Corpi, potere e rovina: anche attraverso il sangue e il dolore si può celebrare la vita

34 artisti si misurano col tema del corpo, in bilico tra carne e spirito

Un percorso che svela i limiti e rivela le aspirazioni della prigione di carne che chiamiamo corpo.

Il corpo umano come terreno di indagine fisica e psicologica, come progetto da stravolgere e ridisegnare è al centro dell’esposizione curata da Francesca Alfano Miglietti, visitabile fino al 30 gennaio al Palazzo Reale di Milano.

La mostra

“Corpus Domini – dal corpo glorioso alle rovine dell’anima”: 34 artisti si misurano con un tema fondamentale, il rapporto con il corpo fisico e l’anima che lo abita, attraverso fotografia, pittura, scultura, installazione, video. Tra questi Joseph Beuys, Oscar Munos, Franko B, Andrea Serrano, Gina Pane. Ognuno di loro segue percorsi diversi nel rapportarsi a una tematica indagata fin dagli anni ’60. A introdurre un argomento così complesso è un trio di interviste alla critica d’arte Lea Vergine, scomparsa nel 2020, che per prima si interessò a quella forma d’arte estrema e di rottura chiamata body art.

Body art in bilico tra estasi e dolore

La ricerca di questa corrente artistica si basa sul concetto di finitezza del corpo fisico e sulla necessità di utilizzarlo come mezzo espressivo per le esigenze dell’anima. La body art non guarda al futuro e non ripercorre l’arte del passato ma riporta ferocemente l’attenzione sul Qui e Ora. L’esperienza catartica e scioccante del dolore sottolinea il destino comune alle persone, mira a provocare in loro reazioni empatiche o di disgusto, che diano evidenza alla natura umana e al suo attaccamento alla vita. Per farlo gli artisti giocano con la loro stessa vita, con fluidi corporei pericolosi come il sangue, si infliggono tormenti utilizzando ferri chirurgici, cercano vie per far fuggire l’anima aprendo ferite nella carne. Gina Pane, artista italo francese celebre per le performance che documentava con la fotografia, si fece ritrarre mentre faceva il bagno immersa in una vasca con migliaia di larve, si ricoprì le braccia di spine di rosa e il viso di cocci di vetro. Richiamare la morte come inno alla vita può sembrare contorto ma un filo logico c’è: fermare il tempo al presente, assaporare a pieno l’esperienza.

Dai musei alle strade

Un aspetto fondamentale della body art è quello rituale: fissare il momento per dare un senso all’esistenza spesso confusa e anaffettiva che le persone conducono, cercare un ritmo diverso nello stare al mondo, rallentando e soffermandosi su attimi importanti a cui attribuire significati profondi in grado di raccontarci. Così dagli atelier artistici e dai musei la body art si è gradualmente diffusa nelle strade, in modo dirompente e a volte altrettanto scioccante. Piercing, tatuaggi e scarificazioni sono le declinazioni che questa forma d’arte ha utilizzato per dare nuova evidenza al corpo umano nella quotidianità. Modalità espressive sempre più diffuse, marchi indelebili e decorazioni scintillanti che parlano di emozioni non spiegabili a voce e che, come le popolazioni tribali che utilizzano tuttora queste pratiche per scandire tempi e rituali delle loro comunità, conservano un arcano bisogno di trovare una via personale per offrirsi al mondo e affrontarne le insidie, come un’armatura che protegge l’anima ma che contemporaneamente la espone. In sintesi la body art è un inno alla vita che si celebra attraverso l’esperienza del dolore, non solo inteso come sofferenza fisica, ma come male di vivere, e diventa un rito per esorcizzare l’incomunicabilità, l’alienazione, la mancanza di empatia e la ferocia che la nostra società spesso riserva ai suoi stessi figli.