Da Leonardo a Rembrandt e a Caravaggio, cosa c’è e cosa ne sarà della sterminata collezione della Regina

Con 7.600 dipinti dei maggiori maestri dell'arte occidentale europea, miniature e stampe, libri, fotografie e altro, Elisabetta II ha ha operato affinché la collezione fosse aperta al pubblico. La svolta del 1993. Ma chi regna ha in affidamento le opere per il regno britannico, non ha la proprietà  

Più o meno 600 disegni di Leonardo da Vinci, poi dipinti di Tiziano, Giovanni Bellini, Caravaggio, Mantegna, senza tralasciare Poussin, Vouet, Monet, Rembrandt, Vermeer, Van Dyck, Rubens, Hogarth, Gainsborough e uno stuolo di nomi di primo piano della pittura dai secoli scorsi dell’Europa occidentale da rabbrividire: la casa reale inglese ha una collezione di qualità e dimensioni pazzesche ammassata in cinque secoli di regno ininterrotto. La raccolta comprende 7.600 dipinti, duemila miniature, 500mila pezzi tra stampe e disegni, senza contare libri, fotografie, archivi, suppellettili, orologi, ceramiche, armature e armi d’epoca, i cosiddetti “gioielli della corona”. Per 70 anni è stata chiamata “la collezione della regina”, essendo di Elisabetta II, da oggi diventa “la collezione del re”, dopo la proclamazione di Carlo III, con un particolare tuttavia spesso sottovalutato o talvolta ignorato: la raccolta non è posseduta dal o dalla regnante, è invece affidata alla corona, chi regna è affidatario perché la gestisca per i propri successori e per il Paese, per il Regno Unito, tecnicamente non è di sua proprietà. Non a caso l’ente si chiama Royal Collection Trust. Non è una differenza di poco conto.

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I ritrattisti, da Warhol a Freud, da Annigoni a Banksy

Se la sovrana non si è voluta distinguere come collezionista, dichiarando in pubblico di non avere buon gusto, la regina è stata disposta a posare spesso per i pittori ed è stata ritratta tra i tanti dal fotografo Cecil Beaton, dall’italiano Pietro Annigoni a metà anni ’50, da uno dei maggiori pittori della storia quale è stato Lucian Freud in un dipinto in cui l’artista dalla pittura cruda e affascinante non ha fatto sconti nemmeno alla sovrana, mentre Andy Warhol come sua abitudine l’ha effigiata ricorrendo a immagini pubbliche. Va da sé che la sua immagine è diventata spesso emblema del potere: dalla copertina del singolo “Never Mind the Bollocks” dei Sex Pistols, pubblicato nel 1977 per il Giubileo d’argento di Elisabetta II, rivisitazione punk dell’inno britannico che la Bbc e molte emittenti si rifiutarono di trasmettere, a un ritratto non ufficiale su un muro di Bristol a opera dell’imprendibile Banksy.

Il primo pensiero di Elisabetta: mostrare le opere

Come ha gestito la collezione reale, la regina Elisabetta II? Occorre una premessa che forse sapete già dalle cronache di questi giorni. Come regnante la regina ha rispettato alla lettera il dettato di non mostrare emozioni o gusti personali. Rendere pubbliche opinioni e predilizioni avrebbe infatti indebolito il suo ruolo di autorità morale di fronte a tutti i sudditi. Né d’altro canto i giornalisti potevano chiederle numi al riguardo: il protocollo lo vieta. Quanto alla raccolta, non si è preoccupata molto di arricchirla. Al contrario, Elisabetta II si è preoccupata molto di renderla molto più accessibile ai cittadini britannici, agli studiosi e ai turisti da tutto il mondo. Il suo primo pensiero sembra essere stato aprire al pubblico tanti tesori, oltre che aggiornare l’inventario della raccolta e dare un ruolo primario al restauro e alla manutenzione delle opere.

Le tappe dell’apertura al pubblico

Quando Elisabetta salì al trono nel 1952 il “surveyor” (l’ispettore) dei dipinti era Anthony Blunt, storico dell’arte che rimase in carica fino al 1972, la introdusse all’arte e che nel 1978 si scoprì che era lavorava anche come spia per l’Unione Sovietica. Dal 1972 come “surveyor”  si sono succeduti in una carica creata quattro secoli fa Oliver Millar (1972–88), Christopher Lloyd (1988–2005), Desmond Shawe-Taylor (2005–20). Con il disastro del Covid, che causò come sappiamo bene tutti il crollo vertiginoso dei visitatori la carica e il taglio di 165 posti di lavoro alla Royal Collection, l’incarico è al momento sospeso.

Dunque dicevamo delle aperture al pubblico della Royal Collection che ha un suo direttore dotato di grande autonomia. Andiamo per tappe. Nel 1962 Blunt creò la Queen’s Gallery, costruita accanto a Buckingham Palace, in un luogo che l’aviazione nazista aveva bombardato nel 1940. Da allora lo spazio ha ospitato 82 mostre a tema dalla raccolta stessa.

 

Un’addetta della Queen's Gallery con uno studio di Leonardo da Vinci per la mostra “Leonardo da Vinci: Anatomist” alla Queen's Gallery a Buckingham Palace a Londra, il 30 aprile 2012. Foto Epa/Lewis Whyld tramite Ansa

 

L’incendio di Windsor del 1992, la svolta del 1993

Il 1992 fu un anno terribile, per la corona britannica. Tra varie vicende, un violento incendio colpì il Castello di Windsor. Fu uno choc. Seguì un cambiamento tutt’altro che formale. Dal 1993 la collezione non viene più gestita direttamente dalla Casa Reale bensì è diventato un fondo di beneficenza finanziato dai biglietti venduti ai visitatori dei palazzi reali. E da quell’estate Buckingham Palace l’estate è stato aperto al pubblico. Nel 2002 la Queen’s Gallery è stata ampliata e, nello stesso anno, la regina Elisabetta ha inaugurato una nuova galleria a Holyroodhouse, a Edimburgo.

Con i proventi dei biglietti l’ente ha così finanziato i tre progetti principali: restaurare il Castello di Windsor dopo l’incendio, ha ampliato la Queen’s Gallery e ha aperto la sede nuova nella città scozzese. Pertanto le residenze reali aperte al pubblico (altre sono riservate alla famiglia, come il castello di Balmoral nell’Aberdeenshire dove Elisabetta II è morta) sono salite a ben 15: le più conosciute sono il Castello di Windsor, Buckingham Palace, la Torre di Londra e Hampton Court. I visitatori abbondano. Prima del Covid erano arrivati tre milioni e 285mila ingressi con un incasso di 72 milioni di sterline, con la pandemia nell’anno finanziario 2020-21 sono precipitati a 155mila e un incasso di appena sette milioni.

La testa del Benin, una macchia reale

C’è una macchia, nella raccolta reale, ovvero un bronzo che dovrebbe essere nel Paese d’origine, la Nigeria. È una testa in bronzo di metà ‘600. Nel 1897 fu sequestrata in un saccheggio delle forze britanniche, tra il 1946 e il 1957 riemerse nel mercato, il governo coloniale nigeriano (ancora la Nigeria non era indipendente) la comprò per il futuro museo nazionale; nel 2002 ricomparve pubblicamente in una mostra di doni fatti alla regina allestita a Buckingham Palace etichettata come “replica moderna”. The Art Newspaper scoprì che il pezzo veniva dal paese africano e che nel giugno 1973 il presidente nigeriano, il generale Yakubu Gowon, ordinò al direttore del National Museum di Lagos di aprirgli la sede per scegliere un dono per la regnante, come richiedeva il protocollo. Il generale vide la testa e la portò con sé a Londra. Forse presentando il bronzo come “replica” alla regina, anche se, come ha riferito la testata britannica, gli uffici del Commonwealth sapevano che era un originale. Nel 2025 la Nigeria inaugurerà un nuovo museo a Benin City: si vedrà se chiederà la restituzione del pezzo e come risponderà Londra sotto il regno di Carlo III.

A Harry e Meghan nessun gioiello dell’eredità

Un’ultima curiosità (ma potrebbero seguirne tante altre) che riguarda le complicate vicende familiari della casata reale, l’eredità di Elisabetta II e non i beni della Corona fin qui descritti. Come riferisce la Stampa di oggi 10 settembre sulla coppia che è di fatto fuori alla famiglia reale, Harry e la moglie americana Meghan. Scrive il quotidiano di Torino: “Harry & Meghan potrebbero anche ricevere nulla del patrimonio della nonna. Da mesi i giornali britannici si interrogano sul testamento di Elisabetta II che, beni della Corona a parte, aveva un patrimonio stimato da Forbes in 447 milioni di dollari. Secondo alcune fonti, nello scorso agosto la Regina avrebbe depennato il nipote ribelle dalla lista degli eredi, e con lui i pronipoti. Idem per i circa trecento gioielli di proprietà personale di Elisabetta: andranno, pare, a Kate Middleton, l'impeccabile moglie di William, e alla loro figlia Charlotte”.
Andrà come andrà. Tanto quei gioielli non sono della Corona britannica e quindi non fanno parte del tesoro che chi regna a Londra gestisce per conto dei cittadini.