A Tortolì batte il cuore dell’arte e della Sardegna contemporanea

Intervista a Franco Carta della Fondazione di Sardegna e direttore di Contemporanea sul simposio “Sculptures and Places” nel paese dell’Ogliastra: “Produciamo cultura e un confronto internazionale in una Sardegna fuori da schemi consueti, non compriamo mostre blockbuster”

Chi ha visto le ultime Biennali d’arte di Venezia, o andrà alla mostra attuale in corso curata da Cecilia Alemani, ha avuto o avrà la prova di un fenomeno benefico, stimolante e, volendo, più democratico e acclarato in questo avvio del XXI secolo: le migliori idee nelle arti visive non nascono più soltanto in pochi centri, in alcune metropoli, spesso e volentieri maturano lontano dalle grandi capitali, in apparenti periferie culturali che dimostrano vitalità, sprigionano idee, confronti.

Si inserisce con naturalezza in questo flusso “Contemporanea - Sculptures and Places”, un simposio internazionale sulla scultura con incontri, seminari, mostre, laboratori e numerosi nomi di punta della scena attuale: intervengono in una  tre giorni in calendario da sabato 24 a lunedì 26 settembre all’ex Blocchiera Falchi a Tortolì, un borgo sulla costa in quel territorio di grande fascino che è l’Ogliastra in Sardegna. Organizzano la manifestazione la Fondazione di Sardegna e AR/S - Arte Condivisa in Sardegna dopo aver invitato a partecipare gratuitamente categorie dell’arte, dai professionisti a studentesse e studenti, per un confronto diretto, di persona, di quelli che generano, appunto, idee.

Le curatrici di “Sculptures and Places” sono Giuliana Altea e Antonella Camarda, il direttore di Contemporanea è Franco Carta che spiega: “Chiamiamolo simposio, insisterei a dire che sono giornate dell’arte in Sardegna. Non ci sono opere da produrre, è un confronto dove si parla molto. Da questa esperienza vorremmo che gli artisti inizino o continuino ad avere una relazione con il mercato, ci sono galleristi, editori, artisti. Il parterre di nomi, va riconosciuto, è di alto livello e tutt’altro che scontato. Partecipano ad esempio il direttore generale della Enciclopedia Treccani Massimo Bray che parlerà dell’editoria nel mondo dell’arte, ci sono curatori, artisti di primo piano come Emilio Isgrò, come Adrian Paci, come Gian Maria Tosatti che è anche direttore artistico della Quadriennale di Roma e rappresenta da solo l’Italia alla Biennale di quest’anno con un allestimento sull’Italia ex industriale di potente suggestione, una critica d’arte e curatrice sensibile come Chiara Gatti, galleriste attente come Joanna Thornberry della londinese Lisson Gallery e Nerina Ciaccia della galleria parigina Ciaccia Levi. Per il programma completo è meglio rimandare al sito di Contemporanea talks cliccando qui https://contemporaneatalks.it/

Carta, come è nato come questo progetto?

Dal 2015 la Fondazione di Sardegna ha un progetto proprio: non prestiamo soldi, diamo erogazioni, vogliamo che vengano finanziati progetti culturali, associazioni di volontariato e così via oltre a sostenere iniziative che la Fondazione stessa promuove. Questo progetto è partito nel 2015 con l’idea di valorizzare la collezione d’arte della Fondazione, il che significa non lasciarla negli uffici ma renderla fruibile, esporla al pubblico. Così abbiamo abbiamo commissionato opere, abbiamo organizzato mostre ed eventi tra cui, a partire dal 2018, “Photo Solstice”, una tre giorni sulla fotografia arrivata alla quarta edizione dove ospitiamo e mettiamo in contatto giovani fotografi con una comunità di competenti, tra fotografi, editori, critici e così via. L’iniziativa ha avuto un grande successo di pubblico e stampa e su questa falsariga abbiamo deciso di fare lo stesso con l’arte figurativa contemporanea, dalla pittura alla scultura, dalle arti performative ai video, di cui questo appuntamento dovrebbe essere il primo di una serie. Un nostro bando internazionale ci ha consentito di selezionare un gruppo di ragazze e ragazzi tra artisti, dottorandi, critici, curatori, studiosi già formati o in formazione e anche nelle professioni a contorno dell’arte.

Clicca qui per il sito della Fondazione di Sardegna  

Pensando alla scultura nei luoghi pubblici, come sa nelle nostre città nel ‘900 si sono create opere di livello modesto, ben poco a confronto con quanto lasciato nelle piazze italiane fino al ‘700.

Nella formula più grezza la scultura nella sfera pubblica è arredo urbano, spesso è declinata come un elemento più o meno artistico e gradevole che completa l’aspetto estetico della città. Noi invece siamo partiti da una considerazione storica: negli anni ’90 grazie a un’amministrazione comunale “illuminata” Tortolì ha iniziato una bella esperienza, “Su logu de s’iscultura”, che in sardo significa “il luogo della scultura”, e ha contattato artisti perché abbellissero la città e il territorio comunale. L’esperienza si è protratta per anni finché non è andata a esaurirsi. Da una parte quindi volevamo praticare il nostro progetto, rafforzare la comunità di artisti in dialogo con la comunità degli esperti, affinché l’incontro favorisca esperienze, conoscenze e pratiche che ciascuno può trasmettere agli altri

Clicca qui per il sito di “Su logu de s’iscultura” su Wikipedia

Questo da una parte. Dall’altra?

Da un’altra parte vogliamo rendere onore all’esperienza di Tortolì che è così particolare almeno in Sardegna, vogliamo recuperarla alla memoria pubblica e contribuire al rilancio e valorizzarla. Con un progetto da noi finanziato il Comune oggi vuole recuperarla attivando residenze artistiche di tre artisti che si alterneranno per creare altrettante opere che saranno lasciate qui. Sono iniziative molto orientate al pubblico.

 

Franco Carta, della Fondazione di Sardegna e direttore di Contemporanea

 

Lei cosa chiederebbe da una scultura pubblica in una città?

Credo che un’opera non debba lasciare indifferenti, ma suscitare curiosità, inquietudine, anche repulsione. Se ti lascia indifferente l’artista in qualche misura ha sbagliato. Penso che debba anzi tutto accendere una scintilla, deve parlarmi nel bene o nel male, deve provocare una reazione estetica e anche una interiore, deve indurre a ragionare su quello che vuole trasmettere l’artista e che è imperscrutabile. L’opera deve avere una forza comunicativa, quasi di meditazione, ancorché superficiale. Ognuno di noi deve cogliere un significato, un messaggio, ma perché questo avvenga anche il pubblico deve essere educato, anche noi dobbiamo essere educati: se non siamo sollecitati rimangono opere spente.

Viene da chiederle come ci possiamo esercitare a guardare l’arte contemporanea.

Hanno un ruolo importante la scuola, la famiglia, la società, il gestore pubblico. Una legge dello Stato prevede che per realizzare opere pubbliche una parte del budget sia destinata a opere d’arte connesse a quella attività: anche l’ente pubblico ha un ruolo fondamentale, educare la cittadinanza è una responsabilità dei Comuni e delle Regioni

Tortolì è nell’Ogliastra, in Sardegna, un territorio considerato spesso ai margini della scena culturale.

Non ci rassegniamo affatto a questa idea di marginalità, vogliamo essere parte di una rete, anche grazie ai social, a internet, a tutti i mezzi utili. Se siamo marginali? Spesso ce lo diciamo noi stessi. Se ciascuno di noi gioca il suo ruolo si integra si può essere in contatto con altri poli culturali: non vogliamo essere da meno.

La Biennale di Venezia in corso dimostra proprio che i poli culturali dotati di grande vivacità possono essere anche in territori geograficamente ritenuti marginali, non ci sono solo pochi centri propulsori come Parigi, Berlino, Londra o New York nel ‘900.

La Biennale mi è piaciuta: non presenta tanti grandi nomi e pezzi forti della produzione artistica mondiale quanto tante piccole fiammelle distribuite nel mondo e anche noi vogliamo accendere la nostra luce. D’altronde una iniziativa come “Contemporanea” in una città come Milano dove ce ne sono molte altre può generare una reazione relativa, mentre noi vogliamo incuriosire il panorama sardo che non è così marginale. Abbiamo musei apprezzati come il Man di Nuoro, abbiamo il museo di Nivola a Orani (sono vicepresidente della Fondazione Nivola), che non è un sacrario ma un centro di produzione culturale originale e dove abbiamo per esempio organizzato mostre dello scultore Tony Cragg e di Nairy Baghramian che quest’anno ha vinto il premio Nasher. Senza essere presuntuosi né gonfiarsi giochiamo la nostra parte: chi ha filo da tessere tesse. Per la Fondazione di Sardegna, che è di origine bancaria con patrimonio di un miliardo di euro, sarebbe facile stanziare soldi, comprare mostre blockbuster e portarle nella nostra regione. Preferiamo invece proporre una nostra produzione originale. Abbiamo commissionato sei produzioni fotografiche originali, abbiamo commissionato un lavoro all’americano Tim Davison, abbiamo lavorato con Paolo Ventura, per il prossimo anno lavoriamo a una mostra di Olivo Barbieri. Vogliamo raccontare una Sardegna fuori da schemi folcloristici e consueti. Abbiamo qualcosa da dire: non dobbiamo esagerare nell’incensarsi, ma la bontà dell’idea ci verrà riconosciuta.

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