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L’impostore – un aristocratico disperso in un naufragio ricompare anni dopo

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L’impostore – un aristocratico disperso in un naufragio ricompare anni dopo

Affrontare un romanzo storico non è mai facile, soprattutto adesso che il mercato ne è pieno. Ciò vale sia per chi li scrive ed è costretto a documentarsi con la massima precisione, sia per chi li legge e può trovarsi davanti, quando meno se l’aspetta, un polpettone indigesto di una pesantezza letale.

Ai lettori in cerca di facili emozioni e rassicuranti cliché, L’impostore di Zadie Smith può dare questa sensazione. Sono 43 capitoli che scandiscono due storie narrate in parallelo, ma che non si svolgono parallelamente. La seconda storia isola una fase particolare della prima, quindi i personaggi principali in scena sono sempre gli stessi. Il che significa, praticamente, che ci si trova di fronte a un puzzle da ricomporre pazientemente, nel quale solo a un certo punto comincerà ad apparire un’immagine riconoscibile.

Zadie Smith e il “realismo isterico”

Insomma, all’inizio de L’impostore bisogna andare avanti soprattutto per un atto di fede. Del resto, la stessa Zadie Smith si riconosce nella definizione di realismo isterico, ossia quello “caratterizzato da una prosa esagerata e maniacale”, ma che è anche legato a opere di notevole lunghezza, piene di digressioni su argomenti secondari.

Se il lettore, prima di aprire un’opera del genere, non è preparato a un po’ di fatica e ad una maggiore concentrazione, può subire un discreto choc. Ma questo vale anche se si leggono DeLillo, Eggers, Safran Foer, Foster Wallace, Rushdie, Franzen, Pynchon, quindi…

L’impostore

Non mi spingo fino ad affermare che lo sforzo valga sempre la pena (non avendo letto tutte le opere di tutti), ma per quanto riguarda L’impostore una lancia la spezzo volentieri. Se si arriva a superare la metà, poi la lettura diventa più scorrevole perché si è presa finalmente confidenza con i personaggi e con le vicende. A quel punto è pure appassionante perché è difficile resistere alla tentazione di scoprire come va a finire.

Tornando alla frase con cui abbiamo aperto il pezzo, ovvero alla difficoltà di affrontare un romanzo storico, c’è da dire che per scrivere questo romanzo la Smith si è documentata veramente a fondo, scegliendo un fatto realmente accaduto ma prendendosi qualche licenza nel raccontarlo, come spiega lei stessa alla fine. Benché si parli di circa un secolo e mezzo fa, questa vicenda appare in molti punti sorprendentemente attuale.

La storia di William Ainsworth, rivale di Dickens

La storia principale è quella della famiglia di William Ainsworth, prolifico scrittore di romanzi d’appendice, vissuto dal 1805 al 1882.

La famiglia era composta da una moglie dolce e sensibile, Frances, che morì prematuramente lasciando William con tre figlie: due delle quali rimarranno zitelle perché il padre, una volta terminata la sua fortuna editoriale, non riuscirà a fornirle di una dote.

Ebbe poi una seconda moglie analfabeta, eppure piena di spocchie, Sarah, dalla quale ebbe l’ultima figlia. C’era in più, una cugina, inizialmente ospitata perché in difficoltà con il marito che era scappato con l’amante e si era portato via il figlio, ma che rimase per sempre con gli Ainsworth perché marito e figlio morirono entrambi di malattia durante la fuga.

Tale cugina, Eliza Touchet, è il personaggio principale della trama ed è attraverso i suoi occhi che seguiamo la parabola di Ainsworth che prima sembrava avere la meglio nella sfida al successo con l’amico-rivale Dickens e poi finì gradualmente dimenticato e strapazzato dai critici, le rare volte che si ricordarono della sua esistenza.

Incidentalmente, Eliza è stata a lungo anche l’amante di Ainsworth, perfino durante il primo matrimonio dello scrittore, nonostante fosse sinceramente amica e profondamente affezionata alla fragile, esangue Frances.

Questo per quanto concerne la storia più vasta, all’interno della quale si svolge anche la seconda, narrata con maggiore dovizia di dettagli.

La storia nella storia

Si tratta della storia di un processo che tenne banco attirando l’attenzione dell’opinione pubblica inglese nel periodo 1873-75. Un giovane aristocratico un po’ dissoluto, Roger Tichborne, anni prima era risultato disperso nel naufragio di una nave diretta a New York. Questi ricomparve, o pretese di ricomparire: si trattava di Arthur Orton, un macellaio inglese rientrato dall’Australia, che sosteneva di essere Tichborne e pretendeva dalla famiglia la sua quota di eredità. Anche se Orton sembrava avere poco in comune con Tichborne, diversi amici e qualche familiare lo riconobbero come tale. Erano comunque una minoranza e, poiché il grosso della famiglia lo considerava un impostore, la questione dell’identità di Tichborne-Orton finì in tribunale.

Nell’opinione pubblica si formò un vasto movimento di sostenitori di Orton, attirati forse dal fatto che, in una società rigidamente classista come quella inglese del tempo, questi si pose da pari a pari di fronte agli aristocratici. Sia i suoi sostenitori sia i suoi detrattori si abbandonarono spesso a comportamenti simili a quelli dei moderni haters. Nelle manifestazioni pro Orton, tra i tanti, si presentarono perfino dei No Vax (esistevano anche allora, sì).

Il paggio di Tichborne,l’ex schiavo giamaicano Andrew Bogle

Ma a godere delle maggiori simpatie fu il suo principale testimone a favore, l’ex paggio di Tichborne, un ex schiavo giamaicano chiamato Andrew Bogle.

Bogle era un uomo piuttosto anziano e di salute fragile, ma molto signorile. Nonostante il difficilissimo vissuto che aveva alle spalle, era istruito e concreto.

La cugina Eliza Touchet ne era particolarmente affascinata e riuscì a farsi raccontare tutta la sua storia fin dalle origini, quando i suoi genitori furono catturati come schiavi in Africa e deportati in Giamaica per essere sfruttati nelle piantagioni di canna da zucchero. Lì lui era nato e cresciuto.

Per Eliza si trattava di un dettaglio particolarmente importante, dato che decenni prima lei e Frances erano state attiviste del movimento abolizionista della schiavitù nelle colonie.

La devozione di Bogle a Orton era sorprendente: l’ex schiavo era talmente convinto della buona fede del redivivo Tichborne che non batté ciglio nemmeno quando la famiglia dell’aristocratico disperso lo minacciò di revocargli il modesto vitalizio con cui era stato messo a riposo quando ormai non era più abile al lavoro. Bogle perse il vitalizio, ma non cedette.

La storia della cattura e deportazione degli schiavi dall’Africa

Non è il caso di spoilerare come finirà il processo e cosa succederà dopo, tanto più che la curiosità di sapere come va a finire è indispensabile per trovare la forza di affrontarne la mole de L’impostore. Ma in quest’opera imponente di Zadie Smith non c’è solo questo. Personalmente, ho trovato ancora più appassionante della vicenda di Orton, l’autobiografia narrata dall’ex schiavo Bogle. Già in un’altra occasione ho recensito un romanzo che trattava un tema simile, Io, Tituba, strega nera di Salem, di Maryse Condé (leggi qui). L’accurata ricostruzione che la Smith ci propone per bocca di Bogle ci riporta esattamente dove ci aveva lasciati Tituba un secolo prima. Un secolo nel quale sono cambiate poche cose, e quelle poche tutte in peggio.

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