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Anselm Kiefer, l’artista che indaga la tragedia della guerra e il pericolo del nazismo. Le foto

Una mostra a Palazzo Strozzi a Firenze e un libro-reportage di Vincenzo Trione propongono l’opera del pittore e scultore tedesco fra i drammi della Storia e i bagliori dell’arte

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

 

Artista magmatico, wagneriano, intriso nel sangue della Storia, coltissimo, altisonante, spirituale, tragico, sconcertante, magniloquente, corrosivo, monumentale. Vi pare abbastanza? Queste definizioni riteniamo possano adattarsi piuttosto bene ad Anselm Kiefer: pittore e scultore tedesco autore di dipinti enormi e di installazioni drammatiche sul senso della storia, dei miti, della letteratura e dell’arte, dopo una sua magnifica incursione con più opere a Palazzo Ducale a Venezia nel 2022 ha adesso altri riconoscimenti.

Il più spettacolare riconoscimento è la mostra nel quattrocentesco Palazzo Strozzi a Firenze “Angeli caduti, aperta dal 22 marzo al 2 luglio per le cure del direttore della Fondazione del palazzo, Arturo Galansino. Segue a ruota la galleria Lorcan O’ Neill di Roma, la quale ha concluso a inizio marzo una piccola e riuscita rassegna avviata a novembre 2023 intitolata “The Consciousness of Stones” con sette tele e una scultura create, o rivedute dall’artista dal 2021 all’anno scorso.

La rassegna fiorentina è più ambiziosa e complessa, come è doveroso che sia: raccoglie venticinque opere con un allestimento cui, insieme a Galansino, ha lavorato direttamente il pittore e scultore nato tra le macerie della Germania distrutta dalla guerra, nel 1945, a Donauschingen. Nel percorso una sala rivestita interamente di dipinti dai colori grumosi, accesi o cupi, con un grande specchio per riflettere le opere sulle pareti e sul soffitto e l’effetto di avvolgere chi entra in un mondo a sé, grumoso, dove nel buio risaltano lampi di luce, e che può ricordare la magistrale “Scuola di San Rocco” rivestita dai dipinti del Tintoretto a Venezia.

Il reportage di Trione tra i laboratori e le grotte in Francia

L’altro riconoscimento è il denso reportage artistico letterario di Vincenzo Trione, critico d’arte in grado affiancare alla chiarezza cristallina della scrittura una passione e una curiosità senza fine: il risultato è il libro pubblicato pochi mesi fa da Einaudi con il titolo “Prologo celeste” (376 pagine, 36 euro). È una sorta di reportage perché Trione si è inoltrato nel complesso e stratificato mondo creato da Kiefer sopra la terra e nel sottosuolo, a Barjac e Croissy, a una trentina di chilometri a nord di Parigi, in Francia. Lì l’artista ha costruito laboratori, musei, un anfiteatro, grotte, tunnel, ha innalzato sbilenche torri di cemento simili a quelle esposte permanentemente da Pirelli all’Hangar Bicocca a Milano. È come un libro di viaggio in un mondo a più strati dove convivono le macerie di un Inferno, di un Purgatorio, di un Paradiso, di una civiltà, di una storia spietata, che non lascia scampo e distrugge chi vuole dominarla.

Il critico: “Kiefer estrae le rovine di un’apocalisse”  

Lasciamo la parola a Trione perché, con poche pennellate, delinea di chi stiamo parlando: “Kiefer sembra aver agito come chi, in seguito a un lutto, si dedica a estrarre le rovine di un’apocalisse inflitta agli esseri umani, alludendo a una concezione del passato come un immenso cumulo di rovine sparpagliate e ammucchiate: detriti scaricati, che non possono essere ricomposti”. Una descrizione perfetta, potremmo anche fermarci qui. “Nell’esibire una furia sismica, le carte sembrano mimare le sedimentazioni della storia”, osserva il critico ricordando nelle sue pagine i numerosissimi rimandi a cui l’artista ricorre. Al filosofo Walter Benjamin, al poeta Rainer Maria Rilke, allo scrittore Milan Kundera, tanto per citarne alcuni e tralasciando miti, filosofi, la teologia e altro ancora.

© Anselm Kiefer, “Passaggi”, Barjac. Foto © Anselm Kiefer. Dal libro “Prologo celeste” di Vincenzo Trione, Einaudi editore

Opere nel palazzo che evocano la tragedia della guerra

Torniamo nel Palazzo Strozzi fiorentino. Ha raccontato Galansino alla conferenza stampa (senza Kiefer perché, ha detto, si è sentito male il giorno prima ed è tornato in treno in Francia) che loro due hanno iniziato a pensare alla mostra sette anni fa e che l’edificio dalla pura architettura rinascimentale di Michelozzo è uno degli edifici preferiti dell’artista. La qual nota può stupire un po’ perché Kiefer maneggia detriti, residui, non forme dalle linee rette e immacolate, sottopone le sue opere a trattamenti feroci, persino le radiazioni, cerca di affrontare la violenza e l’irrazionalità dell’uomo ammassando di tutto sulla sua pittura.

Non è un caso se nella presentazione pubblica tra tante parole sia risuonata spesso la parola “guerra”. Perché la mostra parla, purtroppo, anche dei nostri giorni, giorni di guerra in cui è inevitabile pensare all’Ucraina invasa dal dittatore russo Putin, a Gaza sotto attacco israeliano con oltre 30mila palestinesi uccisi e centinaia di migliaia di persone alla fame, all’orrenda strage del 7 ottobre compiuta da Hamas con omicidi a raffica, stupri, violenze sui bambini, decapitazioni e la volontà cinica di far guerra.

Orrore su orrore. La guerra si materializza nella prima sala espositiva al piano nobile del palazzo con l’opera “Luzifer (Lucifero)”, alta più di tre metri e lunga oltre sette e mezzo. Dal piano si leva un’ala d’aereo militare ed è facile pensare ai caccia dell’aviazione tedesca nella seconda guerra mondiale, se non confondesse volutamente le acque la scritta in ebraico sotto l’ala la quale significa “Michele”. L’arcangelo? Sì. La caduta degli angeli, l’inferno, il bene e il male, sono infatti filoni cari a Kiefer e lo dice fin da subito nel preludio nel cortile, con il dipinto “Engelssturz (Caduta dell’angelo)” il cui essere alato in volo su fondo oro è ispirato a un dipinto a Cadice in Spagna del pittore barocco Luca Giordano e nell’accumulo grumoso nella fascia sottostante balena qualche volto a testa in giù destinato, presumibilmente, a soffrire in eterno le pene dell’inferno per quanto commesso in vita.

Rimandi a Van Gogh e Raffaello

Luca Giordano non è il solo pittore evocato da un autore che riflette di continuo sulla storia artistica. Kiefer con Galansino hanno selezionato opere che rendono omaggi a più pittori. Tanto per far nomi, rimandano a Van Gogh i girasoli di più opere, una vasta tela cita fin nel titolo e nella composizione volutamente slabbrata la “Scuola di Atene” dipinta ad affresco da Raffaello nelle Stanze vaticane, un dipinto richiama il “pittore ignoto” come fosse il milite ignoto. Finché il percorso termina con la peggior tragedia del genere umano.

Kiefer mima il saluto nazista per scardinarne la vergogna  

L’ultima sala raccoglie quattro stampe fotografiche su carta montata su piombo del 2009, alte quattro metri, in cui l’artista riprende un gesto compiuto e documentato nel 1969 quando ancora studiava all’Accademia di belle arti di Karlsruhe: “Kiefer – scrive Galansino nel catalogo edito da Marsilio – si fa fotografare in diverse località tra Germania, Svizzera, Francia, Grecia e Italia, con indosso l’uniforme da ufficiale della Wehrmacht del padre, mentre emula con il braccio alzato il Sieg Heil, il ‘saluto alla vittoria’ dei raduni nazisti, un gesto vietato in Germania durante il processo di denaficazione”.

Cosa voleva provocare, con quella documentazione, l’artista da giovane e che oggi ripropone? Non voleva lasciar seppellire nel dimenticatoio quella vergogna, quella infamia collettiva, non vuole cancellare la macchia del nazismo dalle coscienze: vuole tenerla ben presente per serbare la memoria della guerra e dell’Olocausto. Se pensiamo che a Roma, poche settimane fa, ad Acca Larentia un migliaio di persone in camicia nera ha fatto il saluto fascista proclamandosi in coro “presente”, queste foto dovrebbero farci rabbrividire.

Clicca qui per la mostra a Palazzo Strozzi “Anselm Kiefer Angeli caduti”  

Clicca qui per la scheda Einaudi del libro “Prologo celeste” di Vincenzo Trione

Clicca qui per la mostra permanente all’Hangar Bicocca di Milano “Anselm Kiefer. I Sette Palazzi Celesti 2004-2015”

 

 

 

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

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