Un mega-museo delle antichità romane? La proposta di Calenda che sconvolge la cultura

Il candidato sindaco pensa a una raccolta unica per tutte le antichità e di smantellare i Musei Capitolini. Cosa dicono Carandini, Sgarbi e altri addetti ai lavori di un’idea che zoppica

Far convivere sotto lo stesso tetto il Marc’Aurelio equestre e la Lupa dei Musei capitolini con il Pugile o gli affreschi pompeiani di Palazzo Massimo? Detto in maniera più diretta, Carlo Calenda, candidato sindaco al Campidoglio, vorrebbe, nell’ordine: creare un unico ed enorme museo romano delle antichità nei tre palazzi affacciati su piazza del Campidoglio; spostare altrove da Palazzo Senatorio gli uffici e la sede del Comune; smembrare i Musei capitolini così come sono, perché “di concezione vecchia”, perché mescolano sia una collezione di antichità sia una pinacoteca “strepitosa” nelle medesime sale; vorrebbe trasferire in massa i Caravaggio, Guido Reni e Van Dyck dei Capitolini nel museo di Palazzo Barberini che ha una collezione di pittura del ‘6-700 strabiliante; il candidato immagina dunque un nuovo Museo Unico per la Roma Antica che raduni le collezioni statali del Museo nazionale romano (Palazzo Massimo, Terme di Diocleziano, Palazzo Altemps, più la Crypta Balbi, clicca qui per il sito), che unisca le raccolte comunali del Museo di Roma – Palazzo Braschi, del Museo della Civiltà Romana (all’Eur, ma è chiuso), della Centrale Montemartini (a Ostiense) e, appunto, dei Capitolini (clicca qui per il sito). L’obiettivo? Far comprendere a tutti cos’è stata la civiltà romana, mentre oggi ai Capitolini “non si capisce nulla”, sostiene Calenda.

 Calenda: basta separazioni, pensi a tutto lo Stato

Il candidato sogna un museo sulla civiltà di Roma tutto sotto l’ombrello dello Stato, non più suddiviso tra istituzioni statali e comunali come accade ovunque in Italia. In Francia e Gran Bretagna Louvre (clicca qui per il sito) e British Museum (clicca qui per il sito) nascono come accentramento dello Stato o della Corona che si sono appropriati di opere in territori sotto il loro dominio o che hanno convogliato tutta l’arte del paese nella capitale. Al contrario l’Italia è policentrica e Roma stessa ha collezioni ognuna con una sua natura: una smisurata concentrazione snaturerebbe la capitale stessa. Sarebbe gestibile? Quanto al mescolare sculture antiche e dipinti: giusto discutere come esporre e spiegare le opere, ma se Calenda ritiene il mescolare antico e pittura frutto di una “vecchia concezione” allora dovrebbe contestate anche quel magnifico scrigno di dipinti e statue fianco a fianco che è la Galleria Borghese.

Il candidato sindaco: creiamo un museo tipo Louvre

Il 48enne leader della lista Azione, già ministro e viceministro allo sviluppo economico in governi guidati da Renzi, Letta e Gentiloni, con generoso uso dell’aggettivo “strepitoso” da una calda piazza del Campidoglio d’estate ha divulgato in un video il suo piano per i musei (clicca qui per vederlo). Il suo pensiero sull’argomento è: le collezioni “frammentate” in più musei rendono “la bellezza di Roma” incomprensibile; mettiamole invece tutte insieme come al Louvre o al British Museum, spieghiamo per bene storia e opere e allora si renderà davvero un servizio ai cittadini e ai turisti. Cosa accadrebbe al Campidoglio dove alloggiano il sindaco e gli uffici? Dal “Palazzo Senatorio la politica va mandata via non per una ragione di populismo ma perché qui deve esserci un percorso moderno che spieghi cos’era Roma, le sue istituzioni, la sua forza, e che consenta alle persone di scendere ai Fori e capirli, comprenderli”, esclama il politico nel video.

Divulgata via social, la proposta ha fatto il “botto” mediatico.. Da un lato è positivo che si discuta animatamente di cultura e dei Fori (quelli romani) e non solo delle buche, che pure sono un autentico tormento urbano. Calenda ci fa quindi riflettere su cosa intendiamo per vita culturale e inserisce nell’agenda elettorale temi che riguardano tutti nessuno escluso. Bene. Però ci sono parecchi “però”.  

Didascalie appropriate, come dicono tanti

I busti in fila per due. In un post su Facebook sui busti romani dei Capitolini “allineati su due o tre file” Calenda lamenta che non si comprenda chi siano quelle figure e cita a esempio quello di Cicerone che “non ha una targhetta”. Il termine corretto è “didascalia”, non “targhetta”, tuttavia descrivere un’opera con parole ben leggibili e alla portata non solo degli specialisti è un problema reale, non peregrino, che buona parte degli archeologi e dei musei conosce bene. L’esigenza esiste. La soluzione prospettata, nel nuovo mega-museo? “Immaginiamo una sala dedicata a Cicerone, dove al busto si accompagni il quadro di Maccari mentre una voce declama le Catilinarie”. Calenda è convinto che un “ragazzo di un liceo” si appassionerà e comprenderà tutto. Con il “quadro” il candidato rimanderà all’affresco su Cicerone del 1880 di Cesare Maccari a Palazzo Madama, a ogni buon conto crediamo che per appassionare serva raccontare bene, magari a scuola, Cicerone e la sua civiltà, sintetizzare in breve in pannelli molto chiari, mentre in un mondo dove tanto è già spettacolo uno show siffatto rischierebbe di risultare assai poco appassionante. A questo punto vi incuriosirà forse conoscere qualche commento tra i tanti? Riprendiamone alcuni.

Carandini: “Non si può rabberciare un Louvre a Roma”

Andrea Carandini è presidente del Fai – Fondo per l’ambiente italiano, archeologo tra i più profondi studiosi dell’antica Roma. Sul Corriere della Sera del 24 agosto ha scritto: “Non è più questione di accumulare e ricombinare oggetti belli tratti da altri musei, quanto di usare a pieno l’informatica e la multimedialità, sole capaci di risuscitare paesaggi urbani e rurali del passato, con pochi inserimenti di oggetti significativi, tratti soprattutto dai depositi (…). Bene ha fatto il candidato sindaco Carlo Calenda a riprendere questa idea, se non fosse che l’ha inserita in un progetto antistorico, che dissolverebbe i Musei Capitolini e dei Conservatori proprio mentre si propone di salvare la storia perduta della città”. Suona come una stroncatura. Sul Louvre Carandini ha annotato: “La storia neppure Dio è in grado di riscriverla. Non è dunque questione di rabberciare in qualche modo a Roma un museo del Louvre, fondendo musei diversi dalla tradizione insigne, tra Rinascimento e unità d'Italia, certamente migliorabili nella valorizzazione e nella gestione, ma non spostabili, smembrabili o mischiabili”. Quanto alla complicata spartizione dei monumenti  l’archeologo pensa a una via diversa da quella del politico di Azione: “Il patrimonio culturale romano - statale, comunale, della Chiesa e dei privati - va soprattutto concertato - superando i vari potentati per servire l'interesse generale - e integrato di quanto più manca”.

Sgarbi: “Va condiviso lo spirito della proposta”

Vittorio Sgarbi ne ha scritto sul Giornale con un articolo uscito online il 22 agosto: “Roma deve essere un museo continuo, senza divisioni tra comunali, statali e privati, visitabile con un solo biglietto, dai Musei Capitolini a villa Albani, dalla Basilica di San Pietro a Santa Maria del Popolo, a Santa Maria dell’Anima, che è dei tedeschi, a San Luigi dei Francesi, che è dei Francesi. Più del Louvre è questo Museo senza confini spirituali, appartenente a tutti, beni del popolo cristiano, non dello Stato, del Comune, della Chiesa, dei privati. Comunità della conoscenza. La proposta di Calenda va interpretata, ed è sostanzialmente giusta. Ne va condiviso lo spirito”.

Bonami: “Proposta valida, good luck”

Francesco Bonami, critico e curatore d’arte contemporanea tra i più noti, si è espresso a favore sul Foglio del 25 agosto: “L’idea di Calenda sui musei è una valida proposta. Mettere sotto un solo cappello, al Campidoglio, un gruppo di collezioni della città adesso dislocate in varie sedi. La razionalità da noi va sempre mano nella mano con l’utopia. Quindi auguriamo subito a Carlo Calenda good luck!”.

Paparoni: “Bene sgombrare il Campidoglio”, ma la via è irrealizzabile

Demetrio Paparoni, anche lui critico e curatore d’arte contemporanea, con un articolo sul Domani del 21 agosto aggiornato il 22 ha definito la proposta di far sloggiare gli uffici comunali dal Campidoglio “meritoria perché metterebbe a disposizione dei cittadini dei luoghi che il potere politico locale, notoriamente inefficiente, e non certo da ieri, ha riservato a sé”. In più “mettere in discussione l’approccio specialistico non implica la banalizzazione: creare un nuovo registro linguistico in grado di togliere più di una ragnatela dai musei e delle soprintendenze sarebbe auspicabile”. Viceversa, per Paparoni riunire in un unico museo “le grandi collezioni” scatenerebbe “una serie di conflitti tra amministrazione comunale e statale, comprometterebbe la specificità delle singole realtà museali” e incontrerebbe ostacoli pratici e legislativi altissimi. Quindi è una via impraticabile.

Garacci: “Calenda manipola il passato per un’idea irrealizzabile”

Vale infine concludere con Mariasole Garacci che ne ha scritto su Micromega online il 24 agosto. I Capitolini, ricorda la storica dell’arte romana, sono considerati “il museo più antico del mondo” perché nel 1471 papa Sisto IV donò ai romani dei bronzi antichi che “furono sistemati davanti la facciata del Palazzo dei Conservatori venendo a costituire il primo nucleo della collezione”. Ancora: la Pinacoteca, che il candidato sindaco vorrebbe trasferire nella Galleria di Palazzo Barberini la quale oggi compone un museo unico insieme a Palazzo Corsini in Trastevere (clicca qui per il sito), si formò “tra il 1748 e il 1750”, quindi con i suoi Tiziano e colleghi ha un peso storico plurisecolare. Secondo Mariasole Garacci “i Musei Capitolini sono un complesso stratificato e unitario nella sua eterogeneità, la cui consistenza stessa racconta alcune tra le diverse storie di Roma. Perché questa città di storie ne ha molte, contrariamente alle operazioni ideologiche del ventennio fascista che pretendevano di isolare strumentalmente il singolo segmento di questo intricato racconto che meglio si attagliava agli scopi propagandistici di Mussolini. Bisognerebbe sempre fare molta attenzione alle manipolazioni selettive del passato che anche oggi continuano a balenare nelle uscite di questo o quel politico”. Infine una stoccata pratica: “Se anche la Costituzione, le leggi, e l’assetto dei livelli amministrativi lo consentissero, l’idea sarebbe materialmente irrealizzabile. Le antichità di Roma al Campidoglio non ci stanno”. Nemmeno “se si libera il Palazzo Senatorio”.

Mariasole Garacci individua il cuore del problema quando scrive quanto segue: “Non è la dispersione delle sedi fisiche a rendere i nostri musei poco attrattivi e a fare di Roma una città da turismo ‘mordi e fuggi’. È la mancanza di servizi al turista, e anzitutto al cittadino; la quasi totale abdicazione, da parte della cosa della pubblica, di accoglienza e servizi al privato; la mancanza di una sinergia tra istituzioni culturali; la tendenza a concentrare l’industria turistica sugli stessi luoghi esaurendone le forze e drenando energie da altre aree”. La storica dell’arte va al nocciolo della questione. Calenda ha infilato nel dibattito elettorale un argomento sulla vita culturale cittadina: avrebbe reso meno in termini mediatici ma già che c’era poteva prendere la mira su un obiettivo più appropriato.