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Truman Capote: un anniversario “a sangue freddo” (con serie tv in arrivo)

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Truman Capote:  un anniversario “a sangue freddo”  (con serie tv in arrivo)

In una delle ultime interviste che aveva concesso era stato descritto così: “Un omino bambinesco, un metro e sessanta per quarantacinque chili scarsi… con una voce cantilenante e interrogativa”. Eppure Truman Capote, alla sua maniera, è stato un titano nel panorama spesso rachitico degli scrittori. Per intenderci, uno che – a chi gli chiedeva se James Joyce e Marcel Proust avessero portato il romanzo al suo limite estremo – sapeva rispondere:

“Non lo penso affatto. Il romanzo ha le sue radici, ma credo che si sia avvicinando sempre di più a quello che sto tentando di fare io, ovvero trasformare la verità in finzione, o la finzione in verità… Si tratta di raccontare una storia, solo di questo. Si tratta di imparare a controllare ciò che si narra, in modo che scorra più velocemente e nello stesso tempo scavi più in profondità”.

Velocità e profondità. Il bello è che Capote non millantava affatto, ma sapeva farlo davvero come (quasi) nessuno è stato capace. Per questo le celebrazioni e i tanti libri usciti – o di prossima pubblicazione – per il centenario della sua nascita (settembre 1924), non possono che immalinconire se si pensa che, contemporaneamente, siamo anche a quaranta anni dalla sua morte (agosto 1984). Così siamo autorizzati a sospirare: se alcol, droga e soprattutto depressione non lo avessero portato via presto, chissà che cosa avrebbe potuto regalarci.

La serie tv Feud: Capote vs. The Swans firmata da un talento come Gus Van Sant – a maggio su Disney+ – sarà senz’altro benedetta, ma potrebbe cristallizzare l’immagine dello scrittore di New Orleans soprattutto nel suo aspetto pubblico e nelle relative ostentazioni legate a lusso, vanità e perfidia nel pettegolezzo, che spesso facevano apparire macchiettistica anche la sua omosessualità. D’altronde, quella sorta di suicidio mediatico a cui (inconsciamente?) si sottopose, gli fa correre tuttora il rischio di essere etichettato solo come sfortunato artista di corte – nel reame della mondanità internazionale. Quando invece la letteratura per lui è stata anche lo strumento per un riscatto sociale a cui la figura di sua madre Lillie Mae (così ambiziosa da abbandonare il figlio) non è stata affatto estranea.

Proprio per questo mi piace ricordare Capote per quello che è stato nella sua essenza, cioè innanzitutto uno scrittore in grado di passare, con leggerezza e profondità, dal racconto al romanzo, incidendo il tessuto della società statunitense del suo tempo fino a lasciare intravedere l’oscurità che vi era dentro. Colazione da Tiffany, A sangue freddo e Preghiere esaudite per certi versi rappresentano la cartina di tornasole di una produzione varia, ma meno difforme di ciò che si potrebbe pensare.

Il primo romanzo: Colazione da Tiffany

Il destino però, ha senso dell’umorismo. Così, se il primo (breve) romanzo (1958) ha regalato a Capote una popolarità folgorante, crediamo però che sia stata la versione cinematografica (1961) – santificata dalla straordinaria Audrey Hepburn – a restare maggiormente incagliata nell’immaginario collettivo, soprattutto grazie a un lieto fine (con relativo gattino bagnato) che non passa mai di moda. Eppure il libro, a dispetto della apparente leggerezza della protagonista Holly Golightly, è assai diverso, cioè dolente e malinconico, oltre che senza certezze di happy end (neppure per il gatto).

Holly è in fuga da tutto, anche dal suo vero nome – in realtà si chiama Lulamae – ed è disposta a tutto pur di arrivare al benessere e alla sicurezza sociale che insegue, quella che i gioielli di Tiffany rappresentano. Non nascondiamolo: Holly è una escort, una prostituta (forse in alcune fasi della sua vita neppure di alto bordo) che cerca di mascherare attraverso il sorriso la sua scalata sociale a volte umiliante. L’ottimismo che pervade la ragazza, però, è così potente e contagioso da affascinare chiunque le sia accanto. Perciò l’aspirante scrittore che racconta la sua storia, così come tutti coloro che le hanno voluto bene, alla fine si arrendono e non possono che sperare per lei una sola cosa: che trovi il suo posto nel mondo. Nulla di più.

“Buona fortuna: e credi a me, carissimo Doc, è meglio guardare il cielo che viverci. Uno spazio così vuoto; così vago. Solo un posto dove va a finire il tuono e le cose scompaiono”.

Morale: il cielo di Holly è sempre azzurro, ma si capisce in fretta che la ragazza ha dovuto accogliere così tanta zavorra nel cuore da non poter più trovare vera pace. Così come i lettori della sua storia, ormai un po’ innamorati di lei.

Otto anni dopo: A sangue freddo

Niente amore, invece, per Perry Edward Smith e Richard Hickock, i due autori del quadruplice omicidio della famiglia Cutter, in Kansas, nel novembre 1959, che li portò all’arresto, al processo e infine al patibolo. La loro storia è raccontata da Capote nel romanzo che lo ha traghettato nei pressi dell’immortalità.

A sangue freddo (1966) crea e in certo modo canonizza quel romanzo-reportage (fiction novel) ormai di gran moda, senza che tanti fruitori del genere sappiano come i frutti spesso insipidi degli epigoni non abbiano nulla a che vedere con la qualità dell’archetipo (leggi anche qui).

Il libro suscitò polemiche di carattere letterario ed etico, che valsero allo scrittore la fama di cinico voyerista per il distacco oggettivo con cui racconta un brutale e feroce episodio di cronaca nera, indagando nel contempo sulle origini della coppia di sbandati che sconvolgono il tranquillo mondo rurale degli Stati Uniti. Al netto del presunto rapporto sentimentale che sarebbe nato con uno degli assassini, l’inchiesta che portò avanti sconvolse anche la vita stessa di Capote, che da quel momento – letterariamente parlando – divenne per certi versi inconcludente, nonostante la modernità stilistica a cui era approdato. Basti pensare alle descrizioni che fa dei luoghi, spesso taglienti come lame

“Il villaggio di Holcomb si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto dello stato viene definita «laggiù»”. “Le città di mare erano la sua gioia: posti affollati, rumorosi, con tante navi e l’odore di fogna”. “Dopo una pioggia, o quando le nevi si sciolgono, le strade prive di nome, di ombra, di pavimentazione, passano dal polverone al fango”.

Nessuna sorpresa che la durezza dell’ambiente e della natura si specchino in quella dell’uomo:

“Se sono dispiaciuto? È questo che intendi? No, non è così. Non sento niente. Vorrei provare qualcosa. Ma niente mi tocca veramente. Mezz’ora dopo quel che era accaduto, Dick diceva scemenze e io ridevo di quelle scemenze. Forse non siamo umani. Sono umano quel tanto che basta per dispiacermi di me stesso. Mi dispiace l’idea che quando tu uscirai da qui io non potrò fare lo stesso. Tutto qui”.

Tutto qui. Forse per questo anche la morte, alla fine, può essere accettata con comprensibile rassegnazione.

 

Preghiere esaudite: il romanzo che lo mise al bando

E a proposito di fine, la vera chiusura del cerchio letterario di Capote non può che essere rappresentato da Preghiere esaudite, l’abbozzo di capolavoro che lo mise per sempre al bando dai suoi “Cigni”, le regine del “jet set” internazionale che si contendevano la sua amicizia e che lo avevano vezzeggiato per anni. I tre capitoli degli otto complessivi previsti – pubblicati su riviste fra il 1975 e il 1976 – compongono meno della metà di ciò che per lo scrittore avrebbe dovuto essere la propria versione della Ricerca del tempo perduto in salsa newyorchese.

Come Proust aveva descritto il bel mondo della Francia a cavallo fra Il XIX e i XX secolo, Capote voleva tratteggiare – ma con maggiore ferocia – l’alta società dei suoi anni. Il problema è che non fece nulla – se non cambiare blandamente i nomi – per nascondere l’identità dei personaggi di cui parlava, non nascondendone vizi, meschinerie e bassezze di alcun tipo, a cominciare da quelle sessuali, tanto da spingere al suicidio (si disse) anche una lady con un passato turbolento.

Quanto bastava perché venisse ostracizzato per sempre da coloro che erano state le sue confidenti e anche le principali fonti delle sue narrazioni. Da quel momento i ricchi e potenti gli chiusero le porte in faccia, accelerando esponenzialmente la sua discesa in quel tunnel di droga e alcol che lo portò alla morte. La domanda che in mezzo secolo tutti si sono posti è sempre quella: perché lo ha fatto? Perché si è “volontariamente” escluso da quel mondo a cui aveva sempre aspirato, coronando il sogno abortito di sua madre (e la psicoanalisi ne avrebbe da dire)?

Eppure Capote rimase sinceramente stupito dalle reazione suscitate. A qualche amico che, prima della pubblicazione, aveva già annusato i problemi che sarebbero poi arrivati, rispose col suo fare semiserio: “Sono tutti così cretini che non si accorgeranno di nulla”. Una volta scoppiata la tempesta, invece, la linea difensiva cambiò: “Perché si arrabbiano? Volevo regalare loro l’immortalità”.

Quella, invece, rimarrà probabilmente appannaggio della sua lingua sincopata e senza freni inibitori, che scarnificava una classe sociale apparentemente indifferente a tutto ad eccezione del proprio divertimento. “Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte”, è la frase di Santa Teresa d’Avila che folgora Capote per il titolo. Ed è la cosa più sacra del romanzo che – fra marchette, sesso orale “per rafforzare le mascelle” e decadenza inavvertita – svela il vuoto del mondo dei potenti e degli ipocriti.

“Benché il prete e l’assassina continuassero a sorseggiare e a bisbigliare al loro tavolo, i locali del ristorante si erano svuotati. Rimanevano solo la guardarobiera e alcuni camerieri che scuotevano con impazienza i tovaglioli. Altri camerieri stavano preparando i tavoli e disponendo i fiori per gli avventori della sera. Era un’atmosfera di lussuosa spossatezza, come una rosa matura che comincia a perdere i suoi petali; e fuori aspettava soltanto il pomeriggio in declino di New York”.

Il manoscritto in una misteriosa cassetta di sicurezza?

Il vero declino, in realtà, fu quello di Capote, che però quarant’anni fa ci ha salutato alla sua maniera, cioè con un giallo da svelare. Le tesi più accreditate raccontano come Preghiere esaudite – dopo la bufera sollevata dalla pubblicazione dei tre capitoli – non fosse mai stato terminato. Altri invece spiegano che lo scrittore lo avesse concluso e poi distrutto. Ma c’è una terza versione, corroborata da alcune affermazioni dello stesso Capote (storicamente un gran bugiardo), che dicono questo: il manoscritto completo si troverebbe in una misteriosa cassetta di sicurezza a cui nessuno ha mai avuto accesso.

Sarà vero? Confesso che mi piace pensarlo, anche perché così un giorno qualcuno, aprendo quella cassetta, potrebbe all’improvviso resuscitare la prosa di un piccolo grande uomo che, paragonandosi a Charles Dickens riusciva a scrivere questo:

“Si dice che l’inglese, quando lavorava, soffocasse dalle risate per il suo stesso umorismo e riempisse il foglio di lacrime quando faceva morire i suoi personaggi. La mia teoria, invece, è che uno scrittore dovrebbe asciugarsi le lacrime ed esaurire le risate prima, molto prima di cercare di evocare le stesse emozioni nel lettore. In altre parole, credo che l’intensità maggiore nell’arte in tutte le sue forme si ottenga usando la testa in modo deliberato, duro e freddo”.

Missione compiuta. Di certo lo stile di Truman Capote sapeva essere senz’altro duro e freddo come un bisturi, ma forse lo era ancor di più il cuore di alcuni personaggi che ci ha lasciato. Che poi siano stati reali o fittizi importa fino a un certo punto. Perché non è da escludere che qualcuno di noi, guardandosi allo specchio, sarebbe in grado di riconoscervisi senza neppure arrossire.

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