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Dove non mi hai portata

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Dove non mi hai portata

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Vengo a prenderti, adesso che ho il doppio dei tuoi anni e ti guardo, da una vita che forse hai immaginato per me. Adesso vengo a prenderti e ti porto via. Lucia, dammi la mano.

“Di mia madre, ho soltanto due foto in bianco e nero. Oltre, naturalmente, alla mia stessa vita e a qualche memoria biologica, che non sono certa di saper distinguere dalla suggestione e dal mito”.

Questo è l’inizio di Dove non mi hai portata, di Maria Grazia Calandrone, nella dozzina del premio Strega 2023. Anche l’anno scorso era stata tra i candidati al premio, con Splendi come vita in cui parlava del suo rapporto con la madre adottiva. Stavolta, con questo libro che mi ha emozionata come non mi capitava da tanto, l’autrice ci porta con sé alla scoperta della vita della sua madre biologica, Lucia Galante, che in un pomeriggio di giugno 1965, la abbandonò, a 8 mesi di vita, all’ingresso monumentale di Villa Borghese.

Contestualmente, avvisò con una lettera all’Unità chi fosse la bambina, si raccomandò alla altrui compassione per darle una vita migliore di quella che sarebbe riuscita a darle lei, e si tolse la vita gettandosi nel Tevere, insieme al suo compagno, padre della piccola.

Maria Grazia Calandrone ha sempre saputo di essere stata adottata e che la madre biologica aveva fatto quello che aveva fatto, anche perché all’epoca tutti i giornali diedero grande risalto alla notizia, ma non aveva un’idea precisa di cosa fosse successo, del percorso di vita che aveva portato Lucia Galante al suicidio.

Fino al 16 febbraio 2021 quando, dopo essere stata ospite in un programma televisivo a parlare della sua storia, ha iniziato a ricevere telefonate, messaggi, mail di persone che, in un modo o nell’altro, avevano conosciuto o comunque avuto a che fare con la mamma, e volevano raccontarglielo. A questo punto ha capito dentro di sé che era arrivato il momento di raccontare la storia, di ricreare una memoria di sua madre e quindi anche sua.

L’indagine di Maria Grazia Calandrone

Dove non mi hai portata è un libro che combina insieme la biografia di Lucia, il resoconto investigativo di Maria Grazia e la narrazione storica, economica e sociale dell’Italia degli anni ’60. Sì perché l’autrice è proprio andata a scavare a fondo nella vita di Lucia, a Palata in provincia di Campobasso, suo paese d’origine, dove nacque il 16 febbraio 1936, quarta figlia femmina di una famiglia di agricoltori.

Lucia Galante cresce in un contesto sociale povero e arretrato, dove per una donna non è necessario andare a scuola e dove non ha nessuna voce in capitolo su chi debba essere suo marito. Non è un essere pensante per il patriarcato dominante, e infatti la sua vita subisce un tracollo quando il padre nega le nozze con il suo innamorato, perché nullatenente, e la fa sposare con Luigi, un uomo indolente e ubriacone, probabilmente omosessuale perché non la toccherà mai. Questo in cambio di alcuni terreni confinanti con la loro proprietà.

I successivi anni per Lucia sono un incubo, con la famiglia di acquisizione che la tratta come una schiava, quella di origine che se ne lava le mani e con l’intero paese che non solo tace ma, poiché non fa figli, la condanna anche perché “non funzionante”. Fino a che, nel 1962, incontra Giuseppe, capomastro di quasi trent’anni più grande di lei, beniamino del paese perché aiuta a costruire le nuove case e strade che la modernità sta portando ovunque, anche nel Molise non ancora separato dagli Abruzzi.

Quella che sembra una semplice avventura, per quest’uomo tornato devastato dalla Guerra d’Africa che ha lasciato moglie e cinque figli in provincia di Roma, diventa una potente storia d’amore per entrambi.

Lucia sceglie la vita e, scopertasi incinta, va a vivere con l’amante in un paese vicino. La legge dell’epoca era dura con le donne: il marito la denuncia per abbandono del tetto coniugale e concubinaggio. Lei rischia fino a due anni di carcere. Per Giuseppe no, per lui c’era sì la riprovazione sociale ma niente altro. Decidono di andare a Milano e cercare di rifarsi una vita, ma trovano solo porte chiuse. Giuseppe è vecchio, il miracolo economico cerca braccia giovani e forti. La vita degli emigranti nelle profonde periferie milanesi è devastante. Così, dopo aver inutilmente cercato aiuto, decidono di abbandonare la figlia a Roma, dove Giuseppe era stato felice.

Dove non mi hai portata

E’ un titolo fortemente evocativo perché dichiara esplicitamente la volontà di Lucia di rendere libera da costrizioni la figlia. Lucia abbandona Maria Grazia per metterla in sicurezza, certa che la troveranno persone che le daranno una vita da vivere oltre a quella meramente biologica. Se ne distacca per poter trovare, lei Lucia, finalmente pace.

Maria Grazia Calandrone è una scrittrice e soprattutto una poetessa e questo è lampante nella scrittura di Dove non mi hai portata. L’autrice fa proprio fisicamente un viaggio attraverso l’Italia, nei luoghi dove è passata Lucia, incontra le persone che l’hanno conosciuta, primo tra tutti Tonino, che non ha mai dimenticato il suo primo amore. La sua non è solo una ricerca storiografica, si immerge anche nelle descrizioni di fisiopatologia per capire in quanto tempo un corpo affoga, studia il meccanismo delle Poste per risalire a quando esattamente la lettera è stata imbucata, si immerge totalmente nel mondo della madre per renderle omaggio, per riuscire a capirla fino in fondo e quindi toglierla dall’oblio a cui i suoi stessi familiari l’avevano condannata.

Chi scrive è una poetessa

Come dicevo, Dove non mi hai portata è anche un saggio storiografico sulla società culturale dell’Italia di 70 anni fa, un viaggio nel tempo che sembra parlare di usi e costumi degli antichi Sumeri. Invece, sono situazioni che possono ancora essere raccontate dal vivo da chi ci è passato. L’autrice non è mai melensa ma la sua scrittura è emotivamente molto coinvolgente, è una storia d’amore raccontata con delicatezza e attenzione, come se lei passasse in punta di piedi nella vita della madre. Secondo me è un libro imperdibile, assolutamente da leggere.

Ho parlato da poco di un’altra storia vera, ambientata nel medesimo periodo storico, avente come protagonista una donna che cerca la sua libertà in un mondo patriarcale che voleva imbrigliarla. Le due storie hanno un finale diametralmente opposto, però anche Lucia, come la postina Anna de La portalettere, ha lottato per la sua libertà e per poter esprimere in pieno se stessa. Le due storie hanno avuto un esito completamente opposto, ma è innegabile che con la sua scelta definitiva Lucia abbia ponderato, scelto e portato a termine con organizzazione e perizia la sua assoluta voglia di libertà di espressione.

Dal passato, dall’orlo di quel fiume dove vuole senz’altro riposare, Lucia collabora con i miei intenti futuri. Cerca di dominare il tragico e arrecare il minore dei mali.

La raccolta delle olive

Benché proprietaria di un piccolo appezzamento di terreno, per allargare il quale fu di fatto sacrificata Lucia, la famiglia Galante era povera, quello che produceva bastava a poco più che alla sussistenza. Tra i vari compiti di Lucia sposata, c’era la raccolta delle olive. Raccolta che, come narrato nel libro, la sua famiglia acquisita la costringeva ad effettuare senza nessun ausilio meccanico, con l’esplicito intento di renderglielo più difficile e faticoso.

La raccolta delle olive era ed è ancora, un lavoro duro. Curiosando sul web mi sono imbattuta in racconti degli abitanti dell’odierno paese di Palata che, oggi come allora, si rinfrancano nelle pause con uno spuntino poverissimo ma sostanzioso e, dalla descrizione, bello saporito. Non è neanche una vera e propria ricetta ma, vista l’esiguità della materia prima necessaria, mi piace pensare che potesse costituire anche il pranzo di Lucia, quando riusciva a mangiare. Come di tutte le ricette contadine ne esistono millemila versioni. Si va da questa che vi dico, che è la più semplice, alla mozzarella in carrozza napoletana, fino ad arrivare al pan perdù francese, fatto con brioche, zucchero e cannella.

Ma torniamo a Lucia, nella sua Palata degli anni ’60.

Pane Rugnus

4 fette di pane raffermo 2 uova Sale, pepe, olio per friggere

Sbattere le uova in una terrina, salare e pepare. Portare l’olio a temperatura (180°) in una padella adatta, idealmente di ferro. Bagnare abbondantemente le fette di pane raffermo nell’uovo sbattuto e friggerle fino a completa doratura, da entrambi i lati. Accompagnare le fette di pane con verdure crude o cotte, saltate in padella.

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