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Carlotta Vagnoli e quella "maledetta sfortuna" dei femminicidi: "Vi spiego come uscirne"

Intervista all'autrice di "Maledetta sfortuna: vedere, riconoscere e rifiutare la violenza di genere" che spiega: "La violenza di genere è democratica e trasversale. Relegarla a certi ambienti ci impedisce di riconoscerla e combatterla davvero"

Francesca Mulasdi Francesca Mulas   
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Gli episodi di violenza sulle donne non sono casi sfortunati, e un femminicidio non è una fatalità accidentale: sono il risultato di millenni di pregiudizi, visioni e comportamenti sbagliati. E solo la cultura ci può aiutare a scardinare l'idea che la donna sia qualcosa da controllare e possedere. "Maledetta sfortuna: vedere, riconoscere e rifiutare la violenza di genere", in libreria per Fabbri Editori, è un volume che racconta tutti gli aspetti della violenza sulle donne, da quelli solo apparentemente innocui come il catcalling o i cori da stadio fino agli episodi più gravi e tragici. E lo fa con un linguaggio semplice e diretto e con l'aiuto di notizie, grafici e statistiche che confermano ancora una volta come non sia un fenomeno isolato e relegato agli strati più marginali della società ma esteso e radicato ovunque. "La violenza di genere è democratica e trasversale - ci ha detto l'autrice Carlotta Vagnoli, attivista femminista che abbiamo incontrato a Cagliari lo scorso 16 settembre in occasione del Festival di letterature applicate Marina Café Noir organizzato dall'associazione Chourmo - non succede solo ai margini della società, in posti bui dove non possiamo arrivare. Relegarla a certi ambienti ci impedisce di riconoscerla e combatterla davvero". 

Carlotta Vagnoli, foto di Nunzio Pucci per Marina Café Noir 2021

Vagnoli, fiorentina di 33 anni, da tempo si occupa di femminismo, parità e contrasto alla violenza di genere; scrive su periodici, lavora con le scuole con attività di formazione per ragazzi e ragazze, ed è molto presente su Instagram dove conta oltre 270 mila follower. Il grande successo di pubblico soprattutto giovanissimo alla prima presentazione nazionale del suo libro, a Cagliari, ci fa capire quanto la sua attività di divulgazione e sensibilizzazione sia apprezzata e seguita. 

E a proposito di scuole e sensibilizzazione, molti gruppi politici vicini alla destra accusano chi porta la parità di genere tra gli studenti di voler imporre ideologie e sessualità, arrivando persino a costruire la cosiddetta "teoria gender": "La strumentalizzazione di certi temi è sempre funzionale - ci ha detto Vagnoli - viviamo un brutto momento in cui i temi sociali e i diritti civili che dovrebbero appartenere a tutti senza schieramenti sono diventati campagna elettorale. Si cerca di screditare i nuovi studi di genere, la lotta della comunità lgbtq+, quella delle persone con disabilità o i movimenti antirazzisti, e tutto per mantenere un potere che rimane nelle mani sempre delle stesse persone. Ecco come nascono grandi bufale come la 'teoria gender': nessuno va nelle scuole a imporrre qualcosa ai bambini e alle bambine, si cerca semplicemente di creare una società più inclusiva e attenta. Per farlo bisogna partire dalle scuole dell'infanzia, perché già alle medie e alle superiori molti hanno già fatto propri stereotipi e insegnamenti abilisti, sessisti, razzisti, transfobici e omofobi. Gli stessi libri di testo delle scuole sono densi di stereotipi terribili basati sull'appartenenza di genere: la mamma cucina e il padre lavora, i bambini giocano agli indiani... E' ora di scardinare questi pregiudizi per costruire insieme una società inclusiva".

La vera rivoluzione, sostiene Carlotta Vagnoli, è la cultura: "Fare cultura - scrive nel suo libro - deve passare in primis da riforme coraggiose, dall'accettazione dei limiti della società e dalla messa in discussione dei metodi educativi, familiari e statali che da sempre invece propiniamo ai giovani. Non sono le nuove generazioni a essere malate, marce, ingestibili: sono i nostri metodi educativi che non sono abbastanza inclusivi e adatti a saper comprendere, leggere e accogliere la contemporaneità". E conclude: "Stiamo iniziando a creare un linguaggio nuovo, un linguaggio emotivo diverso e libero. Vedo determinazione e preparazione nelle nuove generazioni e questo è un primo, grandissimo passo verso la cultura fondata sulla parità". 

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