“I miei nonni Dario Fo e Franca Rame, mi raccontavano le fiabe e le registravano”

Il patrimonio culturale lasciato dal premio Nobel e dall’attrice andrà a Pesaro grazie al Comune e al Ministero della Cultura. In questa intervista la nipote e presidente della Fondazione Mattea Fo ricostruisce le vicende di un archivio fondamentale e ripensa alla loro casa piena di artisti

Per chi li ha visti dal vivo a teatro, e non dimenticherà mai quelle esperienze, è facile immaginare Dario Fo e Franca Rame incantare la piccola nipote Mattea Fo raccontando fiabe prima di addormentarla. Salvo che i due artisti usavano un accorgimento insolito: nonno e nonna si registravano perché la creatività non conosce orari e perché, magari, un giorno avrebbero riutilizzato quelle favole registrate su nastro, rumori e risate comprese. Lo ricorda a Tiscali Cultura la stessa Mattea Fo, presidente della Fondazione Dario Fo – Franca Rame che ha sede a Santa Cristina presso Gubbio, perché è arrivata un’occasione propizia: nella quattrocentesca Rocca Costanza a Pesaro troverà casa il museo Fo-Rame, un patrimonio sterminato e fantastico composto da costumi di scena, scenografie, centinaia di dipinti, fotografie, locandine, video, pupazzi, e quant’altro abbiano lasciato alle il premio Nobel per la letteratura nel 1997 e la sua compagna di vita e di avventure nella cultura e nelle battaglie per un paese più civile.

Clicca qui per la Fondazione Dario Fo – Franca Rame

Dario Fo è vissuto dal 1926 al 2016, Franca Rame dal 1929 al 2013. Cosa porta la loro miniera delle arti dello spettacolo nella città marchigiana? Il ministro della Cultura Dario Franceschini ha stanziato di 2.350mila euro con i “Cantieri della cultura” per recuperare e destinare l’ex carcere all’eredità culturale dei due artisti. Il finanziamento si somma a 5,4 milioni di euro annunciati lo scorso dicembre da un accordo tra Agenzia del Demanio, ministero della Cultura-Direzione generale Archivi e il Comune pesarese con il sindaco Matteo Ricci e il vice Daniele Vimini per cui fanno in totale 7,7 milioni di euro. Ricci e Vimini considerano il progetto una carta in più nella corsa tra dieci finaliste a Capitale Italiana della Cultura 2024 ed è un atto di civiltà culturale. Ma è meglio che racconti tutto Mattea Fo.

Clicca qui per il sito di Rocca Costanza

Mattea Fo, come nasce il progetto pesarese? Qual è la sua storia?

Nasce prima di Pesaro. Nel 2015 Jacopo Fo in un comunicato stampa dice che l’archivio creato da sua mamma non interessa a nessuno per cui porta tutto in Svezia. Il ministro Franceschini lo contatta per dire “fermi tutti” e che quel patrimonio non può uscire dall’Italia. Eppure da anni cercavano aiuti per creare un museo, anche se “museo” è una definizione un po’ riduttiva per i materiali e gli archivi che abbiamo curato e gestito in spazi tra Milano e Gubbio.

Sarebbe stato davvero imperdonabile per il nostro Paese se fosse finito in Svezia.

Grazie a Franceschini il ministero emette un decreto di interesse storico. Quanto fino al 2000 era depositato tra Gubbio e Milano viene spostato all’archivio di Stato di Verona. Lì nel 2016 viene inaugurato uno spazio espositivo che abbiamo chiamato MusALab, MusALab - Museo Archivio Laboratorio Franca Rame Dario Fo (clicca qui per il sito). È adiacente all’Archivio di Stato dove è depositato tuttora il materiale. Non può entrarci tutto, nascono difficoltà, con l’Archivio facciamo attività per studiosi, scuole, università, ma lo spazio aggiuntivo che doveva arrivare per ordinare il materiale in modo che non restasse nelle casse non arriva mai. La convenzione con l’Archivio di Stato si rinnova ogni cinque anni e, per quanto siano stati sempre disponibili e ci abbiano aiutato, allo scadere dei primi cinque anni lanciamo una campagna per trovare una casa. Il Comune di Pesaro ha intitolato a Dario e Franca la corte di Palazzo Mazzolari Mosca e nelle riunioni esce fuori l’argomento “museo”. È stato il primo Comune che ha tirato fuori le carte, ad aver agito concretamente. Il nostro archivio non può stare chiuso, si deteriora. Adesso finalmente è arrivato il finanziamento per ristrutturare Rocca Costanza dove andrà anche l'Archivio di Stato di Pesaro e Urbino. È un progetto per far visitare gli spazi, aprire una sala studio, una corte interna per spettacoli all’aperto e c’è un’amministrazione comunale pronta a organizzare.

Clicca qui per l’Archivio di Stato di Pesaro e Urbino

Una domanda scatta spontana: perché non Milano? Era la loro città, dove Fo e Rame vivevano e lavoravano.

Sinceramente non sono io a dover rispondere. Noi abbiamo lanciato pubblicamente l’appello più volte negli anni, Dario aveva cercato di fare più progetti e proposte su Milano, ma in concreto non si è tradotto in fatti. Parlo a nome della famiglia: non possiamo aspettare i prossimi dieci anni, abbiamo bisogno della certezza di uno spazio e di un progetto per i prossimi cento anni, non essere banderuole al vento. Devo mettere al sicuro questo patrimonio, è una follia che sia chiuso nelle casse. È il progetto di una vita iniziato da Franca che decise di digitalizzare tutto creando uno dei primi archivi online.

Clicca qui per l’Archivio e la campagna della Fondazione “Un (vero) museo per Dario Fo e Franca Rame”

 

 

1997 - Fotografia di Carlo Barsotti in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Dario Fo, con Franca Rame e la piccola Mattea © Archivio Rame Fo – Fondazione Fo Rame

 

 

Cosa ricorda dei suoi nonni? 

Prima di essere personaggi pubblici per me sono il nonno e la nonna. Da bambina d’estate a casa loro si giocava, si andava in piscina, al mare, il nonno dipingeva o scriveva e la nonna lo rimproverava perché lavorava troppo e non si godeva la famiglia. Allora lui mi diceva “bambina, vieni qui che ti faccio un disegno”. Ricordo le fiabe raccontate a letto. “Te la racconto ma mi registro perché magari un giorno avrai le registrazioni”, diceva. Sono registrazioni del registratore tenuto sulla pancia dove si sentono anche dei rumori. La nonna diceva che qualcuno un giorno si dovrà occupare di tutto il lavoro fatto e dovrà starci dietro. All’inaugurazione della corte del palazzo pesarese più persone mi hanno detto di ricordarsi di mio nonno sul treno con le buste della spesa perché faceva su e giù da Cesenatico.

Ha ricordi da bambina spettatrice?

Certo. Ricordo le prove di regia di Dario delle opere di Rossini, tra l’altro proprio a Pesaro, con i tenori a casa nostra in momenti folli, con la nonna che metteva trenta-quaranta persone a tavola e poi riprendevano le prove. Ricordo benissimo il suo San Francesco a Spoleto. Oppure a teatro, la “prima” per me era normale. D’estate però. Durante l’anno andavo a scuola per cui ci si vedeva poco.

Franca Rame ha rappresentato molto per la cultura italiana, per le battaglie femminili, per aver raccontato le sue vicende. Secondo lei, una donna di 33 anni, cosa ha lasciato? 

Lo vedo quando porto mia figlia agli spettacoli scritti da Franca e da Dario. Franca ha lasciato riferimenti per la donna, per non diventare una schiava (generalizzando un po’), per non abbassare la testa. Purtroppo gli argomenti dei suoi testi non sono passati. Mia figlia ha fatto poco tempo fa a scuola un lavoro sugli anni dal ’68 al ’78 e si partiva anche dalle battaglie portate in scena da Franca. Noi siamo una famiglia assolutamente matriarcale come impostazione, siamo femministi tutti, uomini e donne, senza doverselo dire. La stessa Franca non si è schierata con il movimento femminista: ha portato sempre avanti le battaglie delle donne che è un’altra cosa rispetto al movimento femminista di oggi.

Vedendo di quanti stupri pullulano le cronache, non siamo andati molto avanti, se non stiamo addirittura peggiorando.

Non siamo andati avanti e non si è fatto abbastanza. I testi ci sono, ma la cultura del rispetto va divulgata nelle scuole. L’altro giorno ho visto lo spettacolo di Dario e Franca Coppia aperta quasi spalancata e c’erano quattro ragazzine, non dieci. Uno spettacolo come Tutta casa, letto e chiesa andrebbe mostrato nelle scuole. Come stiamo facendo tanto per il bullismo e per il riconoscimento di genere, bisognerebbe impegnarsi di più a far entrare a scuola l’educazione alle emozioni perché se partiamo da lì probabilmente cresceremo generazioni più rispettose verso il prossimo, le compagne, i figli, il marito: la violenza purtroppo è in tutti i campi.