Guido Harari, strepitoso ritrattista del rock: "Perché le star con me si spogliano di tutto"

Da Lou Reed a Dalla a Rita Levi Montalcini, intervista a un ritrattista strepitoso che ha la sua prima mostra antologica ad Ancona e raccoglie i suoi scatti in un libro: “Cerco un rapporto di empatia”

I Clash, Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Tina Turner scatenata, Fabrizio de André, Lucio Battisti, Bob Marley, Ivano Fossati, Frank Zappa, una Annie Lennox irresistibile, passano davanti ai nostri occhi in pose tenere, divertite, giocose, vitali, meditative … Basta, meglio fermarsi, elencare chi ha fotografato nel mondo del rock e pop Guido Harari dagli anni ’70 in poi porterebbe a una lista sterminata di star di prima grandezza. Per vedere l’opera di questo fotografo la Mole Vanvitelliana di Ancona, settecentesco monumento a pianta pentagonale sul porto, offre una bella opportunità: ospita fino al 9 ottobre la prima mostra antologica su cinquanta anni di mestiere con oltre 300 scatti dal titolo mutuato dallo stupendo album del Talking Heads prodotto da Brian Eno nel 1980, “Remain in Light”.
Prestiamo attenzione però a non cadere in un duplice equivoco: il primo è che non vale soltanto chi ha fotografato Harari sul palcoscenico o in privato, vale soprattutto come il fotografo ha ritratto personalità dalla creatività prorompente, inclusi personaggi estranei alla musica come Roberto Benigni, Fernanda Pivano, Carla Fracci ... Vale il modo in cui il fotografo lavora di cesello sulla luce e scava nelle ombre, il modo in cui svela lati sorprendenti degli artisti … Il secondo equivoco da evitare sarebbe credere che il suo campo d’azione sia solo la musica (pure se già basterebbe), mentre è anche editore, autore di reportage, pubblicità …  “Con chi ritraggo cerco complicità, diventa una mia caratteristica l’attivare una simpatia, qualcosa che faccia venir voglia di giocare con la propria immagine”, confessa Harari in questa intervista a Tiscali Cultura.

Che Ancona sia nel vostro raggio o meno, vale dire che insieme alla mostra è uscito il volume omonimo edito da Rizzoli Lizard in vendita nella Mole, nelle librerie e tramite la Wall of Sound Gallery (432 pagine, 59 euro): in fondo all’intervista potete sfogliarlo in un video ascoltando come colonna sonora “Once in a Lifetime” dai Talking Heads, strepitoso brano estrapolato dal disco appena citato.

Prima di passare la parola al fotografo, vi forniamo qualche informazione. La rassegna comprende anche installazioni, filmati e una stanza, la “Caverna Magica”, per farsi ritrarre su prenotazione da Harari stesso e ricevere una stampa. Promuovono “Remain in Light” il Comune di Ancona e La Mole con Rjma progetti culturali, Wall Of Sound Gallery e Maggioli Cultura. Non ultimo: l’appuntamento anconetano andrà anche in altre città, le tappe non sono per adesso fissate e l’auspicio è che possa girare perché è un viaggio di immagini ricco di gioie e stupore.

Harari, la foto della copertina della mostra e del libro ritrae Laurie Anderson e Lou Reed abbracciati. Come ha catturato un’immagine così ricca di dolcezza?

Nasce da una frequentazione sia individuale sia come coppia. Seguivo Lou Reed quando ci furono i disordini ai suoi concerti negli anni ’70, realizzai la copertina di un disco registrato all’Arena di Verona, tra gli anni ’80 e ’90 ho fatto ritratti di Laurie Anderson. Quando mi sono trovato davanti la coppia ho pensato che valesse veramente la pena fare un ritratto come quelli di Anne Leibovitz con John Lennon e Yoko Ono o di Jim Marshall con Johnny Cash e June Carter. Era l’occasione per documentare il rapporto tra due artisti straordinari.

Sulla straordinarietà nulla da eccepire, ma Lou Reed ha fama di ave avuto un carattere spesso difficile.

Quella foto è stata scattata in una tournée italiana che seguii e dove avevo notato una trasformazione. Lou Reed l’aveva affrontata come un tour da rockstar, con i vizi e i vezzi, le conferenze stampa, la distanza dai fan. Credo che Laurie lo abbia progressivamente sciolto facendogli capire che poteva evitare quel meccanismo, a quel punto della vita poteva permettersi quello che voleva, poteva seguire la passione per la fotografia o non fare niente. Ed è quanto è successo in quelle due settimane. Verso la fine, vedendo la trasformazione, ho chiesto di fare un ritratto di famiglia: scattai la foto all’una e mezza del mattino dopo la fine del concerto al Lingotto di Torino. Restammo tutti e tre legati a questa foto e quando lui è mancato Rolling Stone americano ha pubblicato un ricordo di Laurie Anderson con questa immagine. In più nei due anni di pandemia durante i quali stavo preparando la mostra e il libro questa foto continuava a proporsi: è di un abbraccio, di una vicinanza molto significativa dopo due anni di distanziamento.

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Lei spesso induce i musicisti a fare cose inaspettate. Joni Mitchell è tutta giocosa in una posa strana, Leonard Cohen disteso con alle spalle un dipinto forse secentesco che raffigura il rapimento di Europa ... Come ci riesce?

Ci sono più spiegazioni possibili. Da un lato quando sei cresciuto con artisti che ti hanno segnato nell’adolescenza sono un po’ parte della tua famiglia, come se li conoscessi già. Nel momento in cui ti relazioni a loro è come se ti relazionassi a un fratello e credo lo capiscano nel momento in cui vedono che non sei solo un professionista ma qualcuno che ha un rapporto molto profondo con loro. Inoltre ho scoperto abbastanza presto, proprio con Cohen, che questi artisti hanno anche aspetti inediti del carattere. Il cantautore canadese sembra sempre così austero quando di fatto è un umorista incredibile che gioca anche con la propria immagine. Giuseppe Pino è un fotografo che mi ha ispirato, ha capito questo meccanismo e vi ha fatto leva con ottimi risultati. Così con Cohen e con altri artisti ho adottato lo stesso metodo: il tempo che passi insieme è da condividere, non da spendere in maniera sterile, asettica, esclusivamente professionale. Qui è in hotel milanese e sembra sia in un museo.

Dalle foto emerge un senso di una complicità.

Nasce proprio dalla complicità che cerco con questi personaggi, anche non musicisti: diventa una mia caratteristica l’attivare una simpatia, qualcosa che faccia venir voglia di giocare con la propria immagine.

Con chi è scattata una complicità anche affettiva?

Con diversi di loro. Da Tom Waits a Ennio Morricone se vogliamo stare nell’ambito musicale. Altrimenti potrei dire Gianni Agnelli, Umberto Eco, oppure Alda Merini o Dario Fo. Alcuni giocano molto con la propria immagine: come Lina Wertmüller che ho fotografato nella vasca da bagno in una foto assurda, ma non è una posa, è scattata una simpatia immediata e la voglia di divertimento da parte di entrambi. Tutto trova un terreno di coltura ideale scoprendo aspetti inediti del personaggio. Ecco: è la ricerca di qualcosa di inedito e anche di autentico.

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Le sue foto vivono al di là dei dischi, dei concerti, hanno una vita autonoma. Magari alcuni musicisti non sarebbero contenti.

Quando fotografi hai la sensazione di cogliere dei momenti privilegiati, meno di routine, però la foto si riconferma con un suo valore solo con la prospettiva storica. Come quella di De André sdraiato per terra accanto a un termosifone.

È una foto di cui si è parlato tanto.

Ha segnato anche l’inizio di un’amicizia di vent’anni. Come si è parlato della foto di Paolo Conte con i kazoo. Poi si è scoperto che lui come epitaffio nella tomba voleva “Il più grande suonatore di kazoo del mondo”. Avevo suggerito una foto con quello strumento senza sapere che avesse una tale importanza per Conte che ha partecipato al gioco facendo corna e baffi con i kazoo. È un altro esempio di complicità: con me ha voglia di giocare.

 

Patti Smith © Guido Harari per la mostra ad Ancona “Remain in Light” e il libro omonimo edito da Rizzoli Lizard

 

Patti Smith è in un ambiente strano. Dov’è?

È Villa Arconati appena fuori Milano, dove si tiene un festival ogni estate. In quell’occasione Patti Smith tornava dopo diversi anni e lutti e coincideva con il mio desiderio di fotografare in quella stanza musicisti di varie culture. Quella fa parte di una serie ma è una foto a sé.

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Rita Levi Montalcini sembra stagliarsi come un’apparizione decisamente inconsueta.

Si era presentata vestita da Rita Levi Montalcini cioè con un golfino, la camicia di pizzo. Mi sono detto che non potevo fotografarla così. Mi è caduto l’occhio su un giubbino che era da rockstar e quando mi ha detto che era suo le ho detto di metterlo e, come lo ha indossato, sembrava un’altra persona, un’artista newyorkese.

La scienziata sembra appunto un’altra Rita Levi Montalcini.  

È una cosa che mi diverte molto e nasce dal momento, dai pretesti che colgo.

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Negli scatti di James Brown e Tina Turner in concerto si percepisce il “sangue sudore e lacrime” e la gioia sensuale delle loro musiche e dei loro live. Si ritrova in questa descrizione?

Sì. Anche perché quando ho iniziato a scattare foto dei concerti non c’erano grandi limitazioni né scenografie, era tutto molto più minimal. Avevo la possibilità di usare la performance come se l’artista fosse in studio da me. Riuscivo a eliminare gli elementi di disturbo e concentrarmi sulla sua fisicità ed è stata l’educazione per passare al ritratto: sapere come è un artista al massimo dell’espressività è importante per quando lo hai davanti in una dimensione più raccolta e intima, sai su cosa fare leva.

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Uno scatto molto buffo ritrae Lucio Dalla tra i piccioni.

Anche quello è un esempio di complicità. Per una serie di articoli curati da Massimo Cotto dove riportavamo i più grandi cantautori nei luoghi a cui avevano dedicato canzoni famose con Lucio Dalla siamo andati in piazza Grande anche se poi era piazza Maggiore a Bologna. Lui ha lì detto “aspetta, batto i piedi e faccio levare in volo i piccioni”. In quel fotogramma c’è un bellissimo movimento intorno a lui. Sono cose estemporanee che gratificano: hai un soggetto che capisce il potere evocativo di un’immagine e tu non chiedi di meglio.

Lei dice “cose estemporanee”.  Però nelle sue immagini si avverte qualcosa che è proprio del jazz: puoi davvero improvvisare se sai suonare veramente jazz.

Esatto. Qualcuno ha detto che faccio jazz.

In altre parole, dietro questa estemporaneità si percepiscono un’estrema preparazione tecnica e uno studio delle persone. È così?

Mah, c’è un tentativo di decostruzione. Devo togliermi di testa un immaginario accumulato attraverso foto di altri e al tempo stesso devo lasciare spazio perché emerga qualcosa di mio. Il desiderio è avere immagini diverse, a volte sgangherate dal punto di vista formale, l’importante è il momento: se riesco a farti vedere Cohen sdraiato e non te lo aspetti, l’obiettivo, la luce, la prospettiva poi non mi importano perché sono dettate anche dalle circostanze, dallo spazio, non sempre sono scelte prese in assoluta serenità.  

Il che conferma che lei sa “vedere”.

Lo apprezzo. Qualche anno feci una mostra al Festival di Ravello. Laurie Anderson e Philip Glass prima del loro concerto vennero a visitarla, dove erano presenti, e Glass, che non è un compagnone, venne da me ridendo. “Ma come hai fatto?”. Gli chiesi: “cosa intendi? Se ho usato la pellicola o il digitale?” Lui: “No. Conosco il 90% di questi musicisti e non ne ho riconosciuto uno”. Era il più bel complimento: se non riconosci Leonard Cohen che è tuo amico fraterno vuol dire che l’ho mostrato in una luce completamente diversa e inaspettata. Torniamo al discorso del jazz e dell’improvvisazione.

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