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Quando il Soprannaturale è al femminile: Squires e Riddell

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Quando il Soprannaturale è al femminile: Squires e Riddell

Il Soprannaturale al femminile è un genere che negli ultimi decenni ha ottenuto un successo sempre crescente, ma che ha lasciato molto perplessi gli esperti del settore: va benissimo Anne Rice, ma già Lisa Jane Smith sembra un po’ troppo contaminata dal romance. Per non parlare di Charlaine Harris e soprattutto della saga di Twilight di Stephenie Meyer, che è stata pesantemente criticata da Stephen King per la sua sdolcinatezza e dalle femministe per la rappresentazione passiva e vicaria delle figure femminili.

Niente vampiri adolescenti innamorati

Sul tema delle scrittrici di horror ho già pubblicato una recensione di Lisa Tuttle (puoi leggerla qui), autrice di sicuro talento ma non dello stesso successo di quelle sopra citate. Sembra infatti che l’horror di qualità debba rimanere limitato ad ambiti di nicchia, a piccoli editori che raramente arrivano in libreria e a titoli diffusi soprattutto tramite il passaparola dei lettori.

Per tornare sull’argomento ho scelto due libri diversissimi tra loro, accomunati soltanto dalla fama immeritatamente scarsa. Li ho scelti proprio per mostrare la vastissima gamma di possibilità che le scrittrici valide possono mettere in campo, quando non si limitano alle storie di vampiri adolescenti innamorati.

Uno è arrivato in Italia grazie all’Agenzia Alcatraz e alla sua volontà di proporre ai nostri lettori (con le copertine originali d’autore di Henri Lievens), nella collana Bizarre, l’intero catalogo Fantastique della gloriosa casa editrice franco-belga Marabout. Va detto che in questo catalogo le presenze femminili sono poche (appena 7 su oltre 120 titoli), ma è confortante il fatto che due di esse siano già state tradotte. La prima è stata Ethel Mannin, con Lucifero e la bambina. Poi è arrivato Il fantasma nello specchio, di Patricia Squires.

Patricia Squires

Il fantasma nello specchio è un libro singolare, perché non si capisce bene se sia una raccolta di casi “reali” di apparizioni e altri fenomeni soprannaturali, o un’opera narrativa a tutti gli effetti, sebbene la finzione dei racconti si ispiri alla testimonianza diretta dei protagonisti.

Quest’ultima tecnica, si sa, ha spesso riscosso notevoli successi: basti pensare al celebre Orrore ad Amityville di Jay Anson, del quale esistono ancora molti seguaci disposti a giurare che sia tutto vero.

Le note biografiche della Squires (il cui nome vero è Sylvia Patricia Deegan) riportano che dall’età di 19 anni è sposata con un “medium” e scrittore dell’occulto, Eric Ball (che si firma E. Squires England) e quindi viene più facile credere che le storie siano state davvero trascritte così come sono state raccontate all’autrice.

In questo senso, Il fantasma nello specchio può essere accomunato ad altri celebri testi simili, come Il libro dei fantasmi di Lord Halifax, basati innanzitutto sulla credulità dell’autore e solo successivamente di quella dei lettori.

Il fantasma nello specchio 

Il fantasma nello specchio consiste di nove racconti, tutti mediamente più lunghi di quelli essenziali di Lord Halifax. Il tema più frequente è quello del luogo – spesso un immobile – infestato da uno spirito. Ma non mancano gli avvertimenti a distanza, non solo di spazio ma anche di tempo, e le percezioni inspiegabili.

Tutte le vicende si svolgono nell’Inghilterra degli anni ’50 e vedono quali protagonisti dei personaggi perlopiù modestissimi, quando non addirittura spiantati. Si tratta dunque di gente semplice, un po’ superstiziosa, facilmente suggestionabile anche quando abituata alla concretezza quotidiana.

La Squires è brava a creare una tensione non eccessiva, partendo ogni volta da una realtà quotidiana che sembra normalissima finché non interviene qualche stranezza a turbarne l’equilibrio. Dopodiché, quando si cerca una spiegazione, la stranezza cresce fino a raggiungere l’inspiegabile. Gli spiriti che si rivelano sono spesso identificati come quelli di persone che hanno fatto una brutta fine. Non sempre sono malvagi, ma quando lo sono è un bel problema per chi ha a che fare con loro.

Questi nove racconti, usciti nel 1972, rappresentano da soli l’opera omnia della Squires che non ha più scritto (o, almeno, non ha più pubblicato) altro. Anzi, non si sa neppure che fine abbia fatto, visto che non dà sue notizie da decenni. Nata nel 1936, oggi potrebbe essere ancora viva, sebbene piuttosto anziana.

Charlotte Riddell

L’altro libro è un classico dell’800 recuperato ed è opera di un’autrice fecondissima, l’irlandese Charlotte Riddell, autrice di qualcosa come 56 libri pubblicati in vita (1832-1906), molti dei quali bestseller vittoriani, pubblicati in gran parte sul St. James Magazine, di cui era editrice e comproprietaria.

La casa disabitata è un romanzo proposto da ABEditore che da sempre è molto attento e accurato nel recupero di piccoli capolavori dimenticati del genere e si avvale dei servizi di quell’interessante associazione che è La bottega dei Traduttori.

La casa disabitata

Si tratta di un tipico romanzo del suo tempo – uscì per la prima volta nel 1875 – in cui l’autrice fa valere la sua conoscenza del mondo londinese degli affari. Al centro della vicenda c’è una casa che è stata teatro della tragedia di un suicidio e che deve essere affittata dallo studio legale che cura gli interessi degli eredi. Ma qualsiasi inquilino fugge dopo una breve permanenza, raccontando che il luogo è infestato da un’entità che attraversa porte e muri. L’intraprendente Harry Patterson, aspirante avvocato, accetta di stabilirsi nella casa per far luce sul mistero.

Lo svolgimento della trama può apparire molto convenzionale al lettore di oggi, ma in ogni caso, bisogna riconoscere a Charlotte Riddell la capacità di sovrapporre misteri a misteri (non solo soprannaturali ma anche fin troppo terreni) e di non spingere la caratterizzazione del protagonista fino a renderla inverosimile. Infatti, a un certo punto, lo sforzo di scoprire la verità comincerà a diventare troppo pesante per Patterson, che dovrà chiedere aiuto a un amico medico, il pratico e concreto Ned Munro.

Come spesso avviene nelle opere di quel periodo, le descrizioni e i dialoghi presentano elementi di un sottile umorismo. Che, dettaglio singolare considerando le origini dell’autrice, sembra prendere in giro soprattutto i modi degli irlandesi.La Riddell non è un nome nuovissimo per i lettori più attenti. Alcuni suoi racconti (almeno tre) sono usciti in vecchie antologie e un altro racconto un po’ più lungo, La porta aperta, è stato proposto in un volumetto low cost da Veleno edizioni per un’interessante iniziativa della traduttrice Tatiana Sabina Meloni, che si spera possa proseguire con successo in futuro.

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