Quel luogo dove emigrati e rom convivono con l’arte: un museo speciale nell’ex fabbrica occupata

Il direttore artistico Giorgio de Finis descrive il Maam Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz nella periferia di Roma: “È un museo ‘abitato’ da 200 persone con 600 opere, è l’emblema di una città inclusiva ed è come le grotte di Lascaux di questo millennio”

Roma est, via Prenestina 913, a chilometri di distanza dal centro. Sotto i tetti di un fabbricato di mattoni e vetrate, annunciato da variopinte pitture murali, da pareti sbrecciate presso i pini lungo la strada, dalla scritta “Fart” su un tetto, vivono famiglie rom, italiane, peruviane, marocchine, eritree, qualche sudanese, un nucleo da Haiti, famiglie ucraine. Nell’ex salumificio dismesso abitano circa 200 persone, attorniate da circa 600 opere d’artista: si tratta del MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz città meticcia, un museo-dimora fuori dai canoni ordinari diretto artisticamente dall’antropologo, artista e film-maker Giorgio de Finis: a quanto ci consta è una situazione senza eguali.

Da qui passano artisti e intellettuali di varia estrazione, musicisti, si tengono concerti, presentazioni di libri, riapre sabato 14 gennaio dopo la pausa natalizia. Nel settembre 2021 De Finis, gli abitanti e i compari di viaggio hanno candidato il sito “patrimonio dell’umanità” Unesco. Sulla pagina Facebook il Maam delinea un sano pensiero utopistico: costituisce “il primo museo ‘abitato’ del Pianeta Terra. Di fatto, un cortocircuito tra il fiore all’occhiello della città globale (il museo d’arte) e il punto più basso (la polvere sotto il tappeto, i poveri, da nascondere e rimuovere), un’opera corale a scala urbana che restituisce l’immagine utopica e concreta di una possibile città diversa, inclusiva, plurale, equa, autogestita e di un’arte sociale, generosa, capace di costruire, a partire dalla logica del dono, uno spazio comune”. Altra caratteristica, qui “gli abitanti hanno scelto di rifiutare qualunque eventuale soluzione individuale tesa a porre fine a un percorso collettivo e comunitario”.

Giorgio de Finis, cos’è il Museo dell’altro e dell’altrove – Metropoliz di cui è direttore artistico?

È un luogo di vita a Tor Sapienza, quasi al Grande raccordo anulare. L’occupazione abitativa nasce nel marzo del 2009. Adesso ci vivono circa 200 migranti e precari da tutto il mondo, in una sessantina di nuclei familiari. Con i dovuti microcambiamenti della vita la comunità è rimasta la stessa. L’edificio era un salumificio della Fiorucci dismesso da oltre venti anni e poi acquistato dalla Impregilo, il colosso delle costruzioni. Conobbi questa realtà abitativa un paio di mesi dopo insieme a “Stalker”, un progetto di architetti e artisti camminatori. Un paio di anni dopo con Fabrizio Boni abbiamo proposto un cantiere cinematografico e d’arte che consisteva nel costruire con gli abitanti un razzo per andare sulla luna perché, se la Terra rottamava gli umani, tanto valeva cambiare pianeta. Per quanto la nostra proposta fosse un po’ surreale, gli abitanti accettarono. D’altronde Metropoliz è la prima occupazione italiana che ha accolto una comunità rom.  

Quante sono le opere d’arte create per questi spazi?

Sono circa 600, una accanto all’altra, come una pelle aggiunta alla fabbrica: è un luogo interamente dipinto come un’opera unica, lo paragono alle grotte di Lascaux del terzo millennio.

Un criterio unisce queste immagini?

Agli artisti chiediamo un dono, non abbiamo voluto finanziamenti, il denaro creerebbe un problema, non farebbe sopravvivere il progetto. Ogni artista viene invitato a sue spese. Non vogliamo opere costose ma opere che affermino il diritto di Metropoliz a esistere: è l’idea di una città diversa e di spazi che gli artisti possono contribuire a riqualificare creando sorta di mantello di Arlecchino a scala urbana.

Chi è passato di qui?

Michelangelo Pistoletto ha prestato per sei mesi una sua “Venere degli stracci”; Pablo Echaurren ha lasciato tre o quattro opere; il primo è stato Gian Maria Tosatti che ha realizzato un telescopio sulla torre; ci sono artisti come Veronica Montanino o Gianfranco Notargiacomo. Qui si mischia tutto, l’alto e il basso, chi è famoso e chi non lo è, è una sorta di cattedrale medioevale costruita collettivamente.

Gian Maria Tosatti parla del suo lavoro al Maam: clicca qui per la conversazione  

Con quale procedimento viene accettata o proposta un’opera?

Essendo un luogo abitato ogni progetto viene presentato in assemblea ma senza il voto “mi piace – non mi piace” perché è un dono. Se non ci sono obiezioni di origine pratica o ideologica l’assemblea è solo conoscitiva per ringraziare l’artista il quale a sua volta ringrazia Metropoliz.

Ci sono opere più significative per loro, per gli abitanti?

Qui è difficile usare il “loro”. Ognuno racconterà una storia diversa, ha opere che più apprezza, altre che lasciano indifferenti, ad altre ha partecipato. L’importante è che gli abitanti accettino. All’inizio accettarono perché avere opere aiutava un po’ a proteggere il luogo, poi le opere sono entrate nel Dna. Chi è nato e cresciuto qui, come i bambini, nel bene e nel male non può ignorare queste forme, questi colori.

 

Giorgio de Finis al Maam Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, Roma. Foto Maam

 

Come viene vissuta l’arte da chi abita queste mura?

Non vogliamo imporre niente né che si trasformi in una comunità di esperti di arte contemporanea o di artisti in fieri. Con il Maam creiamo un incontro tra gli artisti e gli abitanti. Con gli anni e con le assemblee sempre più abitanti chiedono di continuare a vivere in un museo abitato, di proseguire l’esperienza.

Acqua, luce e gas funzionano?

Funzionano, ma auspico che finisca la situazione di precarietà con la spada di Damocle dello sgombero coatto e che l’amministrazione capisca. Questa comunità ha dimostrato di saper ospitare centinaia di artisti, di aprirsi alla città tutti i sabati, ha creato un coro che il primo maggio scorso ha cantato all’Auditorium. Questo esperimento rappresenta un esempio unico di crescita culturale, è un caso di integrazione, è l’emblema di un’altra città possibile, inclusiva, aperta,  plurale, autogestita, ha un valore che un’amministrazione dovrebbe tutelare con un grosso sforzo creativo anche nell’interpretare le norme. Sarebbe fantastico mettere a un tavolo la proprietà, il Comune, gli abitanti e trovare una soluzione che renda il posto sempre meno precario rispettando la richiesta di autonomia di chi ci vive.

Nel 2021 avete candidato il sito alla lista dei luoghi tutelati dall’Unesco.

Sì, in modo un po’ surreale abbiamo chiesto al Ministero della cultura di candidarci come primo museo abitato del pianeta. Il Mic ovviamente ci ha rimbalzato ma la risposta ufficiale è interessante: dice che non può candidarci perché il regolamento dell’Unesco non prevede musei come patrimonio immateriale però ci ha riconosciuti di fatto come museo. Si tratta di iniziative per tutelare lo spazio dove chi viene trova centinaia di opere, bambini, panni stesi, trova una macchina spiazzante che mette in discussione certi pregiudizi.