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Uvaspina e gli esordienti promettenti

cronache letterarie   
Uvaspina e gli esordienti promettenti

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Inizia oggi “Leggermente emergenti”, la nuova rubrica dedicata agli esordi letterari, scritta da Anna Parente, con la quale cercheremo di scegliere e proporvi i migliori esordi in circolazione. Se volete aiutarci a scegliere e avete romanzi interessanti da segnalarci, accettiamo i vostri consigli. Intanto, iniziamo bene con Uvaspina di Monica Acito.

Una storia d’amore intensa, fra il protagonista Carmine Riccio, detto Uvaspina, e il poeta pescatore Antonio, muove le fila di questo romanzo, di gradevolissima lettura nonostante l’asprezza dei temi trattati. Tutto ruota intorno alle vicende di una famiglia disfunzionale, di una gioventù fragile, lasciata sola nel difficile cammino verso la maturità, e della figura del femminiello. La mitologia popolare partenopea lo tratteggia quasi come una divinità terrena, una creatura libera e metamorfica con i poteri di San Gennaro e, quindi, un portafortuna da sfruttare ma anche da umiliare e da svergognare. Spesso bullizzato, deve nascondersi “come un essere strisciante, fra i vasci e i  vicarielli “ dove è nato, spremuto come l’uvaspina.

Se Napoli vi incuriosisce o vi affascina, con i suoi contrasti di luci e di cupezze, di quotidianità esplicita e indolente, di immagini sublimi e misteriche, questo libro fa al caso vostro. Vi accompagnerà in una piacevolissima lettura per un intero fine settimana. Sarà un buon compagno di viaggio nell’intreccio mozzafiato che vi terrà incollati alle pagine, fra suggestioni visive, tattili e olfattive.

Se, prima della lettura, sarete colti dal timore di dover subire le stereotipie della narrativa partenopea più ingessata e meno significativa, rimarrete piacevolmente sorpresi dal garbo con il quale il racconto sguscia, direi come una vongola verace pescata a Mergellina, da questo rischioso intoppo conducendo sapientemente il lettore in dimensioni oniriche, a tratti poetiche.

Nella Napoli del realismo magico

Siamo nella Napoli della metà del secolo scorso, resa autentica dall’accuratezza delle ricerche fatte dall’autrice, Monica Acito, e dal gusto con cui questa descrive le caratteristiche di una piccola borghesia partenopea, non ancora completamente affrancata dalle origini plebee. Sono solidi i fili della trama e cesellati i personaggi, resi indimenticabili anche con brevi tratti. Primo fra tutti Uvaspina, il protagonista. Chiamato così fin dalla nascita per una voglia sotto l’occhio sinistro che ricorda un pallido frutto incastonato nella pelle.

Nella lettura, il godimento maggiore è riservato a chi ha il privilegio di conoscere già Napoli e l’ha frequentata nei luoghi dove è ambientato il romanzo. Questi appaiono come il cuore e le viscere della “città teatro”, immutati e immutabili nel tempo, capaci di generare ad aeternum le bestie e i mostri di un realismo magico partenopeo.

La storia si svolge in un’epoca ben definita ma sospesa in una dimensione onirica, soprattutto quando narra di amori e di infelicità. Attinge a rituali antichi e quasi dimenticati, come la “notte del chiummo”, la “figliata e la covata”, il malocchio. Narra dell’esigenza di evadere dalla realtà a volte dura “perché i napoletani se non li ammazza il vulcano, li ammazza la realtà”.

Le routine degli amantie i rituali paradossali delle famiglie destrutturate

Il romanzo descrive con delicatezza le struggenti e a volte dolorose routine fra gli amanti e dei rituali paradossali di qualche famiglia destrutturata, come la incredibile via crucis del mercoledì in casa Riccio, oppure la stanza segreta dell’amica di famiglia.Le storie, tante, si intrecciano e si snodano in un perimetro ben definito che mette in moto l’immaginario non solo di chi ha abitato quei luoghi ma anche di chi li ha solo visitati.

Si irraggiano dall’enigmatico palazzo Donn’Anna, che domina Posillipo, fino alla casba di Forcella. Dal Cimitero dei Colerosi, a Barra, fino all’elitario Circolo dei Canottieri a via Marina. Dal quartiere Chiaia, composto di vicoli squarciati in alto da lembi di cielo azzurro, intrappolato fra i cupi palazzi d’epoca, fino a Port’ Alba.Il perimetro si chiude verso corso Umberto e il mare di smeraldo. Non il mare azzurro placido delle cartoline ma quello cupo, dalle tonalità verdastre, denso e periglioso, dal profumo intenso, un po’ viscido al tatto per la presenza di alghe. Proprio come il mare che lambisce palazzo Donn’Anna, il luogo che diventerà l’avvolgente e protettivo nido delle notti di amore.

I luoghi, i personaggi e una storia d’amore struggente

I luoghi, in questo romanzo, vivono magicamente come entità a sé, quasi posseggano un’anima, una propria energia vitale intrecciata alle emozioni dei personaggi.Personaggi che porterete tutti nel cuore, sono numerosissimi e fanno capolino fra le pagine come un coro che incornicia la storia d’amore struggente di Antonio e di Carmine.

Mena, sorella del protagonista e presenza altrettanto significativa nel romanzo, è detta “lo strummolo” per la determinazione inarrestabile del suo temperamento, che la rende cinica e crudele quando vuole ottenere qualcosa. Le piace mentire perché “nella bugia puoi essere chi vuoi”.I fratelli Riccio, Mena “lo strummolo” e Carmine Uvaspina, sono fortemente legati e in lotta fra loro, in una osmosi feroce e crudele.

“Ogni parola tra i due, muta o silenziosa che fosse, era più vera di ogni cosa, anche del grande Corpo di Napoli”.

Entrambi desiderano fortemente la felicità, sia pure in modi diversi, ma non riescono mai ad “acchiapparla”.  Per loro, come per molti altri personaggi del romanzo vale il detto “La felicità, vista da fuori, ti colpisce come un manrovescio e dice: Tu, no!”

Dall’acquaiola al femminiello…

L’acquaiola vedova, icona dello struggimento dell’amore materno, trascina il suo carretto lungo il Rettifilo per offrire acqua fresca ai passanti, accettando spesso in baratto vecchi libri di cui le persone vogliono disfarsi. Poi li trascinerà faticosamente fino a casa per offrire “grandi sorsi di sapere” al suo amatissimo figliuolo Antonio. La schiena ossuta e ricurva di questa madre “farà nascere un poeta”.

Graziella, detta la “spaiata” è la madre di Mena e Uvaspina, un tempo prefica ai funerali e matrona nella casba di Forcella.  Ad un funerale conosce suo marito che le offrirà passione travolgente e una vita borghese che le farà sentire, però, inadeguata e che la renderà infelice quando il marito si stancherà di lei. Non è più la turgida rosellina di un tempo e lui “saprà punirla per averla sposata, così come sanno fare gli uomini”.

Antonio è il poeta pescatore, presenza misteriosa che anima l’enigmatico e solitario palazzo D’Anna. Lancia le reti per la pesca nelle acque marine sottostanti mentre legge o declama sonetti e versi poetici. In quel luogo magico si incontreranno i due amanti.

Lì, per la prima volta, Uvaspina scoprirà la dolcezza della poesia. I Sonietti antichi lo rapiranno e brilleranno per lui “come coda di sirena” sotto la luna.  Ma proprio in quel luogo sarà anche ferito dalla “luminosità crudele e fastidiosa del sole”, il suo sole, l’uomo di cui si è perdutamente innamorato e fidato.

Uvaspina, il femminiello, il più delicato e fragile personaggio del romanzo, è anche il cuore palpitante di questa storia, magica e cruda, dove non può mancare il personaggio odioso che abbandona i sogni per intraprendere la faticosa scalata sociale che lo porterà inesorabilmente a calpestare i più deboli.L’illusione e la delusione, la fiducia e il tradimento, gli amori e le passioni più coinvolgenti, la maledizione atavica dell’esclusione, il malessere esistenziale percorrono trasversalmente la storia dove pare che solo i più deboli debbano soccombere.

Monica Acito

Monica Acito è una promettente scrittrice alla sua prima pubblicazione. Formata presso la Holden di Torino, ha offerto, con il suo romanzo Uvaspina, un saggio significativo di qualità e talenti individuali, coltivati e supportati dal rigore della formazione professionale e da una ricerca decennale, come lei stessa racconta. Una bella operazione editoriale. Un bel romanzo da leggere.

Qui trovate l’incipit

“Tutti i mercoledì sera, Uvaspina e Minuccia aspettavano che la loro madre morisse.Ogni volta che la mamma stava male, fratello e sorella si davano la mano e si dicevano: “Stavolta ti faccio vedere che muore.”Graziella la Spaiata se ne stava distesa sul letto di ottone e boccheggiava come una grossa rana pescatrice appena sputata sul bagnasciuga: respirava talmente piano che a volte Uvaspina e Minuccia dovevano passarle le dita sotto il naso per vedere se era ancora viva.Poi la Spaiata riprendeva ad ansimare e sussurrava ai figli: “Ma se mammà vostra muore, glielo portate un fiore al cimitero?”Mentre faceva questa domanda aveva gli stessi occhi terribili e compiaciuti di quando, a Natale, si fotteva lo struffolo più grosso dal centro della tavola e se lo mangiava succhiandosi le dita laccate di smalto rosso.“No, mammà, tu al cimitero non ci vai, tu devi stare con noi!” pigolavano Uvaspina e Minuccia, mentre la Spaiata si faceva il segno della croce con la mano mancina e chiedeva ai figli di chiamare don Domenico per l’estrema unzione. Poi tornava a respirare piano: i suoi capelli color ruggine, frutto di un errore di Barbara la parrucchiera, sembravano già i capelli di una morta, e la ricrescita, sotto il lampadario a gocce, aveva lo stesso grigio che stava sulle lapidi al cimitero dei Colerosi”.

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