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Auschwitz, cosa sta succedendo in nome degli affari legati al dark tourism: è opportuno?

A poche decine di metri dall'ingresso del campo è comparso pochi giorni fa un chiosco che vende dolci. Il portavoce del museo: "Mancanza di rispetto per il sito"

Francesca Mulasdi Francesca Mulas   
Auschwitz, cosa sta succedendo in nome degli affari legati al dark tourism: è opportuno?

Da qualche settimana c'è un chiosco di gelati all'ingresso del Memoriale di Auschwitz, il museo dedicato alle vittime dell'Olocausto che sorge nella piccola città polacca di Oświęcim: è una piccola struttura che ha disegnati sopra dei coni gelato e un'insegna, “Icelove”. E' opportuno che si vendano dolci e cibo a pochi metri dal luogo simbolo della follia nazifascista? O invece è giusto valutare ed eventualmente limitare le offerte per i turisti, considerato che qui sono morte oltre un milione di persone? La risposta appare scontata, eppure la realtà è più complessa di quello che sembra: se da un lato Auschwitz-Birkenau è un luogo di morte e dolore, dall'altra è anche un museo che attira ogni anno milioni di visitatori da tutto il mondo. Qual è dunque il confine tra la fruizione turistica e il rispetto per la storia?

Come riporta il quotidiano Il Post, il portavoce del Auschwitz-Birkenau State Museum, l'istituzione che dal 1946 ha aperto le porte del campo di concentramento e sterminio, ha affermato che il chiosco è “un esempio non solo di cattivo gusto estetico, ma anche di mancanza di rispetto per il vicino sito storico speciale”, mentre il sindaco della città di Oświęcim ha fatto sapere che si trova su un terreno privato e dunque non è di competenza dell'amministrazione comunale. Il sito di Auschwitz, che permette la visita al campo, alle baracche dove vivevano i deportati e nei luoghi di lavoro, il percorso tra oggetti, occhiali, vestiti e scarpe e persino l'ingresso nelle terribili camere a gas dove sono state uccise centinaia di migliaia di persone perseguitate dal regime nazista, non è però nuovo a questo tipo di polemiche: periodicamente vengono denunciati comportamenti inopportuni da parte di visitatori che qui scattano selfie e vengono immortalati mentre giocano sui binari o sorridono davanti alle recinzioni di filo spinato.

Il tweet del politologo americano Ian Bremmer

Il dibattito su cosa sia opportuno e giusto fare dentro un museo come Auschwitz si inserisce nel quadro ben più ampio e articolato del cosiddetto dark tourism, un fenomeno di cui si parla da oltre vent'anni "che comprende le forme di presentazione, e di consumo da parte di visitatori, di luoghi di morte e disastri, reali o rappresentati", secondo la definizione dei sociologi John Lennon e Malcom Foiley dal libro "Dark Tourism, the attraction of death and disaster" pubblicato in Inghilterra nel 2000.

Nella categoria di siti oscuri e macabri rientrano i campi di concentramento e sterminio, ma anche le carceri o gli spazi dove si sono consumati omicidi e tragedie: tutti luoghi che muovono un consistente giro d'affari e attirano milioni di visitatori da tutto il mondo. Il sociologo dell'Università Milano Bicocca Simone Tosi nell'articolo "Turismo, morte e dolore. Una riflessione sociologica intorno al tema del turismo dark" ne ha fatto diversi esempi: il cimitero parigino di Pére Lachaise con le sue tombe di personaggi celebri, il London Dungeon, la prigione di Alcatraz a San Francisco, il museo di Dallas dedicato all'assassinio di John F. Kennedy, mentre in Italia annoveriamo il borgo ligure di Triora, dove nel XVI secolo si tenne uno dei più noti processi contro la stregoneria, e le catacombe dei cappuccini a Palermo.

Si tratta di spazi che attirano le persone per motivi vari: conoscenza, studio, curiosità o semplice desiderio di trovarsi nei luoghi della storia. E in un panorama tanto variegato a fare la differenza, sottolinea ancora Tosi, è la narrazione: la visita alla prigione di Alcatraz, la stessa che ospitò alcuni tra i più noti criminali americani come il gangster Al Capone e ha ispirato film, libri, fumetti e videogiochi, sarà certamente diversa quella del Sixth Floor Museum a Dallas, dove è possibile affacciarsi nella stessa finestra da cui Lee Oswald sparò al presidente Kennedy e addirittura fare un giro sulla stessa auto dove JFK fu colpito, con tanto di contributo sonoro di allarmi e urla; così come il racconto dell'11 settembre 2001 al museo di Ground Zero, New York, sarà ben diverso da quello del London Dungeon dedicato ai drammi e crimini londinesi.

Un discorso a parte meritano i memoriali sull'olocausto, come Auschwitz o lo Yad Vashem di Gerusalemme, dove l'obiettivo principale è quello di custodire e tramandare la memoria storica, che si tratti di luoghi musealizzati o di spazi che custodiscono archivi, oggetti e testimonianze. 

“La turistizzazione di questo tipo di luoghi può svolgere una funzione educativa favorendo la persistenza di una forma di memoria storica e la costruzione di specifiche identità collettive – scrive Simone Tosi - Tale valenza educativa non è evidentemente neutrale ma corrisponde sempre necessariamente a scelte specifiche e socialmente date. In questo senso il turismo nei luoghi legati alla Shoah o alla resistenza al nazifascismo nella vicenda storica italiana costituiscono chiari esempi”. 

E dunque ancora ci chiediamo se in certi spazi come Auschwitz occorra una particolare attenzione nel gestire i servizi ai turisti, come un chiosco per bere e mangiare, o se anche questo faccia parte della destinazione. Certamente le istituzioni non possono imporre limiti e divieti alle attività private, ma il senso del rispetto e dell'opportunità in un luogo di morte non dovrebbe aver bisogno di un regolamento. 

(le foto del sito di Auschwitz sono dell'autrice)

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