Michelangelo Buonarroti prese davvero a martellate la Pietà? Le risposte nel restauro del capolavoro

Il Museo del Duomo di Firenze ha restaurato la scultura che ha ritrovato il colore chiaro, non più ambrato. Le scoperte: il marmo non veniva da Carrara, era difettoso e forse il Buonarroti non lo prese a martellate

La Pietà Bandini di Michelangelo, la scultura che l’artista avrebbe preso a martellate in uno scatto di furore, non è più rivestita di un color ambrato: il drammatico gruppo scultoreo ha acquisito una superficie chiara, luminosa, non più fosca come avevano finora ai nostri occhi il Cristo morto sorretto con umana pietà dalla Madonna, da Maddalena, da Nicodemo. A distanza ravvicinata risulta ancora più nitida la torsione dei corpi al termine del restauro, o sarebbe più corretto dire dell’accurata pulitura, voluto dal Museo dell’Opera del Duomo di Firenze. L’intervento, iniziato nel 2019 e andato un po’ più per le lunghe a causa della pandemia, è concluso e lo ha presentato l’Opera di Santa Maria del Fiore, l’ente che gestisce tutto il complesso con museo, duomo, battistero, campanile (clicca qui per il museo, clicca qui per l’ente di Santa Maria del Fiore).

Il Buonarroti forse si fermò per forza

Adesso il marmo alto due metri e 25 centimetri e dal peso di 27 quintali emana un’altra luce. Il restauro porta con sé altre notizie nuove: il blocco veniva dalle cave medicee di Seravezza, in Lucchesia, non da quelle di Carrara come si credeva; è confermato che il marmo era difettoso per cui Michelangelo aveva buoni motivi per infuriarsi; l’opera è incompiuta e imperfetta (la gamba sinistra di Gesù pare sproporzionata, manca la gamba destra) e si inscrive nel club dei capolavori incompiuti di cui il Buonarroti è tra i massimi esponenti ma l’artista potrebbe aver interrotto il lavoro a causa delle tante microfratture rinvenute,  soprattutto una alla base del blocco, quindi forse non poteva proseguire, non era tanto o non solo per suo tormento creativo e insoddisfazione.

Antonio Natali: “Ora il marmo palpita”

Già direttore degli Uffizi, autentica autorità negli studi dell’arte del ‘400 e ‘500 fiorentini, Antonio Natali è stato coordinatore scientifico del restauro insieme a Vincenzo Vaccaro ed è consigliere dell’Opera: “Ciò che più mi strugge è che finalmente ora si possono vedere i diversi strati di lavorazione del marmo. Dopo la pulitura non ci sono più quei veli che erano stati stesi per rendere la scultura omogenea e davano il tono un po’ ambrato. Aggiungo ‘finalmente’: è un’opera che va dall’appena sbozzato al quasi finito mentre la versione ambrata non ce la faceva a uniformare e a rendere omogenea la superficie perdendo la vibratilità delle diverse fasi di lavorazione. Ora quella vibratilità si percepisce e a dispetto dell’essere pietra è un marmo che palpita”.  

Le peregrinazioni da Roma alle tante sedi fiorentine

Andiamo adesso per gradi. Vissuto dal 1475 al 1564, l’artista scolpì il gruppo marmoreo più o meno tra il 1547 e il 1555, là dove viveva, a Roma. Nel volto incappucciato di Nicodemo Michelangelo ritrasse sé stesso: l’opera doveva essere il suo testamento e venir collocata vicino a una altare in una chiesa romana dove l’artista voleva essere sepolto. Detta “Bandini” dal nome del banchiere che l’aveva acquistata per 200 scudi dal servitore dell’artista Antonio da Casteldurante, la scultura arriverà a Firenze nel 1674, acquistata tre anni prima da Cosimo III de’ Medici. Nel 1722 arriverà nel retro dell’altare della Cattedrale dove resterà fino al 1933; transitata per più sedi, nel 1981 arrivò nel museo dell’Opera del Duomo. Che due anni fa, diretto da Timothy Verdon, decise di restaurare la scultura in un cantiere visibile al pubblico.

Tolti il gesso e la cera

Sotto la direzione di Beatrice Agostini, la restauratrice Paola Rosa con la collaborazione della collega Emanuela Peiretti ha trascorso due anni in stretta compagnia di una delle opere più struggenti e dell’arte. Come racconta Beatrice Agostini il lavoro, eseguito con tutti i crismi del restauro odierno e nel modo più leggero possibile, è stato preceduto da indagini diagnostiche della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Firenze, dall’università e privati. Cosa ha rivelato, il lavoro? “Sulla superficie marmorea era presente del gesso come residuo del calco di fine ‘800 e difficile da rimuovere”. Inoltre, ricordano le restauratrici, sulla superficie erano presenti cere “presenti in modo diffuso e puntiforme per le gocciolature dovute alle colature dei ceri sull’altar maggiore della cattedrale di Firenze”. Il colore ambrato, aggiungono, non era la classica patina del tempo. In più “si rafforza l’ipotesi che il marmo fosse difettoso, come riporta il Vasari. Michelangelo potrebbe aver abbandonato l’opera per l’impossibilità di terminarla. Molte domande restano aperte”, osserva Paola Rosa.

 

La Pietà di Michelangelo dell’Opera del Duomo nota come Pietà Bandini, dopo il restauro. Museo dell’Opera del Duomo, Firenze. Courtesy Opera di Santa Maria del Fiore, foto Claudio Giovannini

 

 

I segni delle martellate? “Non ci sono ma…”

Resta aperta la domanda se il Buonarroti abbia preso a martellate la scultura per la frustrazione. “Aveva un’indole inquieta e quello che si dice un caratteraccio – ricorda ancora Natali - e con l’andare dell’età non migliorava, posso dirlo a ragion veduta. Alla fine non si può dire se davvero abbia a preso a martellate la scultura. I segni non ci sono. Può anche essere che chi restaurò la Pietà per renderla meno difforme nelle varie parti (Tiberio Calcagni, uno scultore vicino allo stesso Buonarroti, ndr) potrebbe aver annullato e reso invisibili quei segni”. È però Giorgio Vasari a parlare delle martellate. “Sì, e scrive anche che il marmo faceva fuoco. Accadeva perché ha elementi di pirite e scagliava faville in quanto la pietra reagiva allo scalpello di Michelangelo. È tutto un racconto che rende umanamente commovente la vicenda”.

Il soprintendente Pessina: “Pensavamo di conoscere l’opera”

“Pensavamo di conoscere l’opera con quel suo colore ambrato – riflette il soprintendente di Firenze, Pistoia e Prato Andrea Pessina – Grazie alle capacità delle restauratrici ora abbiamo una chiave di lettura diversa, più ricca. Sulla superficie della Pietà ora vediamo meglio il finito e il non finito, le incertezze, le difficoltà, le tracce materiali della vita tormentata di una delle grandi opere di Michelangelo”. D’altro canto, e qui riprendiamo Natali, “alla fine bisognerebbe guardare gli artisti per quello che sono nella loro essenza, uomini con un’indole e un carattere”. E come incertezze e difficoltà costellano la vita di tutti noi, così possiamo immaginare la vita di Michelangelo il cui apice forse non è nella perfezione quanto nelle imperfezioni e nei segni di scalpello ancora evidenti nella Pietà fiorentina come nei “Prigioni” dell’Accademia e del Louvre.

 

 

Doveroso infine ricordare che l’intervento è stato finanziato dalla Fondazione non profit Friends of Florence presieduta da Simonetta Brandolini d’Adda.