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Biennale: "Corri cavallo bianco dietro ai sogni", l’arte dà speranza alle detenute. La prima volta di Francesco. Le foto

La Santa Sede ha chiamato Cattelan e altri artisti nella prigione femminile della Giudecca. Con Papa Francesco un pontefice alla Biennale di Venezia per la prima volta. Marcela fa da guida e dice: “C’è il vissuto di persone come noi senza voce”

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

Lungo le Fondamenta delle Convertite, nell’isola della Giudecca a Venezia, la pianta sporca e martoriata di due enormi piedi in gradazioni di grigio domina l’intera parete della chiesa sconsacrata dell’ex convento, dal 1855 carcere per donne. Il murale è di Maurizio Cattelan, si intitola “Father”, introduce al Padiglione della Santa Sede dal titolo “Con i miei occhi”, allestito con opere di più artisti nella Casa di reclusione femminile della Giudecca fino al 24 novembre per la sessantesima Biennale d’arte diretta quest’anno dal brasiliano Adriano Pedrosa. Un padiglione particolare, dedicato ai diritti umani e agli ultimi in sintonia con i principi invocati da Papa Francesco verso chi ha meno, gli emarginati.

Francesco, il primo Papa alla Biennale

Tra queste mura vedere arte è solo una porzione della visita: qui si viene per condividere un percorso sotto la guida di detenute, per ascoltare in un incontro che può essere toccante, commovente, profondo, spiazzante. Il pontefice verrà di persona nel carcere in visita domenica 28 aprile e sarà il primo papa nella storia a visitare la Biennale. Va da sé che l’iniziativa ha come partner il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – Dap del Ministero della Giustizia. La Casa di reclusione femminile Giudecca è diretta da Mariagrazia Bregoli.

Marcela: “Nell’affresco di Cattelan c’è il nostro percorso di vita”

Il murale con cui Cattelan ha raffigurato i propri piedi a dire il vero è all’esterno e le detenute non possono vederlo se non, come dicono più sotto, nel giorno della settimana in cui montano un banchetto con frutta e verdura prodotta dall’orto della prigione. Su un’ottantina di recluse, due a turno a rotazione su venti volontarie fanno da guida alle e ai 25 visitatrici e visitatori ammessi a ogni turno aperto al pubblico. “Siete benvenuti. Fuori avete visto l’affresco di Cattelan. Quei piedi nudi parlano di un percorso di vita, di stanchezza come noi a fine di un percorso”, esordisce Marcela, una delle due detenute-guida in un giro nel tardo pomeriggio di giovedì 18 aprile. Entrambe indossano un abito speciale per l’occasione, bianco e blu.

La detenuta: “Queste opere mi danno speranza”

L’appuntamento è nel bar riservato alle e agli agenti (non per le recluse), tappezzato fino a novembre da opere-manifesto di Corita Kent con scritte variopinte in stile pop e slogan come “yes people like us”, “stop the bombing”, “hope” scritta all’incontrario. “Lei era una suora attivista negli anni ’60 dove le donne non avevano voce al di là della propria voce, le sue opere parlano di gioventù, di adesso”, racconta Marcela mentre l’altra detenuta, italiana, preferisce sorvolare sul proprio nome ed è più taciturna. Le agenti e gli agenti della polizia penitenziaria, come logico, affiancano il gruppo lungo l’intero percorso.
“Corita Kent ha scritto libri per insegnare come fare arte, ogni persona ha un percorso di vita che è arte”, riflette Marcela e si percepisce nitidamente quanto desideri comunicare anche con quel mondo esterno a lei precluso. Parla di “scelte di vita sbagliate”, “qui ti rendi conto che potevi scegliere altro”, aggiunge che le opere d’arte esposte “mi danno speranza” e chiosa: quando incontra “vera umanità, carità e umiltà riesci a vedere le ombre nella notte che porta consiglio”.

“Il vissuto di persone senza voce né visibilità”

Per quanto l’arte possa alleviare, per quanto l’iniziativa del Vaticano per la Biennale sia “un’opportunità”, certo non cancella la durezza del carcere. Lo si avverte nel tono, nello sguardo, diretto, di Marcela. Prova ansia o preoccupazione?, domanda una cronista. “Ansia e preoccupazione fanno parte di ognuno di noi”.
Nella stretta calle d’ingresso tra le mura in mattoni, di norma vietata alle recluse, Simone Fattal ha riportato su blocchi quadrati di lava frasi, poesie e frammenti raccolti dalle detenute: “Sono cose nostre scritte in un momento di tristezza o di allegria”, dice ancora Marcela e indica in fondo alla calle, sotto la torretta di sorveglianza, un occhio sbarrato in neon azzurro del duo Claire Fontaine: “Esprime il vissuto di persone senza voce né speranza né visibilità nella società”. Si intende che non parla solo di sé stessa.  

Parole nel buio

Come da prassi in un carcere, anche per chi entra volontariamente da libero cittadino mentre una porta si apre quella alle spalle si chiude. Si attraversa un piccolo orto. “Coltiviamo verdura e frutta che vendiamo il giovedì in un banchetto qui fuori”, spiega la detenuta prima di arrivare al cortile. Tra i muri scrostati e le finestre con le sbarre campeggia su una parete “Siamo con voi nella notte” in neon blu di Claire Fontaine. “Sono parole scritte fuori dal carcere di Firenze in un periodo di forte repressione negli anni ’60 e ‘70”, interviene l’altra detenuta, italiana, con voce ferma, certo guardinga davanti a estranei. Nelle ore notturne il riflesso di quelle parole non allevia la pena eppure, suggeriscono le due donne, in qualche modo le accompagna, le conforta quasi.

“Siamo con voi nella notte”, scritta al neon del duo Claire Fontaine nella corte della Casa di reclusione femminile alla Giudecca per il Padiglione della Santa Sede “Con i miei occhi” per la 60esima Biennale d’arte di Venezia 2024. Foto Marco Cremascoli

“La sala per i familiari ha un significato profondo per noi”

“Ora siamo nella sala per i familiari, un luogo intimo di ritrovo per i mariti, i figli che accogliamo il mercoledì e il sabato dalle 10 alle 14”, racconta ancora Marcela. “Questo posto ha un significato profondo per noi, chi ha una famiglia vede la speranza mentre chi non ha nessuno non la vede”. Dopo di che ci introduce a un cortometraggio di 16 minuti con l’attrice di “AvatarZoe Saldana in veste di protagonista, girato nella prigione con le altre detenute da Marco Perego: “Capirete con i vostri occhi quale percorso facciamo qui dentro”, avverte Marcela.

Marcela: “Una porta si apre e una si chiude”

Nel film, a colori nelle riprese all’esterno, in bianco e nero nel carcere, l’attrice interpreta l’ultimo giorno di reclusione di una detenuta mentre le altre le lasciano qualcosa in dono, un segno, un abbraccio, uno sguardo, una ciocca di capelli. Esce e intanto un’altra giovane donna entra in lacrime e subisce le ispezioni di rito per scontare la propria condanna. Una volta fuori da quelle mura Zoe Saldana, su una panchina davanti al Canale della Giudecca, pare smarrita, triste. pensando alla vicinanza delle altre detenute rimaste dentro, guarda un piccione martoriato sul selciato. “Una porta si apre, una si chiude”, commenta Marcela. Poi ricorda che il carcere ha un laboratorio di cosmetici, una lavanderia per l’esterno, una sartoria e l’altra detenuta annuisce.

“Cavallo bianco, raccogli i tuoi passi verso la libertà”

Una saletta spoglia raccoglie oltre venti piccoli quadri di Claire Tabouret: ritraggono bambini, adulti, in momenti quotidiani, sono familiari delle detenute che l’artista ha ripreso dalle foto. La tappa conclusiva si apre nella chiesa sconsacrata delle Convertite, a pianta quadrata e della prima metà del ‘500. Un ambiente maestoso che contrasta con la severità della prigione. Al soffitto Sonia Gomes ha appeso 34 lunghe corde multicolori.
“Hanno tessuti ispirati alla tradizione brasiliana e mostrano le diversità delle donne del mondo – spiega ancora Marcela – Sono colombiana e mi ci rivedo. Sono come occhi del mondo”. Si entusiasma o almeno si rallegra: “In ogni opera qui c’è una nostra foto, una poesia, è come se fossimo artiste”.
Per finire, a riprova di un carattere espansivo, del desiderio di superare con le parole queste mura, legge una sua poesia. Alcuni versi dicono: “Corri cavallo bianco / corri cavallo bianco dietro ai tuoi sogni / respira aria nuova / raccogli i tuoi passi verso la libertà / corri cavallo bianco / corri finché avrai fiato / corri finché avrai fiato”.  Il regolamento vieta di consegnare il testo ai visitatori. Marcela ha lanciato il suo messaggio in bottiglia.

Qualche informazione utile

Con i miei occhi” è stato curato da Chiara Parisi e Bruno Racine su invito del cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione della Santa Sede, Commissario del Padiglione, nonché intellettuale e poeta.

La casa di reclusione femminile della Giudecca è un carcere pertanto valgono precise norme di sicurezza. Per accedere al Padiglione della Santa Sede è obbligatorio prenotarsi almeno 48 ore prima tramite il sito di Coopculture (tel. 06/39967444). All’entrata dovrete lasciare i cellulari. Sono ammesse quattro visite al giorno (non tutti i giorni) per gruppi di 25 persone al massimo.

Clicca qui per l’articolo di Tiscali Cultura sulla Biennale d’arte 2024

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Clicca qui per il sito della Biennale d’arte 2024

 

 

 

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