dell’amore dei miei genitori.
Chiara Caselli è stata bravissima, intensa come sa essere nelle sue prove migliori. Ha fatto tutto lei, non ci siamo parlate.
Avati è un maestro, con Pozzetto abbiamo, Vittorio e io, ritrovato nostro padre".

 

Crede nella vita ultraterrena? E nel contatto-scambio tra il nostro mondo e quello dell’aldilà?

"Domanda complessa. Voglio credere che siano comunque con me i miei genitori.
Battiato credeva che le nostre anime ritorneranno".

 

Come i suoi genitori aveva studiato per diventare farmacista. Che cosa la affascinava di quella professione? Resta qualcosa in lei della Elisabetta farmacista?

"Diciamo che sono stata obbligata a farlo, e siccome ho molto senso del dovere, l’ho fatto fino in fondo. Mi sono laureata, specializzata e poi ho fatto il tirocinio. E ho preso la specializzazione in Farmacologia.
Fatto tutto questo, ho deciso di seguire la mia strada e entrare nell’editoria. Mi porto dietro un po’ del rigore della chimica e della matematica".

Il farmacista è qualcuno che si prende cura degli altri: di chi lei si è presa cura nella sua vita?

"Di mia madre e di mio padre, finché ho potuto. E di mio fratello quando non è stato bene".

Suo fratello Vittorio è famoso per essere uno dei più grandi storici dell’arte ma anche per le sue intemperanze verbali che hanno visto perfino il Parlamento fare da sfondo. Lo ha mai “sgridato” o per meglio dire consigliato? Che genere di rapporto è il vostro?

"Ci capita di litigare, come capita tra fratelli con un certo carattere. Penso che il più delle volte abbia ragione, e quando penso che non ce l’abbia, glielo dico. Apprezzo più in una persona la passione nel credere e nel difendere le proprie idee che non l’inerzia. E Vittorio è una persona eccezionale, ha più dolcezza di quanto può apparire".

 

Da anni ha dato vita anche alla Milanesiana. È direttrice di Linus e presidente di Baldini e Castoldi e Oblomov: come porta avanti tutte queste attività?

"Dormo poco, lavoro con persone molto brave, un po’ di coraggio".

 

Ha mai voglia di prendersi del tempo per sé o invece sono proprio tutte queste attività a comporre il puzzle delle sue passioni e quindi anche della sua felicità?

"Mi prendo anche il tempo per me, ma penso  che in generale quello che faccio, il cinema, la musica La Milanesiana, i libri siano attività che faccio per me. Sono mie passioni. Altrimenti non riuscirei a farle. E temprano il carattere".

 

Come editrice musicale ha scelto il nome Betty Wrong: cosa c’è di sbagliato in lei? È affezionata alla sua parte “sbagliata”?

"L’ho scelto per il Cinema e per La Musica. Due arti che amo molto. C’è una inquietudine di fondo, che mi porta a seguire strade che mi si aprono, senza sapere dove vanno a finire. Ma inizio a percorrerle. Sono strade divergenti dalla rotta principale, ma poi si ritrovano i collegamenti, le convergenze. A volte le strade “sbagliate”, divergenti appunto, cioè diverse e nuove, si rivelano più ricche di opportunità delle strade maestre. E anche quando sembrano non portare da nessuna parte, in realtà hanno un significato".