La candela di Caravaggio: quando l'arte tra Piero della Francesca e Picasso dà spettacolo

Nicola Fano ha scritto un libro dove illustra in che modo i grandi pittori hanno impaginato vere scene teatrali. “Da giornalista - dice - racconto storie su pittura e teatro che sono fratelli molto più di quanto non sembri”

Le nostre vite quotidiane sono, anche, una messinscena, così anche un dipinto, che in qualche modo reinterpreta le nostre esistenze o ne immagina altre, può essere teatro. Lo suggerisce un libro insolito e che incuriosisce, La candela di Caravaggio. Da Paolo Uccello a Burri: quando l’arte dà spettacolo (pp. 128 p., ill., Roma, Elliot, 2022, € 17,50). Lo ha scritto Nicola Fano, giornalista, studioso, autore e critico teatrale dotato di vasta cultura, che tra numerosi passaggi e incarichi, ha insegnato anche all’accademia Albertina di Torino.

A voce a Tiscali Cultura precisa subito: non è un libro pensato per gli storici dell’arte, per gli addetti ai lavori, è per persone curiose anche al di là di quei territori. Invitato a citare nomi del teatro italiano che hanno attinto a piene mani alle arti visive cita Giorgio Strehler, Carmelo Bene, Memé Perlini o Giancarlo Nanni ma, avverte, l’argomento è così ampio che varrebbe un altro libro.

“Il punto di vista è fondamentale – spiega - Pittura e teatro sono fratelli molto più di quanto non sembri. Non perché tanti pittori hanno creato scene di spettacoli teatrali ma perché la filosofia di base porta alla rappresentazione, alla costruzione di una finzione. Il teatro è finto. Invece la pittura si può dividere in due grandi famiglie: gli imitatori che copiano la natura come Leonardo, quelli che trasfigurano la realtà e la natura, ma la trasfigurazione è finzione e quindi è teatro”.

Tanto per rendere l’idea del suo approccio, vede un’influenza “evidentissima” sul teatro nell’uso dei tendaggi in un pittore vertiginoso come Piero della Francesca e, più in particolare, nella “meraviglia della artificiosità scenica” di una storia nella predella del “Polittico di Sant’Antonio” alla Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia, ovvero la scenetta urbana in cui Santa Elisabetta di Turingia salva un bambino caduto in un pozzo.

Ancora su Piero, a pagina 38 Fano definisce “misterioso” l’uovo che “spiove dal soffitto” sulla testa della Madonna con Bambino nella Pala di Brera, nella Pinacoteca milanese. Eppure quell’uovo ha avuto numerose letture. Potrebbe essere un uovo di struzzo che simboleggia l’Immacolata concezione della Vergine ed era anche un simbolo dei signori di Urbino e Gubbio, i Montefeltro. “Ci sono molte spiegazioni sull’uovo. Io sono un giornalista, racconto storie, anche se insegno all’Accademia di Torino. Non mi pongo come accademico ma come uno che racconta dei quadri come fossero spettacoli teatrali. Cerco di sostenere le mie tesi con argomentazioni di storia dell’arte e di storia del teatro. Non parlo all’esperto, parlo alla persona appassionata”.

 

Nicola Fano

Il pittore di svolta, per il giornalista-studioso, è un altro maestro del primo Rinascimento toscano: il fiorentino Paolo Uccello e i suoi tre dipinti sulla "Battaglia di San Romano" conservati agli Uffizi di Firenze, alla National Gallery di Londra, al Louvre di Parigi. L’artista – scrive - “metteva in scena il mondo così come lo vedeva nei suoi incubi, con i colori rovesciati, con le forme immobili […] inventò il teatro moderno quando il teatro non era ancora rinato”. In che modo? Prima di eseguire gli schizzi costruiva statuette e le disponeva su un tavolo per comporre “la scena che voleva dipingere, come fosse una “regia” “. In altri termini “voleva governare l’intero spazio scenico” e “in questo senso ha inventato la regia teatrale”.

“Tutto parte dal mio sconcerto davanti alle tre Battaglie – racconta l’autore ancora a voce – alla passione del pittore per la prospettiva per cui dispone i personaggi, intendendo le persone, i cavalli, gli oggetti, come se fossero su un palcoscenico. Marilena Pasquali, curatrice dell’archivio Giorgio Morandi, mi ha raccontato che Morandi faceva lo stesso: metteva gli oggetti su un tavolo e poi li dipingeva”.

Con penna agile Fano arriva al XX secolo. Convince al riguardo la presenza di Picasso con uno dei suoi dipinti più amati del periodo figurativo, la famiglia dei saltimbanchi. Viceversa a chi scrive risulta più flebile il rimando ad Alberto Burri. “Agli ex Seccatoi della Fondazione Burri a Città di Castello – ribatte l’autore – c’è un’opera che è proprio un’apertura di sipario come lo sono le vesti di Piero della Francesca, è una citazione abbastanza chiara. A me interessava la filosofia creativa dietro le opere degli artisti e degli spettacoli teatrali, mi riferisco a un’impostazione, non a un fatto tecnico”.

Che Caravaggio compaia in questa carrellata di autori risulta naturale, d’altro canto si è parlato spesso delle sue opere come di autentiche rappresentazioni. Fano si sofferma sulla scioccante “Giuditta che mozza la testa a Oloferne” alla Galleria nazionale d’arte antica a Palazzo Barberini a Roma dove la luce, emanata dalle candele, illumina il volto dell’eroina, della sua servitrice, mentre il condottiero strabuzza gli occhi e muore con il capo riverso. “Per cogliere fino in fondo la teatralità degli effetti luminosi dei caravaggisti”, scrive nel libro Fano, bisogna però andare a un’altra “Giuditta e Oloferne”, quella “di Carlo Saraceni del 1615 conservata alla Galleria estense di Modena” e riprodotta nella copertina.

Il libro può essere letto come una ricognizione, un viaggio tra città come Venezia con Tintoretto e il Veronese, la teatrale Roma con Bernini, Napoli (“un universo a parte”) con lo scultore tra ‘800 e ‘900 Vincenzo Gemito accostato a un geniale autore e attore teatrale suo concittadino quale era Raffaele Viviani. Valga ancor di più il capitolo su Palermo. Nell’affresco staccato nello stile del gotico internazionale del “Trionfo della morte” a Palazzo Abatellis Fano vede “una finzione teatrale”; nell’oratorio di San Lorenzo guarda gli stucchi di Giacomo Serpotta (1656-1732), ripensa alla “Natività” di Caravaggio rubata forse dalla mafia nel 1969, un dipinto dall’impaginazione così spettacolare dei personaggi e dalla luce divina nel buio che potrebbe entrare di diritto nella selezione della “Candela di Caravaggio”. Lo scrittore riflette allora sulla città, sul quadrilatero della Kalsa, sulla memoria della strage mafiosa di Capaci che nel 1992 uccise Falcone, moglie e scorta. E si vede bene come sappia connettere immagini, fatti, passato, presente, con la capacità d’osservazione del vero cronista e dell’interprete della cultura.