La carne viva di Jenny Saville e le luci fredde di Jeff Koons: due star agli antipodi a Firenze

A Firenze la pittrice britannica espone ritratti grondanti di vita al Museo del Novecento e in altre sedi, l'artista nordamericano raccoglie le sue sculture luccicanti a Palazzo Strozzi

Firenze mette a confronto due star che praticano un’arte agli antipodi una dall'altra: in un caso “calda”, nell'altro “fredda”. Al Museo del Novecento, dalla pura facciata rinascimentale in piazza Santa Maria Novella, fino al 20 febbraio 2022 si sente la carne viva nei vibranti dipinti e disegni esposti in una corposa antologica dalla pittrice britannica Jenny Saville. A poche centinaia di metri, in quella quintessenza dell’architettura del primo Rinascimento qual è Palazzo Strozzi, lo statunitense Jeff Koons da sabato 2 ottobre al 30 gennaio dispiega la sua arte luccicante e levigata in una mostra intitolata “Shine”, piena di sculture dai colori squillanti, dal mega “cagnolino” porpora in acciaio inossidabile al grosso “sacro cuore” color magenta impacchettato come un regalo.

Lei, Jenny Saville, nata nel 1970 a Cambridge, è salita alla fama nella scuola degli Young British Artists dei primissimi anni ’90 e ha una radicalità che rende la sua pittura una delle più commoventi dei nostri tempi. Lui, Jeff Koons, nato nel 1955 nel paese di York in Pennsylvania, in azione dagli anni ’80, è la cultura pop rinnovata, vuole anzi tutto divertire e riflette una società dove trionfano i corpi levigati e privi di difetti, rispecchia un’ideologia dove valgono una fredda perfezione tecnica e un’immagine patinata distante anni luci dalla materia calda e smagliata del nostro corpo esplorata dalla pittrice.

Paragonare i due artisti è inevitabile, dati che espongono nel centro storico fiorentino e nella concomitanza dei tempi. Peraltro hanno qualcosa che li accomuna: hanno lavorato o lavorano tutt’oggi con una delle gallerie più potenti del pianeta, Gagosian. Qui sotto vi diamo conto delle due antologiche chiarendo che chi scrive parteggia senza remore per le figure complesse di Jenny Saville.

Acidini: "Il profondo interesse di Saville per la maternità"

Il discorso è che la pittrice sa indagare nei corpi che sopportano lo scorrere del tempo, le rughe, talvolta la malattia, e quando sono giovani sa comprendere disagi, aspirazioni. L’artista esplora la vita vera: memore di una tradizione dall’ultimo Tiziano al Rembrandt da vecchio fino al suo connazionale Lucien Freud, Jenny Saville smangia con i colori il viso, le gambe, il torso, il sesso, la pelle, svela stupore, desiderio, rabbia, spaesamento, speranze, fatica, forza. “Non è facile dire se un artista uomo avrebbe interpretato allo stesso modo il corpo, anche deformato – riflette con Tiscali Cristina Acidini, autrice di studi profondi su Michelangelo, presidente della Casa Buonarroti dove l’artista espone ben 18 disegni – Forse si può trovare un’accentuazione di identità di donna e artista e una specifica sensibilità femminile nel suo interesse profondo per la maternità, per la gravidanza come lunga gestazione al punto da raffigurare senza alcun velo il corpo deformato dalla pressione interna, la levitazione della prole nel grembo”.

La pittrice: “Sesso, morte e nascita, la mia arte è come un diario”

“La sofferenza fa parte della vita e un’artista deve essere in grado di esprimere il più vasto arco possibile delle emozioni. Non escludo nessun sentimento – confessa la pittrice a un gruppo di giornaliste e giornalisti a Palazzo Vecchio - Per il tema della madre e del bambino, le meravigliose rappresentazioni fatte da Leonardo in poi sono sempre dall’esterno. Essendo madre ho avuto la possibilità di osservare la situazione dell’interno, avendola vissuta nel mio corpo e questa esperienza mi ha dato creatività. Finora avevo dipinto la carne, adesso ho creato la carne”. Temi che ricorrono spesso nella sua opera? “Sesso, morte e nascita. La mia arte è come un diario umano”. Salvo avvertire che la sua pittura non è mera cronaca, non è diarismo, i suoi dipinti e disegni scavano l’anima. Guardiamo il dipinto “Fulcrum”, collocato nell’enorme Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, dove i corpi di due adulte e una ragazza si ammassano come costipati sulla tela: è un dipinto sulla “vulnerabilità dei corpi”, dice, e anche se eseguito nel 1999 oggi “ha a che fare con il covid”.

Dipinti e disegni in cinque sedi (ma senza un biglietto unico)

La rassegna è curata da Sergio Risaliti, direttore del Museo del Novecento (clicca qui per il sito), istituto che espone un centinaio di disegni spesso ricchi di colore al primo piano e, al piano terra, dodici infiammati dipinti più uno struggente ritratto della ragazza cieca Rosetta nella ex cappella dell’antico ospedale, sistemato con intelligenza come una pala d’altare. In più due dipinti sono al Museo degli Innocenti (clicca qui per il sito) , l’ente che un tempo accoglieva neonati lasciati da madri impossibilitate a crescerli; un grande studio della Pietà Bandini di Michelangelo è vicino alla scultura appena restaurata al Museo dell’Opera del Duomo (clicca qui per il sito); altri disegni e due dipinti sono a Casa Buonarroti, vicino a quel Michelangelo con il quale l’artista sente di avere “una relazione estetica” (clicca qui per il sito); infine, come già detto, il dipinto "Fulcrum" è nel percorso museale di Palazzo Vecchio (clicca qui per il sito).

Piuttosto, se un’antologica corposa è una proposta eccellente, v’è una critica di ordine pratico: una convenzione tra i cinque istituti prevede biglietti ridotti ma la spesa minima per le cinque tappe è di 30,50 euro a testa se partite dal Museo del Duomo, altrimenti sale a 35,50 euro se iniziate dal Museo del Novecento. Decisamente troppo, se si vuole invogliare i non addetti ai lavori a scoprire una grande come Jenny Saville. Infine: chi vuole il catalogo al momento deve attendere.

 

Jeff Koons, Ballon Monkey (Blue). Alla mostra “Shine”, Palazzo Strozzi, Firenze. Foto Stefano Miliani (a sinistra). Jenny Saville, Prism, 2020. Pastello e carboncino su tela © Jenny Saville. Tutti i diritti riservati, DACS 2021. Foto: Prudence Cuming Associates. Collezione privata. Courtesy Gagosian (a destra)

 

Jeff Koons: già "uomo mediatico" con Ilona Staller, cerca la generosità  

Anche se non seguite l’arte di oggi, conoscerete Jeff Koons per vicende mondane. Nel 1991 l’artista si sposò con Ilona Staller, in arte la pornostar Cicciolina, raffigurò loro due in amore in foto e sculture, il matrimonio purtroppo finì in un divorzio nel 1994 e in tribunale per la custodia del figlio. Un’amara vicenda di cui dà conto brevemente il catalogo edito da Marsilio nella cronologia riportando una frase dell’autore nordamericano emblematica e veritiera: “Ilona e io siamo nati uno per l’altra. Lei è una donna mediatica, io sono un uomo mediatico. Siamo l’Adamo ed Eva contemporanei”.

Il riferimento biblico era una delle classiche boutade a beneficio dei media, sul fatto che Koons sappia comunicare a grandi numeri c’è poco da dire. Ha peraltro esposto in molte delle maggiori istituzioni del pianeta. “Ho sempre voluto partecipare alla vita, trarne il meglio e ci sono riuscito”, dichiara in conferenza stampa dal palco del cinema Odeon.  L’arte, osserva, aiuta a una “accettazione di sé e degli altri per una vita più significativa”. E a una domanda dei giornalisti risponde: “Conosco i miei limiti, cerco sempre di migliorare come artista e come essere umano, di essere il più generoso possibile. Si comincia con l’auto – accettazione, una volta che accetti te stesso ti puoi aprire al mondo”. Riconoscente verso la città toscana Koons cita maestri fiorentini come Verrocchio, Leonardo, Filippo Lippi, Masaccio tra coloro che lo hanno ispirato.  

La lucentezza di "Shine" a Palazzo Strozzi

L’antologica “Jeff Koons. Shine” è curata dal direttore della Fondazione di Palazzo Strozzi Arturo Galansino e da Joachim Pissarro i quali intendono “Shine” come “lucentezza”: le opere selezionate insieme all’artista seguono con coerenza quel filo (clicca qui per il sito). Il cortile del palazzo dispiega subito “Baloon Monkey (Blue)”, un enorme pupazzo di un blu lucente che mima quelli creati con palloncini gonfiabili. Danno l’incipit nelle sale al primo piano “Seated Ballerina” e il “Sacred Hart (Magenta / Gold)” impacchettato come un pacco regalo. Seguono una sala virata sul bianco, opere come il “Balloon Dog (Red)” e, dietro, un olio su tela dell’artista quarantenne, “Tulips”. Ancora: un passero gigante come quegli oggettini volutamente di bassa lega che decorano tavolini e credenze, un bizzarro Hulk con basso tuba, una “Metallic Venus” color acquamarina con una sfera blu scintillante sulle spalle mentre altre sfere riflettenti stazionano sopra riproduzioni di Tiziano, Tintoretto e Rubens con un gioco inesausto di rimandi e di omaggi ai predecessori.