Le statue pubbliche di donne in Italia? “Stereotipate, poche e a volte offensive”

La storica dell’arte Ludovica Piazzi descrive un’indagine dell’associazione dei beni culturali “Mi riconosci?”. Dagli esiti sconfortanti e con qualche felice eccezione come Maria Lai

Le statue italiane del ‘900 e del nostro millennio che immortalano figure pubbliche hanno problemi seri. Al di là della valutazione estetica di sculture spesso francamente imbarazzanti, le donne sono clamorosamente sottorappresentate come se fossero una presenza marginale, secondaria. Un difetto forse ancora più ingombrante e irrisolto è però il “come” vengono raffigurate: in fogge spesso inutilmente sexy, oppure nude come le giornaliste uccise per il loro lavoro e il loro coraggio Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli mentre nessuno scultore si è sognato mai di rappresentare un Indro Montanelli senza veli.

Com’è che andiamo sull’argomento? Perché ha condotto un’indagine a tappeto su tutto il territorio “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, collettivo che da anni si occupa di patrimonio culturale e della sua gestione pubblica come della condizione lavorativa della marea di precari cui sono costrette soprattutto le nuove generazioni di storici dell’arte, archeologi, archivisti e colleghi di discipline affini (clicca qui per il loro sito).

La mappatura collettiva, compiuta tramite ricerche, foto, sopralluoghi, non ha voluto censire ogni singola statua e tuttavia fornisce una fotografia esaustiva dell’esistente e, in modo indiretto, anche del pensiero, della mentalità che innerva chi vuole ed esegue queste sculture. Firmano la ricerca giovani archeologhe e storiche dell’arte, tra cui Ludovica Piazzi, che è una delle promotrici. È la studiosa a parlarne con Tiscali Cultura e a concludere la conversazione con uno scarto che, date le premesse, può sorprendere: a fronte di un linguaggio artistico ottocentesco, abusato, inespressivo, talvolta si vede qualcosa di diverso, la storica dell’arte cita un monumento nel piazzale delle Donne partigiane a Milano e uno a Grazia Deledda a Nuoro a firma di un’artista di acume e inventiva estremi quale era Maria Lai. Due interventi che, nella forma stessa, non tradiscono le donne che spesso si dice di voler celebrare.

Ludovica Piazzi, come è nata l’indagine e come l’avete condotta?

A partire dal 2020 il collettivo “Mi Riconosci” ha pubblicato alcuni articoli sullo spazio pubblico e sui monumenti che lo occupano. Ci siamo interessate al patrimonio difficile e a personaggi controversi che vediamo rappresentati nelle nostre piazze, ma anche alla presenza femminile nella statuaria pubblica. I monumenti non possono essere considerati neutri, rispecchiano i valori che le istituzioni hanno ritenuto di rappresentare e trasmettere ai cittadini. L’anno scorso questo era diventato un argomento piuttosto caldo per le statue di Cristoforo Colombo abbattute negli Stati Uniti e per quella del mercante di schiavi Edward Colston a Bristol in Gran Bretagna. Anche la presenza femminile è stata oggetto di attenzione mediatica, penso in particolare al caso di Cristina Trivulzio di Belgiojoso a Milano (1808-1871 ndr). Abbiamo deciso di censire le statue che raffigurano personaggi femminili perché ci sembrava necessario fare chiarezza: sono temi di cui si parla tanto ma su cui nessuno ha dati. Caso diverso è la toponomastica.

Già, i nomi delle strade e delle piazze italiane.

Pochissime sono intitolate a donne. Molte amministrazioni si sono rese conto del dislivello e cercano di intitolare più strade a figure femminili, per esempio facendo in modo che per ogni via nuova dedicata a un uomo una sia intitolata a una donna. L’associazione Toponomastica Femminile (clicca qui per il sito) ha fatto moltissimo per porre l’attenzione su questo problema. Il nostro lavoro però ha caratteristiche diverse.

Quali sono?

Posto che la percentuale di statue femminili rispetto a quelle maschili è inferiore che nella toponomastica, più che vedere quante donne siano assenti noi interessava vedere quali vengono rappresentate, come vengono rappresentate e da chi.

Una percentuale si può indicare?

Non possiamo quantificare, ma alcuni casi sono emblematici. A Milano nel settembre scorso è stato dedicato il primo monumento a una donna realmente esistita, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, a fronte di 125 a uomini. Oppure a Roma: al Gianicolo abbiamo 228 busti di personaggi maschili e uno femminile, nel parco di Villa Borghese ci sono tre femmine e 226 maschi.

Esiste un censimento generale?

No, non c’è.

A volte le donne sono raffigurate in modi offensivi: a Sapri nel salernitano una spigolatrice evidenzia i glutei in forme sexy; qualcosa di analogo accade con una lavandaia in via della Grada a Bologna. Una fontana ad Acquapendente nel viterbese rappresenta Ilaria Alpi e Mari Grazia Cutuli come ninfe nude con dettagli nel gruppo scultoreo che rimandano alla carta e un monumento simile dovrebbe amareggiare tutti i giornalisti, non solo le giornaliste. L’autore ha detto che voleva rappresentarle come donne “pure”, ma perché nude?

Una statua di Peppino Impastato nudo (il giornalista ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, ndr) colpirebbe, verrebbe percepita come stridente. La fontana dedicata ad Alpi e Cutuli è stata inaugurata nel 2003, alla presenza dei familiari delle giornaliste, ed è ancora lì, quindi è stata considerata tutto sommato accettabile. Quando l’abbiamo vista siamo rimaste basite perché quelle ritratte non sembrano due giornaliste, ma due ninfe. In questa fontana non viene raccontata la loro autorevolezza o il loro coraggio, vengono invece presentati due corpi nudi, spogliati dalla loro storia. Vengono sminuite e non celebrate.

 

La statua di Anna Magnani a Roma. Foto Ansa/Riccardo Antimiani

 

Il linguaggio artistico di queste statue quasi sempre corrisponde a un verismo ottocentesco, oggi sfiorito e senza vitalità. In maniera inconsapevole, ciò non rimanda a un’epoca in cui le donne stavano in cucina, lavavano i panni, accudivano i bambini, erano “pure” e, aggiungiamo, non votavano? Cosa ne pensa?

Non è una lettura sbagliata ma invertirei i termini: è il pensiero ancora di stampo ottocentesco che si traduce nel linguaggio formale di quel tempo. Le statue pubbliche, che spesso non hanno niente di artistico, non si sono evolute neanche dal punto di vista figurativo, l’arte del Novecento è infatti andata in tutt’altra direzione. I valori di cui sono portatrici molte delle statue che abbiamo censito si rispecchiano dunque perfettamente nella loro forma.

A suo parere, qual è il motivo?

Crediamo che sia la scelta più scontata per istituzioni e committenti, denota una certa ingenuità e un atteggiamento retrogrado a monte. Si sceglie la strada facile perché rappresentare i lineamenti mortali di un personaggio piuttosto che raccontarne il pensiero o il lavoro è più semplice e non richiede uno sforzo intellettuale.

Il sindaco di Firenze Dario Nardella in seguito a un ampio articolo di Viola Giannoli sulla Repubblica di sabato 23 ottobre ha annunciato che la città collocherà cinque statue su donne: Oriana Fallaci, Maria Montessori, Nilde Iotti, Anna Magnani mentre la quinta sarà scelta da un sondaggio online con le scuole. Cosa ne pensa?

Non è facile rispondere. Se queste statue nascessero da una vera esigenza partecipata di celebrare queste donne straordinarie sarebbe bello. Sarebbe bello anche se riuscissero a raccontare con rispetto e intelligenza le donne che ritraggono, i loro valori, la loro storia e il loro pensiero. Questa proposta fiorentina appare però diversa: una volontà maschile inserisce forzatamente figure femminili in uno spazio antropocentrico per cercare di dimostrare che Firenze è una città inclusiva. Ci fa molto piacere che si ponga la questione, che ci sia la volontà di trovare una soluzione, però pensiamo che non debba essere una imposizione, quanto qualcosa di condiviso, partecipato, che esprima veramente qualcosa di sentito.

In questo scenario cosa aggiungere sul vostro lavoro?

Posso aggiungere che a noi interessa che emerga la vera anima del nostro progetto: non volevamo tanto elencare le mancanze quanto riflettere su come vengono raccontate le donne, cosa che in genere avviene in maniera stereotipata. Ma ci sono eccezioni significative.

Può citare qualche esempio?

Nell’aprile scorso Milano ha inaugurato un monumento alle partigiane. Si chiama “Fischia il vento”. È composto da alcune canne metalliche che fischiano col vento su cui sono incisi i nomi delle partigiane. Dunque un monumento non figurativo che ricorda queste donne coraggiose ed evoca in maniera commovente le ansie e le speranze del periodo della Resistenza. Un altro caso, sempre non figurativo, è un monumento a Nuoro dedicato a Grazia Deledda e realizzato dall’artista Maria Lai. È composto da una serie di elementi separati su cui sono disegnati personaggi ispirati a racconti di Deledda. Qui Maria Lai non descrive le fattezze della scrittrice ma la sua opera, in un omaggio molto sentito. È significativo che l’autrice di questo monumento sia una donna: il 90% dei monumenti che rientrano nel nostro censimento è realizzato da uomini.