Cinque artiste europee per salvare la Terra: "Cosa fare davanti alla devastazione del pianeta e alla guerra"

A Ferrara la XIX Biennale donna si focalizza sulla natura da proteggere con cinque artiste europee. "“Per salvare il pianeta giovani e donne sono più sensibili”": Liviana Zagagnoni dell’Unione Donne e la salvaguardia dell'ambiente, così connesso al tema della guerra

“Con la XIX Biennale Donna di Ferrara ci è sembrato il momento di parlare della natura e della salvezza del pianeta. In quanto donne pensiamo di avere un argomento in più per essere sensibili al tema. E i giovani sono molto più sensibili degli adulti. Ma ora l’argomento si intreccia con quello della guerra in Ucraina. Dove si pone un grosso dilemma sulle armi”. La riflessione, complessa, difficile se vogliamo, la pone Liviana Zagagnoni, del comitato dell’Unione Donne in Italia – Udi che organizza la biennale con le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune ferrarese, la collaborazione di Fondazione Ferrara Arte e il sostegno della Regione Emilia-Romagna.

In corso al Padiglione d’arte contemporanea – Pac nel giardino di Palazzo Massari fino al 29 maggio, l’appuntamento espositivo del 2022 porta il titolo di “Out of Time. Ripartire dalla natura”: lo hanno curato Silvia Cirelli e Catalina Golban e coinvolge cinque artiste europee: Mónica De Miranda (Portogallo/Angola, 1976), Christina Kubisch (Germania, 1948), Diana Lelonek (Polonia, 1988), Ragna Róbertsdóttir (Islanda, 1945) e Anaïs Tondeur (Francia, 1985).

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Zagagnoni, come è nata l’esigenza di parlare di natura nella Biennale Donna ferrarese?

Approfondiamo sempre un argomento sociale e ci è sembrato il momento di parlare della natura e della salvezza del pianeta. In quanto donne pensiamo di avere un argomento in più per essere sensibili al tema.

Perché?

Noi creiamo la vita, su alcuni temi abbiamo un rapporto forse diverso dal genere maschile. Anche rispetto alla guerra.

Natura, femminile, maschile, guerra, come quella ora in Ucraina, sono temi che si intrecciano l’uno con l’altro.

Si intrecciano perché vediamo la guerra di un dittatore contro l’essere umano, contro una nazione. I bombardamenti ammazzano persone e distruggono anche la natura,  un filo conduttore c’è.

Si legge e sente spesso dire che la guerra viene scatenata dagli uomini.

Non ho la certezza assoluta che con una donna non sarebbe avvenuta. Non metto la mano sul fuoco che tutte le donne siano esenti da determinati atteggiamenti. Nella guerra delle Isole Falkland (nel 1982 tra Gran Bretagna e Argentina, ndr) al governo di Londra c’era Margaret Thatcher: poteva farne a meno. Al potere vediamo soprattutto uomini ma l’Unione Europea, con donne ai suoi vertici, mi sembra sia stata abbastanza fragile nel non prevenire quanto era stato annunciato già parecchi anni fa. Addirittura quando i servizi segreti americani nell’autunno scorso dicevano che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina pensavamo fosse un gioco di muscoli, che non fosse vero.   

Liviana Zagagnoni, UDI - Unione Donne in Italia, Ferrara per la Biennale Donna. Foto: Marco Caselli Nirmal

 

A proposito di distruzione, le artiste invitate riflettono sulla devastazione della natura.

Sì. Per esempio, Monica De Miranda, portoghese di origine angolana, lavora su come il colonialismo ha deturpato le isole del Paese africano. Pensiamo anche alla conservazione dell’ambiente: basti vedere l’Amazzonia, quanto viene distrutto per ricavare terreno non boscoso … Guarda caso lì i movimenti più resistenti e attenti sono gestiti e coordinati da donne.

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Con la mostra volete ricordare che il pianeta è a rischio?

Abbiamo cercato uno sguardo largo dall’Europa tra generazioni diverse. Sono artiste sensibili che traducono in arte studi sull’inquinamento.

A suo parere tra noi “adulti” c’è la consapevolezza che stiamo distruggendo la casa in cui abitiamo?

C’è ma è molto meno diffusa che tra i giovani. Ci sono adulti con potere economico, sociale e ambientale poco sensibili, ha ragione Greta Thunberg quando esclama “bla bla bla”. Lo vediamo anche in Italia: chi sente più il movimento dei Verdi? Anche in Germania è calato ed è molto preoccupante. Poi avvengono eventi sporadici, come la scritta in piazza San Carlo a Torino di qualche giorno fa “Ti amo ancora” riferito alla Terra.

Lo hanno scritto 150 ragazze e ragazzi con gessetti bianchi lavati dalla pioggia su iniziativa di una band assai estrosa, gli Eugenio in Via Di Gioia.

Ciò conferma quanto dicevamo: i ragazzi non hanno il potere di fare altre scelte, sono più determinati, più spregiudicati, meno coinvolti nei giochi di potere. Per la Biennale faremo visite guidate e discuteremo con i ragazzi delle scuole: il rispetto della natura si affronta quando sono giovani, per gli adulti inseriti negli ingranaggi è difficile.

Per frenare la crisi energetica che provocherà la riduzione di gas russo il primo ministro Mario Draghi ha ipotizzato di riaprire le centrali a carbone.

Da anni si dice che Pechino è una delle capitali più inquinate del mondo a causa delle carbone e adesso le ritiriamo fuori perché il Paese ha fatto una politica e non un’altra.

Cosa possiamo fare?

È una domanda complicata. Adesso penso alla guerra in Ucraina. Lo slogan dell’Udi da tanti anni è “basta armi”, “la guerra fuori dalla storia”, ma metterlo in pratica è difficile. Sono molto combattuta. Aborro e non ho mai toccato un’arma, ma quando vedo le persone ucraine, anche le donne, dire che hanno bisogno di armi per resistere e per mantenere la loro libertà, cosa rispondo? Non le mando? Molte donne dell’Udi non condividono quanto dico, è un’associazione che viene dalla Resistenza e non ha mai usato armi, neanche durante l’occupazione nazifascista quando ha collaborato con staffette e partigiani. A metà anni ’50 l’Udi consegnò all’Onu tre milioni di firme raccolte una a una per strada per il disarmo e contro la bomba atomica, però tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

È un grosso dilemma.

Sì e lo vivo con dolore. Da una parte sono una pacifista pura, dall’altra non voglio tirarmi indietro rispetto a chi mi chiede un certo aiuto. Nella guerra dell’ex Jugoslavia come Udi adottammo un campo profughi in Slovenia dove c’erano donne scappate dalla Bosnia. Siamo state con loro per anni: non dimentico gli effetti di quel conflitto. Quella guerra, vicinissima a noi, fu meno immediata perché non esistevano i social, non esisteva internet. Non abbiamo imparato nulla dalla storia.