"Andy Warhol? Elegantissimo e molto solo". Quella volta che con sfacciataggine riuscii a incontrare il re della pop art

Il fotografo Aurelio Amendola racconta le sue sessioni per un ritratto alla Factory a New York nel 1977 e nel 1986 in occasione di una mostra a Pistoia. "Era un gran signore. Ma ho anche visto un texano inginocchiarsi e baciargli la mano"

Nel 1977 Aurelio Amendola a 39 anni era un fotografo ancora piuttosto giovane, era di passaggio a New York e riuscì a farsi ricevere da Andy Warhol e a ritrarlo in una sessione fotografica nella rinomata “Factory”, la fucina e fabbrica di talenti e opere del padre della Pop Art. Eppure non doveva essere semplice arrivare all’autore delle serigrafie, degli autoritratti in serie, una star, per chi era allora conosciuto oltre oceano dagli studiosi di arte antica per le sue mirabili foto delle sculture di Michelangelo, ma non molto da un vasto pubblico. Invece l’artista pistoiese agì con audacia e ne fu ricompensato.

"Domattina Warhol la aspetta alla Factory"

“Arrivare a lui invece fu facilissimo – replica il fotografo dalla sua Pistoia – Potrei inventarmi lettere di presentazione, appoggi, invece andò così: ero da un amico pittore che vive a New York, non so l’inglese, lui propose di chiamare la Factory. La segretaria parlava italiano, le dissi che avrei voluto fotografare Warhol e lei rispose chiedendomi chi mai ero io. Da buon toscano mi arrabbiai, le dissi con una certa sfacciataggine che avevo fotografato Giorgio De Chirico e Marino Marini, che a quei tempi non era da meno, allora lei riferirì a Warhol e disse: 'domattina Warhol la aspetta alla Factory'. Più facile di così”.

Michelangelo, Burri e gli altri a Pistoia  

Il fotografo rievoca quel ricordo perché ha in corso un vasto riepilogo del suo lavoro dal titolo “Aurelio Amendola. Un’antologia: Michelangelo, Burri, Warhol e gli altri” fino al 7 novembre a Palazzo Buontalenti e all’Antico Palazzo dei Vescovi della Fondazione Musei Pistoia. “Sono onorato da questo dono della mia città natale, non capita a tutti gli artisti”, esclama. Il comunicato stampa della rassegna curata da Paola Goretti e Marco Meneguzzo è ancora più chiaro: “Un omaggio ai sessanta anni di carriera del fotografo di Michelangelo: una mostra antologica con oltre duecento opere dal 1960 a oggi”.

Nelle sale campeggiano le sue sorprendenti letture fotografiche delle sculture di Michelangelo e i suoi tanti ritratti di artisti tra cui, appunto, quello dell’autore che ha reso opere semplici scatole di detersivi, che ha dato una interpretazione della commercializzazione di cose e persone in grado di modificare il nostro sguardo. Warhol, lo ricorderete, era nato a Pittsburgh in Pennsylvania nel 1928 da genitori immigrati dalla Slovacchia e morì nella “Grande Mela” nel 1987 dopo un’operazione alla cistifellea.

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“Vidi un uomo elegantissimo con molta solitudine”

“L’ho fotografato di nuovo nel 1986 ma nel 1977 ero giovane, oggi forse non rifarei quella battuta un po’ sfacciata anche se mi agevolò”, ricorda il fotografo toscano. “Appena entrai nella Factory vidi tutto vuoto e trovai un silenzio assoluto. Lui aspettava me con la segretaria la quale ci lasciò soli: era elegantissimo in cravatta,  giacca nera, jeans e stivaletti. Avevo la mia Hasselblad con il cavalletto perché lavoro su un formato grande. Quando fotografo un artista voglio cogliere la sua anima e cercai di fotografare il personaggio nello studio davanti alle sue opere”. Amendola eseguì una dozzina di scatti. “Prima lo fotografai con delle sedie che misi dietro un grande quadro, poi lui davanti ai quadri, lui con il pianoforte con un’opera con morte secca (lo scheletro con falce in Toscana, ndr)”. Come parlavate? “Lui non sapeva l’italiano, io non inglese. Capiva la mia necessità di fotografare con il cavalletto e con tempi lunghi, capiva la fotografia, stava molto attento e a ogni cambio di posa diceva 'ok'. Era contento di come lavoravo, mi ha fatto sentire a mio agio e l’ho fotografato per due ore - due ore e mezzo”. Che tipo di uomo si trovò davanti? “Una persona con molta solitudine, non tanto allegra”.

 

Andy Warhol, New York. Foto Tecnavia tramite Ansa

 

“Tornai da lui nel 1986 e mi impressionò”

Nel 1986 Amendola tornò da Warhol. “Sandro Chia (uno dei pittori del movimento della Transavanguardia, ndr) aveva a New York un loft bellissimo. Un giorno chiamò e dicendo che dovevo andare da lui perché non riusciva a trovare qualcuno che fotografasse bene le sue sculture e la scultura è il mio forte, lo sanno tutti. Presi l’areo e andai da Chia. Andavamo a cena insieme ma una sera disse che non poteva perché era con Andy Warhol. Allora gli chiesi di dire a Warhol se si ricordava di me così ne avrei approfittato per altri scatti. Mi pentii della richiesta perché non gli avevo mai mandato le foto e chissà cosa gliene fregava di un fotografo pistoiese incontrato nel ’77. Invece la mattina dopo Chia mi disse che si ricordava di me e che mi aspettava la mattina seguente”. E chi vide, nove anni dopo il primo incontro? “Mi impressionò un po’. Aveva il viso butterato, mi sono anche un po’ peritato a fotografarlo, vedevo che stava male”.

Come si svolse la sessione? “Come la prima volta – ricorda il fotografo - da professionisti. Sembrava ci conoscessimo da una vita, pensavamo solo alle foto, però senza nessuna fretta, era sempre un gran signore. In Italia sviluppai le foto e rimasero lì. Alcuni anni fa me le chiesero, risposi sì e mi dissero che nei suoi ultimi anni non tanti hanno fotografato Warhol. Ho fatto ricerche per curiosità alla Fondazione Warhol e in effetti era vero. Non l’ho rivisto più perché l’anno successivo morì. Sono contento di aver scattato poche foto di lui, altrimenti non avevano quel valore. Ed erano tutte foto mirate e meditate, non dovevo sbagliare”.

"Un texano si inginocchiò e gli baciò la mano”

Nel 1977 Amendola firmò un servizio sulla Pop Art dove ritrasse al lavoro anche un nome di primo piano come Roy Lichtenstein e che fu pubblicato dal settimanale “Oggi”. Cosa percepì? “Ho visto un’altra visione del mondo. Era un movimento che andava avanti, in Italia avevamo Mario Schifano che aveva fatto Pop Art. In quegli anni fotografavo artisti come Alberto Burri e Marino Marini”.  E cosa vide, Aurelio Amendola, del lavoro di Warhol? “Lui non dipingeva, fotografava e poi usava le foto. In una pausa per andare in bagno aprii una tenda e vidi 30-40 persone che proiettavano foto sul muro, lui passava, le dipingeva e le firmava, era il suo modo di fare ed è stato il primo”. Tanti facevano la fila, per incontrarlo. "Nel 1986 un texano col cappellone si inginocchiò e gli baciò mano prima di prendere un quadro. Non avevo mai visto niente del genere”.