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“E adesso dormi” – Bisogna torturare per benino i propri personaggi

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“E adesso dormi” – Bisogna torturare per benino i propri personaggi

Tra le regole della narrativa c’è quella che bisogna torturare per benino i propri personaggi perché una storia funzioni. L’eroe, si sa, deve affrontare mille prove prima di raggiungere il lieto fine. Ma verrebbe da dire che Valeria Ancione, nel suo E adesso dormi, esageri. Il libro infatti inizia così:

“Ci sono giorni in cui Gina è stanca, così stanca che le viene da piangere, e si fa molto più pena di quando Raffaele la picchiava. Ed è in quei giorni che Jonathan urla e si dimena di più: «Adesso dormi», lo implora ma lui non capisce”.

La protagonista sfinita

Gina è una donna martoriata dalla vita. Ha lasciato gli Stati Uniti inseguendo il sogno d’amore, ma il marito si è rivelato tutto tranne che l’angelo che credeva: per anni l’ha gonfiata di botte con il minimo pretesto. Il figlio di cinque anni è fortemente disabile. Non parla, non cammina, emette lamenti, si colpisce la testa e il volto, morde, urla, piange, con gli occhi sempre persi nel vuoto.

Lei fa le pulizie di sera in uno studio di avvocati e quando torna a casa prende Jonathan dalla vicina, mangia un tozzo di pane secco e si addormenta insieme a lui.La mattina esce di casa alle sei per andare a pulire le scale di un palazzo di otto piani. È talmente magra che teme che il vento se la porti via.

“Un’americana in Italia a fare le pulizie è innaturale”.

Questo le dice Lola, l’amica che le tiene Jonathan quando va al lavoro e che abita sul suo stesso pianerottolo. Insieme a Lola – che passa con suo figlio più tempo di lei – e a sua figlia, formano una strana famiglia con due madri e senza padre. Lola è il pilastro della sua vita. Senza di lei, Gina non ce la farebbe.

Il marito scomparso

Capiamo ben presto che Gina non si è liberata del marito, né lo ha lasciato. Semplicemente lui è scomparso e quindi lei teme costantemente il suo ritorno.

Poi la storia si tinge di giallo. Che cosa è successo al marito? È stato ucciso? È stata lei a spingerlo in un burrone il giorno che hanno fatto un picnic?

Sembra ci sia una macchina con due uomini sotto casa che spiano i suoi movimenti, oppure è tutta una sua “paranoia”? Forse è la polizia?

La protagonista ha una scarsissima considerazione di sé, ma esce sempre truccata anche quando va a lavorare di notte in un ufficio vuoto. Mette rimmel e rossetto; sembra quasi un rituale scaramantico perché Gina si considera bruttina. Non sappiamo però se lo sia davvero o se sia l’ennesima manifestazione della sua disistima. Questa parte da lontano. In famiglia Gina subiva le continue aggressioni del padre. Per evitare che picchiasse la madre, lo provocava e si offriva come capro espiatorio prendendo le botte al posto suo.

“È così che purtroppo sono cresciuta, con la convinzione che esistano diverse forme d’amore e che quelle di mio padre e di Raffaele fossero tutto sommato forme possibili o sopportabili”.

È perciò passata dalla padella alla brace. Per liberarsi del padre violento è finita con un marito che è anche peggio e stavolta in ballo c’è suo figlio Jonathan. Il marito non ha mai accettato il figlio ritardato, maledice il giorno in cui è nato e ovviamente dà tutta la colpa a lei. Gina subisce qualsiasi cosa purché lui non tocchi il bambino.

“Una dedizione totale e forse anche un nascondiglio. Alla fin fine una ragione di vita spesso è un rifugio dalla realtà e Jonathan era la sua ragione di vita”.

Il neonato perenne

Questa dedizione totale al figlio che rimarrà un neonato per sempre, mi ha fatto inevitabilmente pensare a Il bambino, il romanzo di Massimo Cecchini candidato allo Strega lo scorso anno (leggi qui). Anche in quel caso, il bambino fortemente menomato, diventa il motivo di vita per un nucleo famigliare allargato. E come in quel caso, Jonathan è molto difficile da gestire e ha bisogno di una costante sorveglianza e assistenza. Ai numerosi handicap fisici si aggiunge il fatto che il piccolo non riesce a comunicare in nessun modo e quindi è molto difficile da capire. Inoltre in entrambi i romanzi c’è un fondo autobiografico.

Tutto si svolge nel quartiere di San Lorenzo che è visto come una specie di paesello con file di panni stesi, ballatoi, voci di donne e bambini, dove tutti si conoscono e sono solidali. Tutti sanno tutto degli altri, anche se questa descrizione sembra raccontare più un mondo del passato che quello di oggi.

Il peso dei segreti

Alla famiglia composta da Gina, Lola, Jonathan e la figlia di Lola, a un certo punto si aggiunge anche Mara. Gina la conosce mentre fa le pulizie di sera perché Mara resta sempre al lavoro fino a tardi, come se non avesse una vita privata. È a Mara che chiederà aiuto quando avrà bisogno di un avvocato a causa del marito scomparso e poi ritrovato morto.

Anche Mara ha un segreto nel suo passato che le sta rovinando la vita e il confronto fra le due donne sarà come un detonatore che farà saltare le parti incrostate e dolenti delle rispettive esistenze.

In questa nuova famiglia in cui si sente accolta e al sicuro, Gina realizza che nella sua famiglia d’origine quello che mancava era proprio l’amore, mancava un autentico sentimento che è mancato anche nel suo matrimonio.

È un mondo tutto al femminile quello in cui trovano riparo queste tre donne ferite dalla vita che però insieme riescono a prendersi cura di se stesse e delle altre. In E adesso dormi, Valeria Ancione ci ricorda, forse in modo un po’ idealistico, che l’amicizia è qualcosa di bello, prezioso e molto potente.

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