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Donne e Iran: "Finché non saremo tutte libere: perché questa volta è decisiva"

Intervista all’iraniana Zoya Shokoohi per la mostra a Brescia “Finché non saremo libere” con artiste dal mondo e un focus sul paese mediorientale: “Là c'è una rivolta, ma pensiamo anche alla manifestazione di sabato scorso”, quella dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

 “Finché in una società le donne non sono libere quella società non è libera. Nel settembre del 2022 viene uccisa Mahsa Amini e tutto il popolo si riconosce in una persona morta, come se tutte le cose avvenute in anni di oppressione si concentrino in quel momento. È un fatto sociale totale, ha portato una disobbedienza del popolo iraniano soprattutto nei primi mesi della rivolta”. Muovendo dalla morte in carcere dopo tre giorni di coma, il 16 settembre 2022, della ventiduenne arrestata dalla “polizia morale” di Teheran perché non indossava il velo in modo appropriato, e dalla rivolta tuttora in corso, parla in questa intervista Zoya Shokoohi, artista e performer nata a Ishafan in Iran nel 1987, dal 2015 in Italia, perché è una delle protagoniste della mostra fino al 28gennaio 2024 al Museo Santa Giulia di Brescia dal titolo-manifesto “Finché non saremo libere”. E ricorda che non è una questione solo iraniana: basti pensare alla manifestazione del 25 novembre scorso a Roma dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin da parte di Filippo Turetta. 

Curata da Ilaria Bernardi, la rassegna raccoglie opere di numerose artiste sulla condizione femminile nel mondo con un focus sull’Iran con le artiste Shirin Neshat, Sonia Balassanian, Farideh Lashai, Soudeh Davoud, Zoya Shokoohi, e un artista, Morteza Ahmadvand. La mostra è organizzata dal Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei con l’Associazione Genesi e il Festival della Pace e si inserisce in un programma pluriennale che dal 2019 il Festival connette il discorso artistico ai diritti civili e all’oppressione femminile in più Paesi.

 “L’esposizione declina al femminile il titolo del famoso libro dell’avvocatessa dei diritti civili iraniana Shirin Ebadi, prima donna musulmana a ricevere il Premio Nobel nel 2003”, esule dal 2009, appuntano gli organizzatori (clicca qui per la scheda editoriale) e ricordano altri due momenti internazionali: il 10 dicembre il Nobel per la Pace 2023 verrà conferito a Narges Mohammadi, attivista e pacifista iraniana, vice-presidente del Centro per la difesa dei diritti umani, in carcere dal maggio 2016 e ora impegnata in un drammatico sciopero della fame; il 19 ottobre a Strasburgo la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha annunciato l'assegnazione del Premio Sacharov 2023 per la libertà di pensiero proprio a Mahsa Amini e al movimento iraniano di protesta Donne Vita Libertà

Clicca qui per tutte le info sulla mostra “Finché non saremo libere”

Zoya Shokoohi, come vede la situazione iraniana attuale?

Finché in una società le donne non sono libere quella società non è libera. Nel settembre del 2022 viene uccisa Mahsa Amini e tutto il popolo si riconosce in una persona morta, come se tutte le cose avvenute in anni di oppressione si concentrino in quel momento. È un fatto sociale totale, ha portato una disobbedienza del popolo iraniano soprattutto nei primi mesi della rivolta. Siamo arrivati a un punto in cui veniva chiamata ‘rivoluzione’ con foto e scritte virali, ma penso che per arrivare a una rivoluzione vera il percorso sia lunghissimo, che servano alternative serie dal punto di visto politico e sociale e ancora forse non ne siamo in grado perché non ci sono alternative abbastanza valide. Penso che la situazione dell’Iran come di altri paesi medio orientali come l’Afghanistan o la Siria debba essere risolta dall’interno, non da un profeta venuto dall’esterno o dall’occidente, con cambiamenti lenti e radicali.  
Mi spiego: se 15 anni fa uscendo di casa avevo l’abitudine di mettere un velo anche se fine e corto, la rivolta dell’anno scorso ha cambiato il fatto che tu donna puoi uscire di casa anche senza il velo. È molto importante e non è una cosa nemmeno esclusivamente iraniana né legata all’oriente o al medio oriente, è legata anche alla situazione in Europa: pensiamo alla questione dell’aborto o pensiamo alla manifestazione di sabato scorso a Roma.

Dunque per la rivolta iraniana in corso ritiene che serva un processo lungo?

Tra altri slogan c’è “Donna vita libertà” che ha a che fare con un sistema di oppressione del corpo, con la vita quotidiana, non con un sistema astratto. E se il tuo corpo viene oppresso devi lottare. Già vedere ragazze al ristorante senza velo o una donna su cento senza velo o chador in metropolitana fa effetto. Io vivo una concentrazione di quelle tre parole, “donna vita libertà”, ma non riguarda solo le donne. Non è femminismo orientale né occidentale, sto dicendo che quando le donne sono libere tutti sono liberi. Mi ha fatto pensare molto vedere, tra gli slogan e gli striscioni della manifestazione di Roma, il patriarcato messo in rapporto con il corpo di stato: in Iran questo patriarcato ha inglobato lo Stato, il problema viene dal patriarcato. Per questo lì le donne hanno una importanza rivoluzionaria e quando decidono di fare una rivolta questa avviene.

Manifestante del Consiglio nazionale della Resistenza dell’Iran durante una protesta davanti all’ambasciata iraniana a Berlino, il 20 settembre 2022, per la morte dopo tre giorni di coma in carcere di Mahsa Amini in seguito all’arresto dalla polizia morale. Foto Epa / Clemens Bilan tramite Ansa

È una rivolta che richiede forza.

Richiede una lotta quotidiana di chi vive per cambiare e devono farla anche gli uomini, anche loro sono stati oppressi. Le donne sono minoranza nel senso che sono più oppresse rispetto agli uomini ma tutti sono nella categoria della minoranza quando vengono oppressi e lego questa questione alla condizione femminile. D’altronde nella tradizione occidentale c’è la questione che tutti dobbiamo diventare femministe.

Passiamo alla sua opera a Brescia: cosa presenta in mostra?

Sono stata invitata a una residenza d’artista alla Fondazione Brescia Musei dalla curatrice Ilaria Bernardi. La mostra ha un aspetto transnazionale, da quello che ho visto la curatrice ha voluto mettere in evidenza non tanto la lotta attuale delle donne in Iran ma ha voluto portare anche artiste iraniane storiche che sono state riconosciute per la loro arte (e che come dice Ilaria Bernardi “ce l’hanno fatta”). Io sono iraniana, da anni vivo in Italia e il percorso espositivo si conclude con due miei lavori sviluppati come un’apertura verso il futuro: ho fatto un lavoro sull’umanità, sull’emozione di libertà, di condivisione, sul respiro, su concetti più generali. L’opera non riguarda esclusivamente l’Iran né esclusivamente la condizione femminile e si chiama “Archivio Respira”.

A cosa si ispira?

Mi sono ispirata tantissimo al mio percorso autobiografico in quanto emigrata dall’Iran all’Italia. Cerco di collegare i due contesti, da dove vengo e dove vivo, è un lavoro artistico anche per ripensare gli ordini del mondo, non tanto geograficamente quanto umanamente. Se uccidono i bambini, non importa se in Iran, in Siria, nella Striscia di Gaza, a Gerusalemme o a Kiev, bisogna ripensare a un ordine diverso del mondo, umano. Per questo voglio immaginare una specie di utopia e chiedo alle persone di partecipare a questo pensiero utopico. Nel caso di “Archivio Respira” prendo un atto essenziale come respirare pensando ai posti in cui manca l’aria per motivi sociali, economici, ambientali. Così chiedo a ogni persona di respirare profondamente, di trattenere il respiro più che può, di contare il tempo, di restituire l’aria trattenuta in un vasetto di vetro trasparente, chiuderlo, etichettarlo con nome, cognome, data, di compilare una scheda per l’archivio scrivendo per quanti secondi ha potuto resistere (e dando il consenso a me e alla fondazione Brescia Musei di liberare i respiri là dove mancasse aria).

Viene da pensare a “Fiato d’artista” di Piero Manzoni, quando l’artista gonfiò con il suo fiato dei palloncini.

Sì, però qui si ha un archivio materiale con le schede che fa parte dell’opera. Sono previsti circa quattro-cinquemila vasetti per altrettante persone. Alla Fondazione Brescia Musei, la proprietaria materiale dell’archivio, chiedo di portare i vasetti nei tanti posti dove l’aria manca. Può valere) il pensiero simbolico e dare consapevolezza: mentre trattiene il respiro e conta i secondi oltre i quali non può sopravvivere una persona pensa al perché decide di lasciare il suo respiro nel vasetto. È una ricerca performativa: quando in un lavoro così, contestualizzato, un numero elevato di persone dichiara di non poter respirare più ci poniamo delle domande, cioè cosa facciamo quando manca l’aria? Conta anche chi compie questo atto e se ho la proprietà morale dell’archivio penso che questa aria possa essere liberata nel giorno del 25 novembre così come in tante altre situazioni nel mondo in cui manca l’aria.

 

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

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Maurizio Cattelan Arte Fiera Bologna Mutina
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