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Daphne du Maurier e le signore del romance

cronache letterarie   
Daphne du Maurier e le signore del romance

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Romance sì, romance no? Un dubbio del genere, prima o poi, deve per forza essere affrontato nella vita di una lettrice. Di opere del genere romance ne sono state scritte sempre tante. Scritte e soprattutto lette, più o meno esclusivamente dal pubblico femminile. Esistono lettrici che non hanno mai letto altro.

Esistono lettrici che hanno letto molto altro e il romance lo leggono (letteralmente) di nascosto. E poi esistono lettrici che leggendo romance si trasformano in aspiranti scrittrici, e talvolta hanno anche un buon successo: da quando esiste l’ebook, il numero di autrici di romance è cresciuto parecchio e, con un po’ di fortuna e qualche sforzo promozionale, si riesce spesso a vendere un soddisfacente numero di copie.

Sulle donne che leggono romance

Sulle donne che leggono romance, sono diffusi gli stessi pregiudizi che un tempo accompagnavano i ragazzi che leggevano fumetti. È tempo perso, è una cosa poco seria, qualcosa che non aiuta a crescere. Si passa il tempo sognando a occhi aperti, ecc.

Come se nella vita si dovessero fare solo cose serie – vai a capire quali, poi – o ci fosse qualcosa di imperdonabile nel prendersi ogni tanto un momento per sognare ad occhi aperti.

Va detto però che la comune appartenenza al “genere” finisce per mettere sullo stesso piano autrici in realtà diversissime. Personalmente, non ho alcuna simpatia per le tipe alla Liala o alla Barbara Cartland, ma questo non dipende dal fatto che scrivano romance, bensì dalla loro insopportabile e melensa ideologia classista e piena di pregiudizi, dove solo la fanciulla virtuosa al massimo grado può essere degna di incontrare il principe azzurro. Un principe che è tale più per posizione sociale che per altre virtù. E quando l’avrà incontrato si ridurrà a vivere dietro la sua ombra come un innocuo e ornamentale “angelo del focolare”. Occorre essere delle irresponsabili per mettere in mano a una ragazza innocente certe insulsaggini, tanto diseducative.

Gli uomini non lo leggono ma a volte lo scrivono

Anche se i signori uomini non aprirebbero mai un romance per leggerlo (al massimo ne sbirciano le copertine, quando esibiscono ritratti di eroine parecchio discinte), ogni tanto capita che qualcuno di essi ne scriva.

Di solito in coppia con una firma femminile: ad esempio, l’illeggibile Delly  che è peggio di Liala e della Cartland messe insieme, anche se ha l’alibi di essere più antica. Delly è la firma che nasconde la coppia sorella-fratello costituita da Jeanne-Marie e Frédéric Petitjean de la Rosjère.

Oppure c’è il ben più valido duo Anne e Serge Golon, stavolta moglie e marito, autori dei quindici romanzi che narrano le avventure della spregiudicata Angélique, marchesa du Plessis-Bellière e poi contessa di Peyrac, resa immortale dall’interpretazione cinematografica della fascinosa Michèle Mercier.

Il migliori autori romance del ‘900

Deve essere ancora scritta la storia del romance italiano, cui nel ‘900 hanno contribuito firme di tutto rispetto, come l’avventurosa Luciana Peverelli, l’eclettico Giorgio Scerbanenco e, nelle sue prime prove da narratrice, la grande Brunella Gasperini.

Rispetto alle autrici di bestseller come Liala e la Cartland, trovo che Constance Heaven sia già molto meglio perché le sue protagoniste mostrano ben altra spina dorsale e le storie sono parecchio più avvincenti.Meglio ancora è Georgette Heyer, che tra l’altro è anche un’apprezzabile autrice di gialli. Personalmente, poi, ho un debole per un’americana che pure ha scritto ottimi gialli e libri per young adult, Willo Davis Roberts. Il top della categoria, però, potrebbe essere Mary Westmacott, ossia Agatha Christie nascosta dietro un opportuno pseudonimo: elementi autobiografici, amaro umorismo, finali sorprendenti sono le caratteristiche principali delle sue sei incursioni nel romance.

Ma forse la Christie si gioca il primato con un’altra signora del mistero, Daphne du Maurier.

Daphne du Maurier, la signora del mistero

La du Maurier, molto apprezzata dal pubblico italiano quando era in vita, ha dovuto affrontare un periodo di oblio dopo la sua scomparsa nel 1989. Ma negli ultimi anni, Neri Pozza l’ha riscoperta e ripresentata sia sotto la propria sigla, sia sotto quella della BEAT. Lettrici e lettori hanno potuto quindi conoscere romanzi appassionanti che mancavano da parecchio in libreria, come ad esempio La casa sull’estuario, geniale incrocio di buona fantascienza e romanzo storico perfettamente documentato. Ma anche La baia del francese, considerato più o meno unanimemente come la sua più riuscita incursione nel romance.

Una personalità complessa

Per leggere come si deve un romanzo del genere, tuttavia, bisogna conoscere un po’ la personalità di chi lo ha scritto. Daphne du Maurier è un’autrice di sicuro talento, ma dalla storia personale molto controversa. Accusata di plagio per i suoi maggiori successi, ma mai condannata per questo, era nata nel 1907 a Londra da una famiglia di origine francese di solide tradizioni culturali.

Il padre, Gerald du Maurier era un importante attore e impresario teatrale, molto amico di J. M. Barrie e i bambini Llewellyn Davies che ispirarono Peter Pan erano i figli della sorella di Gerald. I numerosi contatti familiari facilitarono senz’altro gli esordi di Daphne come scrittrice, anche se non sembra che i suoi rapporti con il padre fossero buoni. Non si può escludere nemmeno che lui l’abbia molestata sessualmente durante la pubertà e l’adolescenza.

Il padre era comunque un maschilista e un omofobo senza riserve e sembra fosse rimasto molto deluso dall’aver avuto tre figlie femmine (Daphne era la seconda). In seguito, la scrittrice dichiarò che a forza di sentirsi rimproverare di non essere un maschio, cominciò a desiderare così tanto di essere un maschio che finì per ritrovarsi una sorta di doppia personalità. Da un lato, quella di una signora rispettabile, sposata a un militare eroe di guerra e madre affezionata di tre figli. Dall’altro, quella di “the boy in the box”, il ragazzo chiuso dentro di lei, che riusciva a liberarsi solo attraverso la pratica della scrittura e, forse, tramite relazioni intime con donne altrettanto indipendenti e trasgressive. La principale delle quali dovrebbe essere l’attrice Gertrude Lawrence, che in gioventù era già stata amante di Gerald du Maurier.

La baia del francese

La protagonista di La baia del francese, uscito originariamente nel 1942, è appunto un’altra donna che nasconde dentro di sé “the boy in the box”, anche se le sue inclinazioni sono tutte verso gli uomini.

Siamo in Cornovaglia, alla fine del XVII secolo. Dona Saint Columb, moglie trentenne di Harry, un noioso signorotto locale che preferisce vivere di rendite e stravizi a Londra, torna impulsivamente nella loro proprietà, Navron. Dopo essere stata a lungo una protagonista della vita mondana londinese, Dona si è prestata a uno scherzo di cattivo gusto: travestita da uomo e assistita da una banda di complici, ha sequestrato un’anziana e pia gentildonna minacciandola di toglierle l’onore se non avesse pagato un riscatto.La reazione rassegnata ma dignitosa della donna le ha fatto comprendere come spesso la smania di divertirsi induca a far soffrire inutilmente il prossimo. Per la vergogna, Dona ha preso i due figli piccoli ed è letteralmente scappata via da un ambiente da cui si sente sempre più irrimediabilmente corrotta.

Navron, al suo arrivo, non sta andando in rovina, ma poco ci manca. L’unico che sembra essersi impegnato a mantenere la proprietà in buone condizioni, è William, un singolare domestico dall’aria vagamente delinquenziale. Nonostante William non le ispiri piena fiducia, Dona lo trova simpatico e ne fa il suo confidente.Dalla visita di cortesia di un altro aristocratico locale, George Godolphin, ancora più pomposo e noioso del marito, Dona apprende che la zona in cui vivono è soggetta alle incursioni dei pirati provenienti dalla Bretagna, che ne fanno di tutti i colori e probabilmente godono di qualche connivenza presso la plebe del posto.

Un romanzo pieno di avventure e colpi di scena

Anziché mettersi in guardia contro i pirati, Dona trova molto affascinante la possibilità di incontrarne uno e approfitta della sua libertà per girare da un capo all’altro la tenuta di famiglia, che si estende fino alla costa. Finché scopre il rifugio della nave pirata in un’insenatura nascosta. Avvicinatasi per curiosare, viene catturata dai pirati, che però la trattano benissimo, in particolare il loro capo, l’atletico ed elegante Jean-Benoit Aubéry. E poi la poi la liberano. Tornando a casa, Dona scopre che anche William è un uomo di Aubéry e che il bretone ha spesso usato Navron come base quando lei e il marito erano assenti.

Inutile dire che tra Dona e Aubéry si stabilirà presto una complicità importante. Però il seguito del romanzo è pieno di avventure e colpi di scena in cui Dona non si limiterà a svolgere il ruolo di bella statuina in pericolo, strillando e svenendo nei momenti meno opportuni, ma rivestirà più volte un ruolo attivo e determinante, sia indossando panni maschili che vestita normalmente da donna.

Un romanzo ambientato nella Cornovaglia del XVII secolo richiede per forza un certo sforzo di fantasia per essere compreso nei minimi dettagli: ma in alcuni casi anche ricorrere al dizionario per scoprire cosa siano una zimarra (veste da camera, particolarmente comoda per nascondere armi) o un caprimulgo (uccello migratore dal canto inconfondibile) ha un suo indubbio fascino.

Da questo romanzo sono stati tratti un film del 1944 e un tv movie del 1998, il primo apprezzato per la sua fedeltà alla trama e il secondo per la precisione della ricostruzione storica. Nel 1944 i protagonisti furono Joan Fontaine e il messicano Arturo de Córdova (titolo italiano L’avventura viene dal mare),  mentre nel 1998, Tara Fitzgerald e Anthony Delon.

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