Se una bimba di 3 anni perde i capelli: "Quello che ho visto è indicibile"

Intervista al fotoreporter Stefano Schirato sul suo progetto “Terra mala” nella Terra dei fuochi in Campania e al petrolchimico in Sicilia: “Da don Patriciello e Marzia Caccipoli a don Prisutto, attraverso le persone racconto la lotta alla devastazione”    

Una foto del 2015 scattata dal fotoreporter Stefano Schirato a Casoria nella “Terra dei fuochi” campana, riprende una bambina di nome Anna che ha visibilmente perso i capelli. Il muro spoglio e scrostato, lei che risalta tra le ombre, la posa, le luci, rendono l’immagine straziante quando leggiamo la dicascalia: “Casoria, 2015. Anna, 3 anni, sta combattendo con una leucemia linfoblastica acuta. Ora è nel periodo di mantenimento”. La piccola è viva, riferisce Schirato, mentre tanti altri bambini sono morti o hanno malformazioni a causa dell’inquinamento provocato dalle montagne di rifiuti tossici sepolti illegalmente in quella zona tra Napoli e Caserta. Quello scatto è parte di un ciclo ricco di  umanità sul sud Italia dal titolo “Terra mala. Storie di inquinamento”: il fotografo ne parla in un incontro aperto al Macte - Museo di Arte Contemporanea di Termoli, sulla costa molisana, con la direttrice Caterina Riva, venerdì 14 gennaio alle 18.30 come suggello della mostra fotografica “Lisetta Carmi. Voci allegre nel buio”.

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Stefano Schirato, riporta la scheda del museo, “vive a Pescara, dove ha fondato la scuola Mood Photography, insegna fotogiornalismo ed è docente della Leica Akademie Italia. Nel 1999 pubblica con Emergency Gli occhi della Cambogia sul dramma delle mine anti-uomo e nel 2003 il libro fotografico Né in terra, né in mare sulla vita dei marinai nelle navi sequestrate”. Il fotoreporter collabora con L’Espresso, New York Times, Vanity Fair, Washington Post, Al-Jazeera, Cnn, Le Figaro, Newsweek Japan e ha fotografato anche i backstage dei film di Giuseppe Tornatore.

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Schirato, come è nato il progetto “Terra mala”?

È nato molto prima del primo scatto che mi pare risalga al 2015.  Nel 2011 andai a Chernobyl a 25 anni dalla catastrofe nucleare per capire cosa fosse rimasto. Lì mi imbatto in storie personali e metto a fuoco che il mio interesse primario era per gente che non decide di abitare in un posto, ci si trova, ci nasce, ci abita, e paga le conseguenze da inquinamento. Nello stesso anno un giornale mi mandò a Taranto per l’Ilva e iniziai a sterzare verso questo tema.

Come è arrivato alla “Terra dei fuochi”?

Dal 2011 al 2015 ci sono andato più volte, consigliato da amici, da attivisti, da colleghi fotografi ma avevo deciso non farne nulla perché all’inizio trovai una indicibilità.

Perché indicibilità?

La chiamano “Terra dei fuochi” perché è una zona piena di spazzatura dove fanno roghi di materiali che diventano tossici ma la spazzatura è in tanti altri luoghi d’Italia: il problema è quanto non si vede, i rifiuti speciali interrati illegalmente. Gli attivisti mi mostravano colline che non devono esserci perché è pianura ma io vedevo l’erba e non capivo come raccontarlo. Questa voglia di lavorarci su macerava finché nel 2015 incontro un sacerdote, don Maurizio Patriciello. Lo ascolto in una conferenza alla fine della quale gli chiedo come, secondo lui, da fotografo avrei potuto raccontare quanto lui aveva detto con le parole. Risponde dandomi il numero di telefono di Marzia Cacciopoli, presidente dell’associazione “Noi genitori di tutti”. Inquel mare magnum di dolore lei ha perso l’unico figlio. E ha reagito. In quel mondo molto doloroso di morti, di malattie, ho conosciuto persone bellissime, molto unite, che ci mettono la faccia, con una resilienza enorme, con la voglia di combattere.

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Casoria, 2015. Anna, 3 anni, sta combattendo con una leucemia linfoblastica acuta. Ora è nel periodo di mantenimento. Foto Stefano Schirato dal progetto “Terra mala”

 

Bisogna mostrare le persone per dire della devastazione?

L’ho capito in itinere. Per raccontare le discariche abusive e gli interramenti era più potente raccontare le persone del territorio che subiscono la devastazione, i comitati che combattono una situazione assurda e chiedono giustizia. La “Terra mala” sulla Terra dei fuochi ha due filoni: il paesaggio stuprato e quello che preferisco, le persone, le loro storie.

“Terra mala” non è solo Campania: nel suo reportage c’è la zona del petrolchimico in Sicilia.

In realtà la Terra dei fuochi aveva chiuso il ciclo di “Terra mala”, è uscito anche il libro. Poi mi sono accorto della contraddizione più grossa: siamo considerati il primo mondo occidentale, tendenzialmente ricco ma abbiamo zone di inquinamento quasi da terzo mondo. Studiando ho visto che ci sono varie “terre dei fuochi” in Italia. Il petrolchimico siciliano è il secondo capitolo di questo viaggio, possono essercene altri.

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Qual è lo scenario siciliano?

Sull’Espresso è uscito un servizio con le mie foto su Gela, una delle città con il più alto tasso di bambini malformati alla nascita o abortiti. Ci sono tantissimi morti e malati di tumore e ho voluto raccontare la particolarità del territorio e le problematiche inerenti al petrolchimico. Quindi si parla di Augusta, Priolo e Melilli, tre siti uno vicino all’altro detti “triangolo della morte”, lunghi una trentina di chilometri sulla costa. Qui ho incontrato una biologa marina, Mara Nicotra, che studia i pesci della rada di Augusta dove è proibito pescare anche se molti pescano e ha evidenziato spine bifide e altre malformazioni perché sott’acqua ci sono milioni di metri cubi di porcherie. E ci sono tanti casi di malformazione nelle persone, dalla palatoschisi nei bambini alle spine bifide.

Anche lì ho trovato un sacerdote, don Palmiro Prisutto: il prete ha censito prima il quartiere, poi Augusta e i numeri sono così alti che ha creato “Piazza dei martiri di cancro”. Nella chiesa un muro riporta nome e cognome dei morti e ogni 28 del mese al posto della predica don Prisutto cita tutti gli ultimi morti di cancro e prega per loro: è diventata una bandiera, è molto inviso a più persone, è un prete scomodo.

Quale bilancio trarrebbe da quanto ha visto?

Non riesco a rispondere. I politici dovrebbero farsi un giro. Avevo accolto con favore la presenza di Sergio Costa ministro dell’ex ministero dell’Ambiente perché era stato capo della guardia forestale della Terra dei fuochi dove ha lavorato molto bene e così su varie situazioni di inquinamento. Credo che il risanamento dovrebbe partire dal governo. Anche se in Sicilia è più complicato perché c’è il ricatto occupazionale, anche se mafia e camorra avranno i loro giochi, da cittadino provo grande stupore nel vedere quante persone si muovono, quanti attivisti ci sono, manifestazioni: una coscienza di massa si muove, è la parte più importante e fa ben sperare.