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Serie tv – Il miglior “Mr. Ripley” di sempre

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Serie tv – Il miglior “Mr. Ripley” di sempre

Patricia Highsmith scrisse Il talento di Mr. Ripley all’inizio degli anni ’50, di ritorno da un viaggio in Europa. La sua intenzione, come dichiarerà poi, era quella di offrire, attraverso il personaggio di Tom Ripley, un ritratto quasi sociologico della gioventù del dopoguerra che, dopo la rovina e la distruzione, non riusciva a ritrovarsi e faticava a non abbandonarsi a un edonismo senza freni.

Scrivendo il suo giallo, l’autrice si smarca dai due tipi di poliziesco più in voga all’epoca: il noir e il giallo alla Agatha Christie.La formula del whodonit, che viene così riassunta dal poeta W.H. Auden: “Si verifica un omicidio; molti sono i sospettati; tutti i sospettati, tranne uno, che è l’assassino, vengono eliminati; l’assassino viene arrestato o muore”, non interessava alla Highsmith, di più, la detestava proprio.

“Indovinare l’identità di un assassino, non mi appassiona, è solo un rompicapo, e i rompicapi mi annoiano profondamente.”

Ed ecco allora Tom Ripley, uno psicopatico, qui ancora alle prime armi, che nel corso del romanzo si evolve attraverso una maturazione ‘criminale’ talmente potente ed efficace da portarlo a diventare protagonista, negli anni, di altri quattro libri della scrittrice americana.

Tom è un truffatore e un assassino senza scrupoli che, con il passare del tempo (e dei romanzi), acquista un notevole fascino, unito a uno squisito gusto per le cose belle della vita.

In questo primo romanzo, la Highsmith è bravissima a portare il lettore a identificarsi totalmente con lui senza quasi che se ne accorga. E alla fine, eccoci tutti lì a tifare spasmodicamente per il cattivo della storia, sperando che sfugga alla punizione che meriterebbe per i suoi crimini.

“Nei miei libri”, dice ancora la scrittrice “le vittime sono quasi sempre individui malvagi o noiosi, quindi si tifa per l’assassino”.

Il segreto è tutto lì.

Il talento di Mister Ripley di René Clément

Ovviamente, il cinema non poteva rimanere insensibile a un personaggio di questo tipo e nel 1960, René Clément ha tratto da Il talento di Mister Ripley il suo Delitto in pieno sole.

A interpretare Tom è un giovanissimo Alain Delon, a cui il regista conferisce anche alcuni aspetti del protagonista di un secondo romanzo, questo molto in voga all’epoca: Lo straniero di Albert Camus, accentuando le parti esistenzialiste del libro della Highsmith.

Pur allontanandosi dal libro originale, Clément realizza un grandissimo film, eliminando completamente la repressa attrazione sessuale di Ripley nei confronti del ricco Philippe Greenleaf (la sua prima vittima) e sostituendola con la lotta di classe, un elemento che in origine quasi non esiste, sviscerando il rapporto servo-padrone e l’umiliazione che ne deriva per il servo.

Il Greenleaf della Highsmith non mortifica mai l’amico, cosa che invece fa il personaggio interpretato da Maurice Ronet sullo schermo. È in seguito a questo che il Ripley-Delon diventa un portatore di odio allo stato puro. Il suo odio è ancora più inquietante in quanto rimane celato in un silenzio che – come scrive Roberto Chiesi in René Clément. Regista virtuoso e sperimentatore – ha l’effetto di rendere ancora più oscura e intensa la sua ferocia.

Per indurre lo spettatore a identificarsi con Tom Ripley, Clément gli fa detestare così tanto Greenleaf da trasformare il suo omicidio in una sorta di catarsi anche per chi guarda. Ci riesce rendendo palese il piacere che il giovane prova ad umiliare sia Tom che Marge; e si sa che un’umiliazione subita da un personaggio ci porta subito ad empatizzare con lui.

Mr. Ripley di Anthony Minghella

Nel 1999, ad adattare il romanzo della Highsmith per il grande schermo, ci prova uno dei registi più sopravvalutati degli ultimi trent’anni, Anthony Minghella. Se il film di Clément era sostanzialmente infedele al libro, ma bellissimo, quello di Minghella è abbastanza fedele, ma cinematograficamente mediocre.

A interpretare Tom Ripley, questa volta è Matt Damon, mentre nel ruolo di Greenleaf c’è il bravissimo Jude Law, di gran lunga la cosa migliore del film.Minghella elimina la lotta di classe e ripristina, rendendola palese, l’attrazione omosessuale di Tom per l’amico, ma, fa l’errore di rendere Tom troppo compassionevole, snaturandolo profondamente.

Tom Ripley non è né, per fortuna, sarà mai, quella roba lì, nemmeno ai suoi inizi. È un truffatore senza scrupoli, un approfittatore spietato: un figlio di puttana fatto e finito.

Se il personaggio dei romanzi aveva qualcosa di alieno e quello di Delon ribolliva dentro, il Ripley di Damon è un “patatone” con pochissima oscurità dentro. A questo possiamo aggiungere anche l’insopportabile rappresentazione di un’Italia che più stereotipata di così non si potrebbe e il fatto che, dopo l’omicidio di Greenleaf, il film perda clamorosamente di intensità. Il delitto avviene troppo presto e tutta la seconda parte risulta “faticosa” e poco interessante.

Greenleaf e Ripley sono personaggi troppo semplici e decifrabili per creare un qualche tipo di empatia. Banalizzando, il primo è un bambino viziato; l’altro è “cattivo” perché rifiuta la propria omosessualità. La dove la Highsmith lavorava di fino, con il bisturi, Minghella usa, come sempre, accetta e motosega. E là dove la scrittrice scavava dentro i suoi personaggi rendendoceli in qualche modo, affini, il regista annaspa nella scontatezza.

E veniamo finalmente alla serie Ripley

Sceneggiata e diretta da Steven Zaillian – uno che, tra le altre cose, ha scritto anche Schindler’s List e Gangs of New York e poi, insieme a Richard Price, la strepitosa miniserie The night ofRipley è di gran lunga la migliore serie di questo inizio 2024.Ogni singola cosa, dalla scrittura alla fotografia in bianco e nero (non digitale), dalla recitazione alla regia è praticamente perfetto.

Esistono sostanzialmente due modi per trasformare un romanzo di lunghezza “normale” (ammesso che questo termina abbia un senso) in una serie televisiva. Il primo è quello di aggiungere snodi drammaturgici ed eventi, il secondo è quello di raccontare la storia che già c’è prendendosi i tempi che servono.Paradossalmente, delle due, è la seconda la scelta più autoriale. E Zaillian, così facendo, si dimostra ancora una volta un grande autore.

In Ripley tutto è lento e faticoso. Ogni cosa costa. Uccidere, nascondere un cadavere, ma anche soltanto salire o scendere una delle innumerevoli scale che costellano i vari episodi a partire dal teaser: fateci caso, meriterebbero un articolo a parte.Niente è semplice per il povero Tom: ogni cosa va faticosamente guadagnata. Ed è su questo che Zaillian organizza gran parte del suo racconto.  

Graham Greene, che della Highsmith era un grande estimatore, scrisse di lei che era una “poeta dell’apprensione”, definizione che calza perfettamente anche a Zaillian.L’attenzione che il regista presta a ogni mossa di Tom, permette proprio all’apprensione – e alla tensione – di crescere fino a diventare insopportabile.

Per finire, due parole su Andrew Scott

Non potendo contare su una fisicità prorompente come quella di Delon, l’attore costruisce il personaggio di Ripley quasi esclusivamente tramite lo sguardo. Sono i suoi occhi a fare gran parte del lavoro e a lasciare sempre intravedere, anche quando il resto del viso sorride, l’orrore e una percettibile mancanza di passione. Questa è un’altra differenza rispetto al romanzo, che sulla carta renderebbe più difficile l’identificazione del pubblico con il personaggio. Eppure, ancora una volta, il miracolo avviene e noi spettatori non vorremmo più avere alcun Ripley all’infuori di quello interpretato da Scott.

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