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Una minima infelicità. Un’esordiente allo Strega.

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Una minima infelicità. Un’esordiente allo Strega.

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“Nelle fotografie sediamo sempre vicine, io e mia madre: lei pallida, a disagio, con uno sguardo che pare scusarsi. A quei tempi pregava ancora Dio che le mie ossa si allungassero. Ma Dio non c’entrava. Se ci vuole ostinazione per non crescere, io ne avevo anche troppa”.

Una minima infelicità, breve romanzo psicologico e di formazione, è la storia di una tormentata relazione madre-figlia e di una infelicità appresa. È la narrazione di vuoti e di mancanze negli affetti, di impotenze nei sentimenti, che l’autrice rappresenta con capitoli brevissimi quasi paragrafi strozzati. Quasi che la singolare fisicità della protagonista si inverasse nella singolare fisicità del testo.

Less is more

È infatti un romanzo che, nella sua semplicità lessicale e nella linearità dell’azione, è, sotto tutti i punti di vista, un’applicazione del valore del meno e della sottrazione. Mezze pagine lasciate in bianco per ospitare foto che, sia pur minuziosamente descritte, non vengono mai mostrate.Non esiste collocazione spazio-temporale di questo romanzo in cui il tempo, dilatato e sospeso, è materia enigmatica. In uno spazio reso onirico, il lettore può adattare il racconto a sé, alle sue esperienze di vita e al suo immaginario. Si può vivere la vicenda in modo quasi catartico.

Annetta, la miniatura

Annetta, la protagonista, è un personaggio inaudito. Vive da sempre, e per sempre vivrà nel ricordo dei lettori, all’ombra della madre. Di piccola statura ma proporzionata nelle sue parti come una miniatura, sente irraggiungibile la fisicità esuberante della madre, che le appare sfolgorante nella sua eleganza e perfezione. Anela e mendica invano l’attenzione di quella che per lei è una dea infelice. La bambina, infatti, si colpevolizza per la sua statura che minerebbe la perfezione materna e ne causerebbe l’infelicità e l’irrequietezza. La stentata crescita fisica incarna la stasi psicologico-evolutiva del personaggio, che la accompagnerà verso una progressiva chiusura alla vita e verso un epilogo paradossale.

La madre, dea

Sofia Vivier, la madre di Annetta, è una donna sfuggente e affascinante, frigida nei sentimenti eppure alla continua ricerca dell’amore che forse non saprebbe neppure riconoscere qualora lo incontrasse. È rappresentata in una fuga perpetua e inarrestabile, anche fisica.

Elegantemente vestita, a passeggio per strade campestri, conduce con sé ogni giorno la sua bambina, trascinandola per mano in un errare perenne e ossessivo, alla ricerca di sguardi occasionali che le procurino benessere. Poche pennellate dell’autrice e balza alla mente e scorre come un reel uno dei leif motive di Buñuel ne Il fascino discreto della borghesia. Si tratta delle intermittenti e inspiegabili camminate del gruppo di protagonisti. Superficiali e disorientati borghesi, frettolosi ma senza alcuna meta, che percorrono stradine di campagna, perfettamente agghindati come per un evento mondano.

Altro rito angosciante e sterile a cui la madre sottopone quotidianamente Annetta, è il pranzo del mezzogiorno, servito con preziose ed eleganti porcellane Herend. È già pronto in tavola, apparecchiato esclusivamente per loro due, ma ormai freddo ghiacciato. E, ancora, l’incredibile collezione personale di costosi soprammobili che nessuno deve toccare e la cassapanca colma di vasellame di valore, di Lalique, di cadrepot di porcellana, di bronzetti Troubetzkoy.

Il pensiero corre al libro o al taccuino di Janet Frame che, caricati di qualità meravigliose come se fossero oggetti sacri, le trasferirono la carica vitale per la sua sopravvivenza nel buio del manicomio. Oppure va agli elenchi incalzanti di Neruda, alla viola appassita e alle carte da giunco di Borges che attribuisce a las cosas un valore quasi mistico. Gli oggetti dureranno più in là del nostro oblio. Essi scandiscono come pietre miliari le tappe della vita, ne alleggeriscono il peso e a volte salvano dalla morte dell’anima. Così, forse, accade anche a Sofia Vivier.

Le assenze

Nonostante tutto Annetta non si sente infelice. Questo è un romanzo dell’assenza, animato dagli eroi della negazione, che incarnano alcuni aspetti emblematici dell’umanità tutta e ammiccano ad antieroi immortali.A Bartleby, per esempio, lo scrivano di Melville, figura “pallidamente linda, penosamente decorosa” o ad Aracoeli di Elsa Morante e al figlio Manuele, vissuti in simbiosi fino alla consunzione di lei e alla conseguente furiosa follia di lui.

Mentre si snoda la trama del romanzo, il pensiero corre a Sinfonia d’autunno di Bergman. A Charlotte, madre egocentrica, esuberante e teatrale nel suo smagliante abito rosso, decisamente sfrontato e inopportuno per l’occasione. A sua figlia Eva, dimessa nell’abbigliamento e nella postura, con i capelli raccolti intorno ad un volto mascherato dietro spessi occhiali. Figlia dall’atteggiamento arrendevole e passivo, patologicamente insicura, indifferente al mondo esterno. Proprio in questo film di Bergman la relazione madre-figlia, crudamente scandagliata e messa a nudo, è definita, senza mezzi termini, maledizione ancestrale, perché complessa e irrisolvibile.

Gli altri personaggi del dramma

Il padre, rappresentato a mezzobusto dietro al banco di vendita dei tessuti, mette sempre ordine nel suo negozio, non potendo fare altrettanto in famiglia. La sua fisicità, e dunque la sua presenza nella vita della bambina, è sentita e ricordata da Annetta per un’unica, singolare giornata trascorsa al mare insieme. Quando lui, pur avendola presa in braccio per proteggerla, l’ha involontariamente turbata.

Suor Agnese è la maestra che la accusa ingiustamente di nutrire interessi precoci per l’età, minando la sua indifesa ingenuità.Poi c’è la domestica che spadroneggia in casa, bullizzando le due donne e rendendo così ancor più debole la madre, nel suo già precario ruolo.Infine, ci sono la nonna materna, particolarmente eccentrica per una malattia mentale incalzante, un amante della madre e due compagne di scuola di Annetta.

L’autrice, Carmen Verde

Carmen Verde, maturata alla scuola romana di scrittura di Molly Bloom, entra nella dozzina dei finalisti al Premio Strega 2023, con il suo primo romanzo, breve e “dal ritmo veloce e leggero” (Dacia Maraini) cesellato come una miniatura, accurata e complessa.

Si dice che nei libri di esordio compaiano le ossessioni degli autori. Eccole sotto forma di aforismi, ricavati da interviste online all’autrice.

È appassionata a ciò che è piccolo. La miniatura è una riduzione in scala che le sembra favorisca l’osservazione. Pratica, perciò, nei suoi scritti l’arte della miniaturizzazione. Minima, dunque, non significa minore ma unica. Individuale. Specifica.

Ritiene che la letteratura sia finzione e dispositivo per l’immaginazione. Non è la vita ma aiuta a capire il mistero della vita, senza svelarlo.

I libri sono ricordi: sedie zoppe che necessitano di supporti che l’autrice crea e racconta, utilizzando la doppia grammatica delle parole e delle immagini-foto. Le foto vanno raccontate, non pubblicate: in tal modo inverano la letteratura per sottrazione.

La scrittura è disciplina per l’autrice, che deve invadere la psicologia del lettore.

Carmen Verde preferisce mantenere un distacco adeguato dai suoi personaggi che sente diversi da sé, eppure simili in qualcosa. Lascia, perciò, che la protagonista racconti in prima persona la sua storia.

La somiglianza è fatta di mancanze; se così non fosse sarebbe uguaglianza.

Le ragioni dell’amore sono più difficili da capire delle ragioni dell’odio.

Bisognerebbe studiare a scuola le infelicità delle nostre madri.

La malattia ha un’essenza spirituale perché confina con la morte.

Se l’infelicità fosse canzone viaggerebbe sulle note di Je suis malade…  cantata da Dalida.

“Comme quand ma mére sortait le soiret quelle me laisseit seule avec mon desespoiret je suis comme un oiseaux meurt…”(potete ascoltarla qui…)

Una minima infelicità

Insomma Una minima infelicità offre una lettura leggera che vorrebbe essere originale ma non sempre ci riesce, dura un pomeriggio, però fa riflettere e sollecita il confronto su un enigma coinvolgente e sempre attuale, forse irrisolvibile.

“Non si finisce mai di essere una madre e una figlia…” Ingmar Bergman, Sinfonia d’autunno

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