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Delitto a Tokyo – Higashino e i geniali giallisti giapponesi

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Delitto a Tokyo – Higashino e i geniali giallisti giapponesi

Recensire un giallo giapponese è sempre una soddisfazione. Forse dipende dal fatto che la scuola giapponese nel nostro Paese non gode della stessa considerazione di cui sono oggetto soprattutto quella americana e quella inglese. Ragione per cui di inglese e soprattutto di americano si finisce per tradurre di tutto, a volte senza troppi riguardi per la qualità. Mentre con i giapponesi si va con i piedi di piombo e, di conseguenza, il livello medio dei libri proposti appare nettamente superiore.

Per questa o per altre ragioni, sta di fatto che quando si prende in mano un giallo giapponese, raramente si resta delusi.

La loro scuola di giallisti ha una storia lunga e illustre, anche perché i giapponesi sono sempre stati appassionati lettori di gialli (o, forse, appassionati lettori di qualsiasi cosa). Possiamo pensare che questo genere di narrativa abbia avuto un suo peso nel processo di parziale assimilazione all’Occidente della civiltà giapponese, che non ha pari in nessun altro popolo orientale.

I più importanti autori di gialli giapponesiEdogawa Ranpo

Il più famoso autore classico di gialli (e di opere del mistero in generale) del Sol Levante, Hirai Tarō, si firmava Edogawa Ranpo perché il suo pseudonimo si pronuncia in modo identico a Edgar Allan Poe. Nelle sue opere realizza delle geniali commistioni tra i modelli di narrativa importati dall’Occidente e le tradizioni del suo Paese. Dopo decenni in cui la sua conoscenza è stata esclusivo appannaggio di pochi intenditori, le traduzioni delle sue opere si stanno moltiplicando anche in Italia. 

Seicho Matsumoto

Dello straordinario talento narrativo di Seicho Matsumoto abbiamo già parlato in altri articoli e cogliamo l’occasione per sottolineare la triste circostanza per cui, dopo un periodo in cui vari editori ci hanno proposto alcuni suoi bellissimi libri, è passato tutto il 2023 senza che fosse tradotto un nuovo Matsumoto. Un affronto imperdonabile per la comunità dei giallofili italiani.

Giallofili che hanno avuto comunque occasione di apprezzare altri geniali autori provenienti dal Giappone, da Seishi Yokomizo alle signore Masako Togawa e Shizuko Natsuki, per limitarci ai nomi di maggiore successo da noi. Inoltre, anche se non sono tra le sue opere migliori, abbiamo scoperto che un grande classico del ‘900 giapponese, Junichiro Tanizaki, ha scritto diversi racconti gialli.

I contemporaneiKeigo Igashino

Tutti gli autori giapponesi citati finora sono nati prima della Seconda Guerra Mondiale e non sono più in vita. Ma la scuola dei giallisti giapponesi resta attiva e vivace grazie agli autori delle generazioni successive, tra i quali è doveroso citare almeno due nomi che la comunità dei lettori italiani conosce benissimo: Natsuo Kirino e Keigo Igashino.

Anche della Kirino, abbiamo già scritto nelle nostre recensioni. Ora, invece, è il momento di parlare della più recente uscita italiana di Igashino, Delitto a Tokyo, pubblicato da Piemme nel 2023.Keigo Higashino (Osaka, 1958) è uno dei più famosi e apprezzati scrittori giapponesi. A 27 anni ha vinto l’Edogawa Rampo Award per il miglior mystery, e con Il sospettato X (Giunti 2012) ha venduto oltre 2 milioni di copie ed è stato tradotto in 14 paesi.

Delitto a Tokyo

Il titolo è quasi banale e, viene da pensare, volutamente ingannevole. Il delitto da cui parte la trama viene effettivamente consumato a Tokio, ma le indagini più importanti e le origini del delitto stesso saranno localizzate ben lontano dalla capitale.

Un avvocato penalista noto per la sua rettitudine, Kensuke Shiraishi, è stato rinvenuto ucciso a pugnalate nella sua auto, in una zona isolata e lugubre alla periferia della capitale.

Le prime indagini portano a pensare che tra gli ultimi a vederlo ci sia stato un pensionato, Tatsurō Kuraki, che vive in un paesino dalle parti di Nagoya e ogni tanto si reca a Tokyo a trovare il figlio che lavora nella capitale. Quando gli ispettori di polizia Godai e Nakamashi si recano a interrogarlo, Kuraki è inizialmente reticente. Ma, non appena i due poliziotti cominciano a manifestare qualche sospetto, confessa immediatamente di essere l’autore del delitto e racconta una complicata storia che ne rappresenta il movente.

Kuraki afferma di essersi rivolto a Shiraishi per essere assistito in una faccenda molto delicata. Molto tempo prima ha ucciso un uomo, Shōzō Haitani, che lo aveva ricattato e truffato. Per questo delitto, la polizia ha fermato un altro conoscente della vittima, Junji Fukuma, che si è ucciso in carcere durante gli interrogatori. Da allora, Kuraki è vissuto nel rimorso e, sentendo di non avere più molto tempo da vivere, voleva lasciare la sua eredità alla moglie e alla figlia di Fukuma, l’uomo ingiustamente ritenuto colpevole dell’omicidio.

Si è rivolto a Shiraishi per ottenere assistenza legale, ma l’avvocato ha preteso che si autodenunciasse alla polizia per il delitto commesso e, preso dal panico, Kuraki l’ha ucciso.

In Giappone la famiglia del colpevole paga un prezzo altissimo

In Giappone, risultare assassini è un problema serio che non riguarda solo il condannato ma anche tutta la sua famiglia. Il disonore può essere enorme e condurre all’emarginazione sociale dei familiari anche quando risultino estranei ai fatti. La moglie e la figlia di Fukuma sono state costrette a trasferirsi a Tokyo per potersi rifare una vita ma, quando la vicenda del delitto è riemersa casualmente, il matrimonio della figlia è naufragato perché i familiari del marito hanno rifiutato di avere a che fare con lei.

Con una confessione in mano, il caso viene chiuso e il processo si annuncia scontato. Tutto sta a vedere se Kuraki sarà giudicato un criminale indegno di qualsiasi attenuante e condannato alla pena capitale, o no.

Ma, anche se poliziotti, avvocati e giudici non si hanno nessun dubbio, questa confessione non convince alcune figure dal ruolo non secondario nella vicenda. Il figlio di Kuraki, Kazuma, e la figlia di Shiraishi, Mirei, non riconoscono le personalità dei loro genitori così come vengono presentate nel racconto dei fatti.

Nemmeno la figlia di Fukuma – l’uomo che si è ucciso – appare molto convinta. Tanto più che lei dà la colpa del suicidio del padre agli abusi subiti dai poliziotti che volevano incastrarlo, piuttosto che all’assassino che non si è costituito.

In una singolare e difficile alleanza, il figlio della vittima e il la figlia del colpevole cercano, prima separatamente e poi insieme, le persone che possano confermare o smentire la confessione di Kuraki. Con il risultato che di conferme non ne trovano neppure una. Mentre le smentite della confessione diventano talmente tante che perfino l’ispettore Godai, inizialmente del tutto refrattario, si decide a riaprire il caso.Inutile dire che da questo punto in poi la trama diventa tutto un succedersi di colpi di scena.

Il grande stile di Keigo Igashino

Igashino è un autore completo, capace sia di elaborare intrecci complessi ma al tempo stesso credibili, sia di mettere al centro di essi dei personaggi con abbastanza spessore da far appassionare alle loro vicende anche il lettore più esigente. Tutto questo con uno stile essenziale che non indulge per nulla al narcisismo e che rassomiglia a quello del maestro Matsumoto.

Anzi, il tono sempre piano delle descrizioni e dei dialoghi, anche quando ci sono in gioco forti passioni ed emozioni mozzafiato, rappresenta un valore aggiunto per la qualità della scrittura. Lo spirito di una società come quella giapponese, che ai nostri occhi appare ossessionata dal formalismo nei rapporti umani, viene reso perfettamente da una prosa altrettanto attenta a mantenere il massimo rigore formale.

Ma, al di là di questi elementi, Delitto a Tokyo si fa apprezzare anche perché propone una visione amara e beffarda dell’umanità. Tutti i personaggi che compaiono via via sulla scena sono mossi da intenzioni buone o almeno condivisibili, tranne uno. Eppure la principale conseguenza delle loro azioni è la morte di tre di essi, tra cui l’unico vilain che dunque entra in gioco solo nelle vesti di vittima anziché di colpevole. In pratica, questo romanzo è una riuscitissima traduzione del principio espresso dal proverbio per cui la strada che conduce all’inferno è lastricata di buone intenzioni.

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