La Biennale e il veto ai russi. Gli artisti ucraini: "Giusto perché la cultura è un'arma"

La cultura può combattere l'invasione russa? Parla da Kiev Liza German, co-curatrice del padiglione ucraino alla Biennale di Venezia. L’ente ha preso una posizione netta sull’invasione russa. I racconti delle critiche d’arte Kateryna Filyuk e Alessandra Troncone

 “Sono in casa a Kyiv (Kiev ndr) con il mio partner. Abbiamo deciso di restare per ragioni personali e per circostanze che ci hanno impedito di spostarci rapidamente. Aspetto un bambino a breve e ho preferito rimanere vicino al mio ospedale invece di mettermi in viaggio. Così cerchiamo di proteggere l’appartamento, le finestre. Sentiamo esplosioni ogni giorno. È la nostra realtà adesso, non è qualcosa che vediamo alla tv”. Parla così Liza German nel pomeriggio di giovedì 3 marzo e l’esercito russo è alle porte dalla capitale dell’Ucraina. Il tono è calmo, la realtà descritta terribile. Chi è Liza German? Storica dell’arte, scrittrice, co-fondatrice della galleria Naked Room (clicca qui per il sito) e di Open Archive (clicca qui per il sito), fa parte del quartetto di curatrici e curatori del Padiglione ucraino alla imminente Biennale dell’arte di Venezia, in calendario dal 23 aprile al 27 novembre a cura di Cecilia Alemani (clicca qui per il sito della mostra).  I padiglioni nazionali della Biennale sono espressione diretta dei rispettivi Stati e governi, per cui adesso è doveroso riferire delle scelte della istituzione  veneziana. Dopo di che, sotto, torniamo da Liza German e ascoltiamo altre due critiche d’arte: Kateryna Filyuk e Alessandra Troncone. Perché dicono cose molto interessanti.

La Biennale: rifiutiamo chi sostiene il governo russo

Una fetta consistente del mondo internazionale delle arti reagisce all’invasione russa dell’Ucraina, non sta alla finestra a guardare in attesa che tutto passi. L'Opera di Monaco di Baviera e il teatro della Scala di Milano hanno cancellato gli impegni di un direttore d'orchestra di primo piano quale Valery Gergiev. Parimenti è ancor più significativo ed encomiabile l’intervento perentorio, senza indugi e tempestivo della Biennale di Venezia, la regina delle rassegne internazionali che è arrivata ad accogliere oltre 80 padiglioni nazionali nelle sue sedi ai Giardini e all’Arsenale e sparsi per la città. Per la 59esima mostra in calendario dal 23 aprile al 27 novembre l’ente lagunare ha messo in chiaro alcuni punti dirimenti: riepiloghiamone alcuni.

Primo punto: il Padiglione ucraino verrà realizzato come da programma, anche se non potrà essere come progettato dai curatori e l’artista prescelto, Pavlo Makov, sarà presente con i suoi lavori ma difficilmente di persona, e si sta impegnando anche il nostro ministero della cultura. Gli altri curatori sono Maria Lanko, anche lei della galleria Naked Room, Masha Lanko e Borys Filonenko (clicca qui per la nota).

Secondo punto: la Biennale rifiuterà chiunque collabori o sostenga questa “aggressione di inaudita gravità” e il governo russo; di contro l’ente “apprezza” le dimissioni del curatore e degli artisti del Padiglione russo come protesta contro l’intervento militare in Ucraina, un atto peraltro coraggioso, aggiungiamo noi, perché dissentire da Putin significa rischiare come minimo la galera (clicca qui per la nota).

Liza German: Ora più che mai dobbiamo mostrare la cultura ucraina

Torniamo allora a Liza German. Che, sul veto della Biennale e di altre istituzioni verso artisti ed enti russi favorevoli all’invasione ha idee chiare: “Ritengo sia giusto e può aiutare. Ognuno/a ha una responsabilità nei confronti del paese di cui è cittadina/o. La società russa ha tollerato per decenni il regime di Putin. Naturalmente non significa che ogni russo voglia la guerra ma allo stesso tempo il regime non è nato ieri o un anno fa, ha avuto il sostegno della società russa per moltissimi anni, anche dalla cultura russa, non è un segreto. La cultura è uno strumento molto potente e, se posso dirlo, anche un’arma. Ogni società ha delle responsabilità”.  

Alla domanda su quanto serva far udire al mondo la voce della cultura ucraina risponde con tono fermo e combattivo: “Ora è più rilevante che mai mostrare che il nostro Paese ha un futuro, la sua identità, la sua forza, che non si tratta di essere soltanto vittime di una guerra. Abbiamo una vita culturale molto ricca e si combatte anche su questo livello. L’importanza della cultura adesso raddoppia, è uno strumento importante per proteggere noi stessi e per trovare il nostro posto nel mondo che sta mostrando un grande sostegno culturale verso l’Ucraina”. E sui boicottaggi verso esponenti della cultura russa rimarca: “Posso dire che la comunità artistica deve avere una posizione ferma e precisa. Non si può separare la politica di un Paese dalla sua cultura politica, è la stessa cosa. La cultura è politica, l’arte è politica, non è solo creare cose meravigliose, essere innocenti e disinteressarsi di quanto accade intorno. Gli artisti sono cittadini come gli altri, hanno la stessa responsabilità sociale”. Parole nitide che, si avverte, sono frutto di una consapevolezza maturata nel tempo.

 

Liza German, co-curatrice del Padiglione ucraino alla Biennale di Venezia, in una foto dal suo profilo Facebook

 

Kateryna Filyuk: “Tristissima ma orgogliosa dei miei concittadini”

Kateryna Filyuk, ucraina di Odessa, è una curatrice d’arte laureata in filosofia. Sta seguendo un dottorato in fotografia all’università di Palermo dove vive con il marito fotografo: “Abito in Italia da quattro anni, sono radicata qua ormai, ma ho mia madre e mio fratello vicino a Odessa. All’inizio eravamo tutti scioccati e paralizzati per l’invasione, nessuno poteva immaginare un attacco così forte e su tutti i fronti, era impensabile. Da un lato sono tristissima, sono madre da poco e quando leggo che bombardano un ospedale di bambini penso che fatti simili non dovrebbe mai avvenire esistere in questo mondo, dall’altro lato provo sensazioni forti, i miei concittadini sono forti, uniti, si aiutano, combattono contro l’invasione dei russi”. Con i suoi strumenti, anche Kateryna Filyuk reagisce, certo non è rassegnata: “Lì anche gli artisti sono impegnati nel cercare cibo o riparo, qui vogliamo mostrare agli italiani la cultura ucraina, film, documentari, libri, l’arte, la fotografia”.

Conferma le sue parole sullo spirito reattivo quanto riferisce Daryna Skrynnyk-Myska, curatrice, critica d’arte e capo del Dipartimento di pratiche di arte contemporanea all’Accademia nazionale dell’arte a Leopoli, o Lviv: nell’istituto artisti e studenti, al pari di tanti cittadini, hanno tessuto e costruito reti mimetiche per le loro forze armate. 

Alessandra Troncone: “La scena culturale ucraina è molto vivace”

Avremmo potuto avere una bella opportunità di conoscere la cultura visiva ucraina a Prato. Cristiana Perrella, ex direttrice del Centro d’arte contemporanea “Luigi Pecci” defenestrata bruscamente dal consiglio d’amministrazione nel novembre scorso dopo mesi di tensioni reciproche, aveva pianificato per inizio 2022 una rassegna video e film cancellata come tutto il suo programma. Oggi quella rassegna avrebbe l’attenzione di mezzo mondo. Peccato. Due erano i curatori: Mykola Ridnyi, artista ucraino nato nella Kharkiv appena bombardata e residente a Kyiv, e Alessandra Troncone, napoletana, curatrice d’arte e ricercatrice.

“Sono stata in Ucraina nel 2016, nel 2018 e nel 2019 - ricorda Alessandra Troncone -. Volevamo organizzare la mostra anche perché in Italia abbiamo la percezione che gli ucraini siano domestici, badanti, ma la loro produzione artistica è molto vivace e sempre più internazionale. Accanto a una scuola pittorica forte che affonda le radici nella storia, un versante punta più sul cinema e sui video, sono due anime parallele. Oltre ai musei, a Kiev sono molto importanti istituzioni contemporanee come il Pinchuk Center e la Fondazione Izolyasia, per cui lavora Kateryna Filyuk e per cui ho lavorato anch’io: fondata a Donersk, poi dovette ricollocarsi a Kyiv dopo lo scoppio della guerra nel Donbass che in Occidente abbiamo dimenticato, nei media era scomparsa, invece per loro è un problema pressante e molti artisti se ne sono occupati”. La mostra pratese, segnala, avrebbe affrontato il tema. Un motivo di rammarico in più per noi.   

“I più giovani parlano ucraino, non russo”

Alessandra Troncone, da osservatrice quale è, ha rilevato una tendenza in corso: “La comunità artistica guarda più all’Europa, dove tanti oggi si formano, che alla Russia mentre ancora negli anni ’90 a ridosso della caduta dell’Unione Sovietica i modelli erano russi. Io parlavo inglese ma se chi è in là con gli anni parla russo, i più giovani scelgono l’ucraino, ed è di per sé una dichiarazione. Per esempio mi hanno fatto notare che Kiev è la dizione russa mentre loro dicono Kyiv, è un modo per rimarcare l’indipendenza e così ho imparato a scrivere Kyiv”. Se volete leggere un articolo in inglese della critica e curatrice d’arte sul suo viaggio del 2018 in Ucraina, cliccate qui

La petizione dalla cultura italiana per il museo russo contro la guerra

Per concludere il discorso, sempre dal nostro Paese vale menzionare una petizione sulla piattaforma change.org destinata al commissario europeo Ue alla cultura, al segretario generale del Consiglio d’Europa, ai responsabili di musei e istituti culturali russi e ucraini. Hanno lanciato l’iniziativa Manlio Mele (architetto) e Milena Gentile (consigliera comunale di Palermo, storica dell’architettura), entrambi del Pd siciliano, insieme a Giuliano Volpe, ordinario di archeologia all’università di Bari. Lo scopo è preciso, non generico: sostenere il Garage Museum of Contemporary Art di Mosca che come protesta si è fermato “fino a quando la tragedia umana e politica che si sta svolgendo in Ucraina non sarà cessata” (clicca qui per la petizione )