Catena Fiorello: "Io, che sono scappata tre volte dall'altare e dai pregiudizi sul mio cognome"

ciò che ho ottenuto nella vita l’ho ottenuto grazie a persone illuminate che hanno giudicato i miei libri per ciò che sono. Non si sono fatti offuscare dal fatto che fossi la signora Fiorello. E siccome questo pregiudizio è ancora vivo, ci tengo a ricordare che sono prima di tutto un’autrice senza nome"

di Cinzia Marongiu

Ha piantato tre fidanzati a un passo dall’altare “ma vedessi come erano belli i tre vestiti da sposa che mi ero scelta”, racconta allegra. Da anni gira l’Italia presentando i suoi libri ma quelle presentazioni somigliano più che altro a veri e propri show, nei quali, esattamente come suo fratello maggiore, improvvisa, costruisce racconti divertenti del quotidiano e rende protagonisti i lettori-spettatori, ai quali si dà in un modo viscerale e totalizzante. Sui social da tempo è protagonista di un reality personale, tra i sughi meravigliosi e le pietanze siciliane della mamma Sara, le feste dell’adorato Pepè, i viaggi con il compagno Paolo, “Il mio uomo ideale e che infatti è l’unico che non mi ha chiesto di sposarlo”) e le mille annotazioni della sua esistenza di tutti i giorni.

Catena Fiorello è una battitrice libera. E, soprattutto, una donna libera. Ed è per questo che la sua figura di scrittrice in Italia è un unicum che non conosce club o appartenenze, correnti o salotti. A dispetto dal nome ereditato dalla nonna, non ammette restrizioni al suo essere né conosce autocensure. Così ogni volta incontrarla è un viaggio, un’avventura che inizia nel posto in cui ci diamo appuntamento e finisce chissà dove e chissà quando, a rincorrere pensieri ed emozioni, battaglie da fare e cause da sposare. Questa volta il discorso parte da “Piccione Picciò”, la sua ultima creatura letteraria che, come tutte le sue precedenti, vola già nelle vendite. Un libro dedicato ai più piccoli ma capace di parlare a tutti noi perché i temi che affronta con un linguaggio senza fronzoli, figlio dell’urgenza di andare al dunque, sono il bullismo e il pregiudizio, patologie della nostra società per le quali non è ancora stato trovato nessun vaccino. Protagonisti della storia, come spesso capita nei suoi romanzi, sono due reietti, un piccione e un bambino maltrattati dalla vita.

"È un libro poco definibile, credo vada bene dai 4-5 anni in su. Mi ha sorpreso quanto stia piacendo. Sono sommersa da whatsapp, mail e storie sui social in cui mi taggano e lo recensiscono. Il fatto è che è un libro pieno di metafore sulla vita. Mi sono voluta mettere nei panni di un piccione, di certo uno degli animali più detestati che ci sia. Un piccioncino vessato da tutti. E mi sono chiesta cosa si può provare a sentirsi scansati, insultati, bullizzati? E poi per quale colpa? L’unica è quella di esistere. Perfino il bambino, protagonista della storia, lo caccia via. Ma lui, il mio Picciò, anche se ci resta male, torna alla carica, più tignoso che mai. E alla fine scopre che il bambino lo sente, capisce le sue parole, gli risponde.  Eda quel momento nasce una bella amicizia con un risvolto sorprendente. Perché pure il piccione cacciato via da tutti, quello che da quando è nato si sente inutile perché non è un'aquila, scopre che può essere decisivo e fare grandi cose".

Catena ne parla con trasporto e non è difficile immaginare quanta parte di sé urli attraverso quelle pagine che scrive, quanto le appartega anche nella vita quel suo universo letterario di sfortunati, da "Picciridda" in poi. Lei ammette: "È vero, anche io ho vissuto sulla mia pelle il sapore amaro del pregiudizio e quello ancora più amaro dell'isolamento. È successo quando frequentavo le scuole medie . A 12 anni ero alta come adesso ma magrissima. Niente seno, niente cosce. Mi urlavano Olivia. E poi c'era anche chi mi ridava che ero un'africana. Che poi, che razza di offesa sarebbe? Noi siciliani siamo tutti africani e non ci vedo niente di strano. Il fatto è che sono allergica all'aspirina e quando la prendevo mi soi gonfiavano le labbra a dismisura. Un po' ci ho patito per queste discriminazioni. Ma neanche troppo. Più che altro si sviluppava la mia rogna, la tigna, la rabbia interiore. Le cattiverie altriui non le ho mai vissute con vittimismo forse perché quando tornavo a casa avevo una gran bella famiglia. In realtà mi facevano venire voglia di tirare calci e di reagire".  

In realtà la parte interiore di Catena che urla più forte le appartiene in seconda battuta, visto che arriva dall'infanzia segnata della sua adorata mamma. Un'infanzia fatta di enormi privazioni che Catena ha conosciuto atravreso iracconti della madre e dello zio e che, con l'empatia e la sensibilità che la contraddistinguono, ha finito per introiettare e fare completamente suoi. "In questi bambini tristi e malinconici che spesso abitano i miei libri ci sono i racconti dell’infanzia di mia mamma. Un'infanzia  che è stata davvero crudele, vissuta nelle sofferenze economiche e familiari. Per mia mamma  è stata davvero traumatica. Non c'era nulla, neanche il mangiare. Quando una bambina subisce questo, da grande i segni rimangono. E così, io, forse inconsapevolmente cerco di risarcire mia mamma per questa infanzia vissuta però con un pudore grandissimo, come solo sanno fare i bambini. Vorrei risarcirli tutti quei bambini feriti, quelle anime sofferenti, e indirettamente risarcire la mia mamma. Sì, è vero che io cerco di stare con lei il più possibile, di portarla sempre in giro con me. Un po' è come se l'avessi adottata. Ma poi non è quello che fanno tutti i figli quando i loro genitori arrivano a una certa età? ".

Qualche giorno fa Catena Fiorello è stata protagonista di un clamoroso sfogo sui social, subito dopo aver appreso di essere nella terna dei finalisti del premio Grinzane con il suo precedente romanzo, "Amuri". Una bella notizia, non c'è dubbio. "Ma ho voluto sottolineare che tutto ciò che ho ottenuto nella vita l’ho ottenuto grazie a persone illuminate che hanno giudicato i miei libri per ciò che sono. Non si sono fatti offuscare la vista dal fatto che fossi la signora Fiorello. E siccome questo pregiudizio è ancora vivo, ci tengo a ricordare che sono prima di tutto un’autrice senza nome. a chi si avvicina a me dico: "Prima guarda il libro dopo ricordati come mi chiamo". E a quel punto ho commentato il mondo dell’editoria in Italia che soffre ancora di tanto provincialismo, della necessità di passare dai salotti giusti. Fanno tanto i saccenti questi intellettuali che hanno capito tutto della vita, che hanno il verbo e che poi si perdono in cose di una banalità imbarazzante. Tutto dipende dai nomi. Alcuni vengono lanciati proprio perché sono "quei" nomi e altri penalizzati perché hanno "quell'altro" nome, magari conosciuto.Così ho solo ricordato che per fortuna ci sono ancora  premi che vengono dati a persone che non vengono segnalate proprio da nessuno. E tra queste ci sono anche io".

Insomma, la battitrice libera continua per la sua strada. Forte dei risultati raggiunti e di qualche consapevolezza arrivata con il passare degli anni. "Metto insieme gioia incredibile e cupezza infinita. Non sono bipolare, ve lo assicuro. Adoro tantissimo stare con gli altri, anche se quando piango lo faccio sempre da sola".