“Caravaggio e Vermeer: vi spiego perché amiamo così tanto questi due pittori che sono agli antipodi"

Perché due pittori del ‘600 così diversi sono star amatissime in tutto il mondo? Risponde Claudio Strinati, autore di un libro in cui contrappone “La chiamata di Matteo” del lombardo alla “Veduta di Delft” dell’olandese. E paragona i due artisti ai film di “Guerre stellari” e a quelli di Bergman

Sintetizzando in modo brutale, Caravaggio dipinge il buio squarciato da una luce rivelatrice del divino e personaggi dai movimenti altamente drammatici, Vermeer raffigura stati di calma in una luce soffusa. Il primo è tempesta, il secondo quiete. Almeno, così appaiono a prima vista. Il lombardo per un verso, l’olandese per l’altro, hanno una cosa in comune: attirano ovunque pubblico in massa, basta vedere cosa accade nelle mostre in cui sono solo citati. Come mai la nostra epoca eleva a star mondiali due pittori del ‘600 tanto distanti come l’irruento Michelangelo Merisi detto il Caravaggio e il pacato Johannes Vermer? A stimolare l’interrogativo è il saggio uscito a fine 2021 Caravaggio e Vermeer. L’ombra e la luce (Einaudi, pp. 176, € 15,00), scritto da Claudio Strinati, già soprintendente dei musei di Roma dal 1991 al 2009, storico dell’arte in grado di avvincere mirabilmente chi legge o chi lo ascolta intorno alle storie della pittura, della scultura, della cultura figurativa, oltre a essere un grande intenditore di musica classica. A Tiscali Cultura ci parla del confronto tra i due artisti.

“Sentiamo Caravaggio vicino perché vediamo sopraffazione e totalitarismi”

Nel volume Strinati accosta due dipinti: la “Chiamata di San Matteo”, tela  conservata nella Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, e la Veduta di Delft” al Mauritshuis dell’Aia. Alla domanda sulla passione sfegatata del nostro tempo su maestri del XVII secolo tanto differenti lo studioso risponde partendo dal pittore sempre in fuga dopo aver ammazzato in uno scontro Ranuccio Tommasoni a Campo Marzio a Roma nel 1606: “Sentiamo Caravaggio molto vicino perché le sue immagini danno una sensazione di realtà superiore rispetto a innumerevoli maestri del passato,  come se davvero il Merisi fosse in grado di rappresentare la dinamica degli eventi per come si svolgono veramente davanti agli occhi di qualsiasi essere umano. Probabilmente accade perché la nostra epoca è stata sconvolta e viene tuttora sconvolta da esplosioni di violenza, di morte, di sopraffazione terrificanti, e per nostra epoca intendiamo il ‘900 e l’inizio dei Duemila: è l’epoca di totalitarismi, delle guerre mondiali, delle persecuzioni, e tuttora ne vediamo gli sviluppi.  Non che nei secoli passati non ci siano state violenza e sopraffazione, soltanto che abbiamo il vantaggio, diciamo così, di avere la documentazione visiva e sonora della storia.  Possiamo certamente sapere che le armate di Genghis Khan hanno perpetrato massacri o che Bisanzio fu aggredita e distrutta nel ‘400, tutta la storia è costellata di violenze, però abbiamo una documentazione minima, figurativa o letteraria, non possiamo ‘vederle’. Invece possiamo vedere i lager nazisti o il presidente Kennedy ucciso in auto, abbiamo una contezza più reale”. Qui, dunque, si innesta il sentimento di vicinanza con l’artista morto solo e malato a Porto Sant’Ercole nel 1610.

Vermeer incarna “il sogno del pacifismo, della non violenza”

Anche Vermeer incanta milioni di persone. Eppure manifesta una pittura radicalmente diversa. “Certo – chiarisce lo studioso - perché a fronte dell’aspetto dominante riferito al Caravaggio esiste un altro aspetto altrettanto dominante: è quello del pacifismo, dello spiritualismo, della diffusione della meditazione buddista, la venerazione per ciò che concerne il recupero dell’interiorità, la psicoanalisi, le scienze sociali. Il nostro tempo – ricorda Strinati - si contraddistingue anche per il sogno di una pace e di un benessere universali, certo sempre contrastati ma è un sogno che ha sempre grandi esponenti, da Gandhi a Greta Thunberg ai Beatles con la penetrazione del buddismo fino a grandi filosofi e scienziati che hanno auspicato una pacificazione e un benessere universali. Vermeer dunque rappresenta l’altra faccia della medaglia: la calma, la soddisfazione interiore, la non necessità della violenza e anzi di una vita di concordia sociale, di quiete della casa, cose che tuti sogniamo. La contrapposizione è netta, la pace e la guerra. Non che in Caravaggio non vi siano istanze di pace e serenità né che in Vermeer non vi siano inquietudini profondissime, sono grandissimi artisti, però sono degli emblemi”.

 

Claudio Strinati

 

“L’olandese è maestro della meditazione, il lombardo dell’azione”

Johannes Vermeer nacque a Delft nel 1632 e lì morì nel 1675, il Merisi nacque nel 1571 a Milano, come è accertato e non nel paese di Caravaggio, e si spense malato sulla costa toscana dopo una vita di alti e molti bassi esistenziali. “L’uno e l’altro riflettono aspetti molto significativi del tempo in cui sono vissuti. Questa contrapposizione ricorda un po’ il famoso motto di Mazzini, 'pensiero e azione' – riflette Strinati - Caravaggio è stato interpretato come tipico rappresentante dell’azione, di un artista che racconta e narra in modo drammatico, una sorta di pittore teatrale, un narratore in pittura; Vermeer invece è sempre stato interpretato come un maestro della meditazione, del pensiero: le sue opere non raccontano storie quanto rappresentano stati mentali, attese, riflessioni, ansie, gioia, e le azioni che rappresentano in se stesse potrebbero essere giudicati irrilevanti”.

Da “Guerre stellari” ai film di Bergman

Anche un altro rimando alla nostra epoca delle immagini è possibile, osserva lo studioso: “I due pittori riflettono due modi di fare arte sempre validi che ritroviamo anche nel cinema o nelle serie televisive”. Invitato a fare qualche esempio, nel cinema Strinati rimanda “a esempi mirabili di cinema di azione con le serie fantascientifiche, con Guerre stellari, con i film di Spielberg, mentre come esempi magnifici di meditazione possiamo ricordare quasi tutta la cinematografia di Ingmar Bergman”.

Sussurri nella luce diffusa, grida nel buio

Sussurri e grida, verrebbe da dire riprendendo il titolo italiano di un intimo e toccante film del regista svedese. È un sussurro la Veduta di Delft, un olio su tela di 96,5x115,7 centimetri del 1660-1661 circa, mentre misura oltre tre metri per tre la tela nella chiesa di San Luigi dei Francesi del 1599-1600 in cui l’artista raffigura l’istante in cui Cristo chiama all’apostolato un incredulo Matteo dedito raccogliere danaro per il potere, non certo versato alla comprensione o alla pietà. “La Vocazione di Matteo è una rappresentazione drammaticissima della chiamata del redentore secondo l’imperscrutabile volontà divina a un esattore tasse, in quel quadro mirabile una luce potentissima rischiara le coscienze”, constata lo storico dell’arte. Ma Caravaggio è un pittore del buio, Vermeer di una luce diffusa, no? “Il vero filo conduttore è che entrambi pittori eccellono nella rappresentazione della luce ma in modo fortemente contrapposto – risponde - Caravaggio è autore di una luce drammatica, di una luminosità che emerge dall’oscurità con un anticipo cinematografico, Vermeer è pittore della luce diffusa che ispira quiete, silenzio, calma”.  

“La quotidianità calma nella città di Delft”

Per il suo libro Strinati dell’olandese ha scelto una veduta cittadina, non un interno del maestro, il che in qualche modo sorprende. “È una proposta e come qualsiasi proposta è sottoposta al giudizio. Dovendo scegliere con l’editore solo due immagini si è dovuto operare una scelta perentoria. Più che nel consenso la speranza è la sorpresa, è che sia uno stimolo”, commenta lo storico dell’arte. E approfondisce il discorso sullo scorcio di Delft: “È un luogo in cui si ha la sensazione che non ci sia nessun elemento di disturbo, la città non è minacciata o sottoposta a disastri, poche persone sulla riva del canale sul far della sera conversano mentre rientrano nelle case. È una quotidianità non turbata da nulla tanto è vero che non si vedono gli abitanti ma si vede la città, la luce che penetra e colpisce i campanili, la dimensione della quiete domina ogni cosa. Per lo meno è la lettura che a me sembra lecita”.

Quindi, per concludere, nel mondo caravaggesco assistiamo a “una dimensione profondamente notturna, tempestosa e sconvolgente”, in quello di Vermeer ci affacciamo su “una dimensione diurna e quieta”, e li viviamo come due facce della stessa medaglia e della nostra epoca complicata.