Novità sui fregi del Partenone: si riaccende la contesa tra Atene e Londra

La Regione Sicilia ha restituito un frammento delle sculture alla Grecia che rivuole le opere conservate al British Museum. L'istituzione accetta trattative ma una polemica nuova infiamma il confronto

Il ritorno definitivo ad Atene di un piede della dea della caccia Artemide riaccende la contesa fra Grecia e Gran Bretagna sui pezzi del fregio del Partenone conservati al British Museum e chiamati “Elgin Marbles”. Sono i marmi che Thomas Bruce settimo conte di Elgin e ambasciatore di sua Maestà smontò dal tempio della dea Atena e portò a in Gran Bretagna e che l’istituto londinese possiede dal 1816 con grande vanto. Senza troppi problemi fino al 1983, quando Atene ha fatto richiesta formale di quei capolavori tentando tutte le vie diplomatiche. Da Palermo un frammento è stato riconsegnato in via definitiva alla Grecia e in principio la restituzione può dare più forza alla richiesta dei discendenti di Socrate e Platone. Pur se la storia resta un po’ complicata, cerchiamo di dipanarla e di capire cosa succede. Fino agli ultimi sviluppi. Intricati e anche sorprendenti.

Il piede siciliano di Artemide

Partiamo da Palermo. Il frammento della lastra appartenente al fregio orientale del Partenone raffigura il piede di Artemide seduta in trono, viene dal Museo archeologico regionale Salinas di Palermo e dal 10 gennaio è al nuovo e luminoso Museo dell’Acropoli di Atene: ricongiunto al pezzo d’origine, il reperto diventa “cittadino” greco a tutti gli effetti

Com’era finito in Sicilia, quel piede? A inizio ‘800 in circostanze mai chiarite del tutto ne entrò in possesso il console scozzese in Sicilia Robert Fagan. Dopo la sua morte la moglie lo vendette tra il 1818 e il 1820 al Regio Museo dell’Università di Palermo, di cui il Museo “Antonino Salinas” è l’erede.
La giunta della Regione Siciliana pochi giorni fa ha approvato il via libera alla “sdemanializzazione” del reperto (perdonate il termine, in sostanza significa che il pezzo può essere ceduto) dopo che avevano espresso il loro assenso sia l’Avvocatura dello Stato sia il Ministero della Cultura. Chi aveva avviato la pratica al “Comitato per il recupero e la restituzione dei Beni Culturali” del dicastero era stato l’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, affiancato dal presidente della Sicilia Nello Musumeci e, va da sé, dal ministro greco della Cultura e dello Sport, Lina Mendoni. L’autorizzazione definitiva spetta al corrispettivo italiano, Dario Franceschini, il quale ha già  assicurato di firmare “in tempi brevi” perché “la restituzione è un passo fondamentale della nostra politica di diplomazia culturale e sancisce un principio ineludibile nelle relazioni tra Stati: i beni sottratti al patrimonio culturale di un Paese devono essere restituiti”. Tutto fila liscio quindi. Tra le sponde mediterranee sì, più a nord meno.

 

Il frammento del piede di Artemide restituito alla Grecia dalla Regione Sicilia con l’assenso del Ministero della Cultura. Foto Ansa

 

Quel frammento è un affare di Stato

Va da sé che la restituzione del piede di marmo scaturisce da un accordo fra Stati. Qui lo hanno firmato a febbraio Lina Mendoni e il sottosegretario alla Cultura, Lucia Borgonzoni. In cambio il Salinas riceve dal museo ateniese ed espone per quattro anni una statua acefala della dea Atena del V secolo a.C. cui seguirà, per altri quattro anni, un’anfora geometrica della prima metà dell’VIII secolo a.C. e poi mostre e iniziative condivise.  
“La procedura seguita dal Governo Regionale della Sicilia e dal Ministero della Cultura della Repubblica Italiana per il “Frammento Fagan” – ha commentato la ministra greca – mostrano chiaramente e moralmente quale sia la strada da seguire per il ritorno delle sculture del Partenone ad Atene. La riunificazione delle sculture di Fidia costituisce un obbligo morale per l’Europa, nel contesto della tutela del suo comune patrimonio culturale, della democrazia, della prosperità dei suoi popoli”. Lina Mendoni ha parlato a Palermo affinché Londra intenda.

Clicca qui per il link al Museo Salinas 

Dove stanno le sculture del Partenone  

Cosa dovrebbe intendere, Londra? Anzi tutto un dato: circa la metà delle sculture del tempio di Atena (il Partenone appunto) sopravvissute si trova ad Atene, l’altra metà a Londra. Frammenti sparsi sono a Parigi, ai Musei Vaticani, Copenhagen, Monaco di Baviera, Vienna, Würzburg e, fino a poco tempo fa, Palermo.

Il tempio fu costruito fra il 447 e il 432 a.C. sull’Acropoli come emblema della città-stato. Il fregio raffigurava la festa per la nascita della dea e consiste in metope (sculture in rilievo) e in figure di dèi ed eroi dai frontoni. Nel 1637 fu gravemente danneggiato perdendo una buona metà della decorazione perché era un deposito di munizioni ed esplose. Non era certo il posto giusto dove tenere materiale esplosivo. Il museo londinese espone 15 metope, 17 figure dai frontoni e 75 metri del fregio. Come arrivarono nei vasti spazi del museo inglese allora ancora giovane, quei pezzi? Qui vi forniamo una sintesi della vicenda assai controversa.

Clicca qui per il link al Museo dell’Acropoli 

Come arrivarono a Londra i marmi di Lord Elgin 

Andò così. A Lord Elgin, ambasciatore britannico ad Atene presso l’impero ottomano, le autorità concessero per iscritto il permesso di disegnare, misurare e portare via sculture sia dal Partenone sia da altri edifici dell’Acropoli. Tra il 1801 e il 1805 il nobile non se lo fece ripetere e rimosse una buona metà delle sculture rimaste sul tempio. Agì legalmente quindi? Il Parlamento britannico nel 1816 valutò e stabilì che l’acquisizione era perfettamente legale per cui le sculture entrarono al British. Tuttavia qui si cela un inghippo. Perché i greci oggi sostengono: Lord Elgin ebbe il permesso, ma dai dominatori ottomani, non dalla Grecia, per cui quel “nulla osta” non può essere valido, e dal 1983 insistono anche per vie formali per la restituzione totale e definitiva dei reperti. Finora senza esito. Finora però.

Clicca qui per il sito del British Museum 

La posizione del British Museum 

Il British ribadisce la sua posizione sul sito online: è un “museo del mondo”, ogni anno milioni di visitatori camminano per le sue sale, le sculture del Partenone costituiscono “un elemento vitale in una raccolta globale e manifestano le influenze tra cultura egizia, persiana, greca e romana”. E ancora: “Il Museo dell’acropoli fornisce una visione approfondita della storia della storia di Atene, il Britis offre il senso di un contesto più vasto e dell’interagire tra civiltà vicine dell’Egitto e del Vicino Oriente che contribuirono ai risultati unici della Grecia antica”. Il che vuole dire: Atene e Londra si integrano tra loro, noi non restituiamo niente.

Le trattative tra sì e no   

Le trattative, o meglio i tentativi di trattativa, investono la politica e le istituzioni ai livelli più alti. Per avere la misura del valore politico, basti dire che all’arrivo del frammento siciliano al Museo dell’Acropoli, a gennaio, era presente il premier greco Kyriakos Mitsotakis. Ed è sotto l’egida dell’Unesco che la Gran Bretagna in autunno ha accettato di trattare con il governo greco prospettando un prestito a lungo termine in cambio di capolavori d’arte antica conservati in Grecia. O meglio, non è così semplice: alcuni funzionari hanno acconsentito a discuterne, mentre un funzionario del Dipartimento per il digitale, la cultura, i media e lo sport (DCMS) in un recentissimo incontro intergovernativo dell’Unesco a Parigi ha affermato che non spetta al governo britannico discuterne bensì al museo. Resta un bel nodo da sbrogliare.  

Mancava la diatriba sulle macerie 

Strada sembra liberararsi, dunque? Non è così semplice. Perché una diatriba sulle macerie complica le trattative. Ne ha riferito da Atene Helena Smith sul Guardian come altre testate britanniche: la settimana scorsa a un meeting dell’Unesco un rappresentante del British, Jonathan Williams, ha affermato che Lord Elgin aveva recuperato gran parte delle statue in mezzo a detriti intorno al Partenone, non dal tempio. “Gli oggetti non vennero affatto staccati dall’edificio come è stato suggerito”. Molte testimonianze del tempo avevano riferito invece che erano state usate seghe per e azioni violente per staccare i pezzi e che il nobile britannico sapeva: la corrispondenza tra il pittore che sovrintendeva alle operazioni, l’italiano Giovanni Battista Lusieri, e Lord Elgin lo conferma. Per rimuovere una metope, un pannello a rilievo di una donna rapita da un centauro, nel 1802 Lusieri ammetteva di essere stato obbligato a comportarsi in modo “un po’ barbaro”. Come a dire: non aveva lavorato di fino. 

Il fronte britannico non è così compatto sul "no"

“Lord Elgin impiegò mezzi illeciti e iniqui per impadronirsi ed esportare le sculture del Partenone senza un autentico permesso legale, compiendo uno sfacciato furto seriale”, è intervenuta di recente sempre sul Guardian la ministra Lina Mendoni. “Anche se è impossibile quantificare quante sculture giacessero tra le rovine, lo stato di conservazione della gran parte delle lastre al British dimostra che non erano cadute da un’altezza di dodici metri ma erano state staccate con cura per venire segate (per renderle più trasportabili, ndr) a terra. È sbagliato dire che molto di quanto Elgin prese era già al suolo”. Chi lo ha affermato? Una personalità greca? Nossignori: lo ha dichiarato Anthony Snodgrass, archeologo e presidente onorario del Comitato britannico per la riunificazione dei marmi del Partenone. Queste parole sembrano mettere una pietra sopra quest’ultima diatriba sulle macerie. Pur se la soluzione non sarà immediata, per il museo londinese la strada per tenere i marmi di Elgin sembra diventare più impervia.