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Cecilia Lavatore. Mia sorella è figlia unica

cronache letterarie   
Cecilia Lavatore. Mia sorella è figlia unica

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21 donne, 21 storie che hanno in comune il coraggio

Il titolo, Mia sorella è figlia unica, sta a significare la solitudine del mondo femminile. Alcune sono storie di donne molto note, come Mahsa Amini, la ventiduenne che ha ispirato la rivolta in Iran, che è arrestata dalla polizia religiosa perché indossava il velo in modo sbagliato ed è morta dopo tre giorni di coma.

Altre storie invece si sono perse nelle pagine di cronaca dei giornali, ma a prescindere da come sia andata a finire, trattano di donne che hanno avuto un valore emblematico e un impatto nella vita sociale.

“Questa è una raccolta di buoni esempi” dice Cecilia Lavatore “sono persone che ti possono ispirare”.

Tra le 21 ce ne sono tante che colpiscono come Paola Egonu, campionessa della Nazionale italiana di pallavolo, che domina la scena sportiva internazionale, ma continua ad essere giudicata per il colore della pelle e per le origini nigeriane dei suoi genitori.Ci sono Franca Rame, Samantha Cristoforetti e Saman Abbas, la ragazza pachistana uccisa dalla sua stessa famiglia perché non voleva accettare un matrimonio combinato.

C’è Yusra Mardini, nuotatrice che ha lasciato la Siria dopo che una bomba ha sfondato il soffitto ed è caduta nella piscina dove lei si stava allenando insieme alla sorella. La bomba non è esplosa e loro tra mille difficoltà hanno tentato di raggiungere la Grecia su un gommone che però ha cominciato a imbarcare acqua per il temporale e perché troppo carico. Le due sorelle lo hanno spinto per tre ore e mezza, sono riuscite a tenerlo in equilibrio e a far naufragio sulle coste greche.

Quindi hanno raggiunto la Germania, sempre tra mille peripezie, dove hanno ricominciato a nuotare e dopo un anno, nel 2016, Yusra Mardini si è classificata per le Olimpiadi di Rio de Janeiro.In mezzo a loro ci sono anche pezzetti della vita dell’autrice, tra cui Maria Boschi, la sua nonna centenaria: operaia tessile, poi centralinista per la Settimana Incom “divoratrice seriale di libri di ogni tipo. Una cercatrice d’oro, di senso, di appartenenze”.

Storie di ingiustizie e di donne che non intendono subirle

Ovvio che il coraggio è accompagnato sempre dalla paura.Alla presentazione di Mia sorella è figlia unica, Cecilia Lavatore, intervistata dalla giornalista Simona De Santis e dall’attrice Iris Basilicata, ci ha raccontato che insegna in una scuola di periferia, dove tenere l’attenzione degli studenti non è facile: “Io competo tutti i giorni con tanti cellulari che sono molto più interessanti di me”.

Ed è per competere con i cellulari che ha reso la sua scrittura così immaginifica e coinvolgente. Si è allenata anche facendo poesia performativa, sempre in teatri di periferia, dove porta le sue storie all’attenzione di un pubblico che pure va conquistato. Lì poi, vedendo come reagiscono, modifica e mette a punto quello che ha scritto.

Come il libro precedente, Citofonare Morabito. Voci di Corviale, anche questo è destinato al teatro e dopo averla vista e sentita, ho capito perché. Ero arrivata circa a metà di Mia sorella è figlia unica, quando sono andata alla presentazione dove Cecilia Lavatore ha letto alcune delle sue storie. È davvero brava quando le legge e le interpreta. Le sue parole si animano, acquistano una profondità e un senso più forte e potente.

Delle 21 storie narrate, ognuno ha le sue preferite. Ve ne racconto una che a me è piaciuta tanto per darvi un’idea. È quella di Ilary Swank, attrice americana, nata nel 1974, che a sei anni viveva con la famiglia in un parcheggio al di sotto della soglia di povertà.

“La sua famiglia fa parte di quella fetta di popolazione statunitense che non si addormenta nel sogno americano”.“Sono l’altra faccia dell’America potente”.

Derisa dai compagni di classe per la sua condizione di indigenza, ignorata e osteggiata anche dai professori, cova una grande urgenza di riscatto. Da bambina desidera tanto essere, un giorno, come i personaggi che vede nei film, o almeno di poterli interpretare.

“La superficialità meschina dei templi moderni del capitalismo – dai supermercati, ai benzinai, agli imponenti cartelloni pubblicitari ai lati della strade – soccombono di fronte allo spessore intimo della natura umana che si riprende impunemente la sua profondità.Sarà per questo che la Swank esprime in scena lo spazio mistico delle sue magnifiche radure e la rabbia proletaria delle sue radici umilissime, portando una quarta dimensione sul palco, che è quella del cuore e che è quella della caparbietà”.

La condizione di povertà e indigenza della Swank nell’America apparentemente ricca, mi ha ricordato Stephen King che nel bellissimo e autobiografico On Writing racconta che vivevano in una grande roulotte, senza macchina, né telefono (qui trovi il mio articolo).Dopo piccole parti nelle serie tv, quando ottiene il suo ruolo più importante in Boys Don’t Cry di Kimberly Pierce (del 1999), Ilary Swank si aggiudica l’Oscar come miglior attrice protagonista.Poi nel 2005, ha ricevuto il secondo Premio Oscar per Million Dollar Baby di Clint Eastwood. Allora è salita sul palco con gli occhi lucidi, ha preso il microfono e ha detto: “Io non so cosa ho fatto in questa vita per meritarmi tutto ciò. So soltanto che ero una bambina di fronte a una roulotte che aveva un sogno”.

Questi i suoi racconti, questo più o meno lo stile.

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