Amatrice e la sua gente dal terremoto del 2016 alla rinascita in corso: le foto di “TerraProject”

Nel borgo distrutto il 24 agosto di cinque anni fa e ad Accumoli una mostra documenta luoghi e persone. «Raccontiamo la resistenza degli abitanti», dice Giulia Ticozzi

Amatrice fu spazzata via, ridotta in macerie. Il 24 agosto 2016, lo ricorderete, un terremoto scosse il centro Italia appenninico tra reatino nel Lazio, Umbria meridionale, Marche centro-meridionali, Abruzzo. Erano le 3.36 di notte. Era il primo durissimo colpo di uno sciame sismico che ebbe repliche pesantissime il 26 e 30 ottobre, un’altra forte scossa arrivò il 18 gennaio 2017, lo stillicidio proseguì a lungo. I dati di quel 24 agosto: scala Richter 6.0, epicentro ad Accumoli, frazione del borgo che ha dato il nome al sugo all'amatriciana, 300 i morti di cui 235 nel Comune di Amatrice. Da un paio di anni, da quando il commissario straordinario per la ricostruzione del terremoto è Giovanni Legnini, nominato dal secondo governo Conte, il passo nel ricostruire i paesi del Cratere appennico è cambiato rispetto ai primi tre anni di stasi e lo si vede bene nella cittadina dove più cantieri sono avviati e talvolta anche terminati, come in un grosso condominio nuovo.

Amatrice ricorda  

Come è giusto e naturale il borgo non ha mai dimenticato le sue vittime né si è mai arreso: nella giornata proclamata lutto cittadino, il 24, si terrà una messa alle 11 nel campo di calcio “Paride Tilesi” con diretta su Rai1 dalle 11, mentre la veglia nella notte tra lunedì 23 e martedì 24 inizia alle una. Come l’anno scorso è senza fiaccolata per le misure anti-covid, con accesso scaglionato e comprensibilmente limitato a 600 persone, senza la stampa perché è “un momento di raccoglimento”. L’area è quella del Monumento alle Vittime del Terremoto, nel complesso Don Minozzi (clicca qui per il sito del Comune).

“Di semi e di pietre”. Le foto di TerraProject 

In un tempo in cui la memoria si brucia nel tempo rapidissimo della cronaca e i fatti finiscono nel dimenticatoio, qualcuno ha invece raccontato Amatrice, Accumoli e il territorio circostante fino alle Marche negli anni dal terremoto a oggi. È il collettivo di fotografi TerraProject (clicca qui per il link al loro sito) che ha inquadrato persone e cose dal 2016 a pochi mesi fa nel progetto diventato una mostra diffusa e aperta fino al 5 settembre in più luoghi di Amatrice e Accumoli,  “Di semi e di pietre. Viaggio nella rinascita di un territorio”.

Giulia Ticozzi: «Non è una fotografia “fast food”, crea legami»

I fotografi sono Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini, Rocco Rorandelli, coordina la mostra la photo-editor free lance e fotografa Giulia Ticozzi. Il lavoro iniziò così: Repubblica commissionò al collettivo un servizio fotografico al mese per un anno proprio per non fermarsi ai giorni della tragedia e poi passare ad altro come nulla fosse. Quel reportage a lunga gittata dalla durata di un anno si è esteso a cinque, con oltre cinquemila scatti che formano un robusto archivio e una memoria preziosa.

Ne parla, a nome di tutti, Giulia Ticozzi, 37enne: «Nel 2016 fummo ingaggiati dal quotidiano dove lavoravo come photo editor. Invece di un grande fotografo per un reportage abbiamo chiamato un collettivo che lavora con lo stesso linguaggio fotografico come un autore multiplo e unico. Per un anno i fotografi andavano sul territorio e già vedere le stagioni dice moltissimo sulle strategie per sopravvivere in una condizione così estrema. Poi hanno continuato in maniera indipendente nonostante non avessero più un finanziatore: questa non è una fotografia “fast food”, crea legami con le persone e i luoghi, crea relazioni».

La photo editor: «La resistenza di montagna delle persone» 

La mostra diventa così pure un gesto di scambio, fors’anche di riconoscenza dei fotografi verso le comunità, se il termine “riconoscenza” non sembrerà improprio. «È la summa di cinque anni di lavoro – prosegue Giulia Ticozzi – I protagonisti sono le persone, loro per prime devono conoscere e giudicare questo lavoro. Non vogliamo solo ricordare la dimensione tragica del sisma, vogliamo raccontare soprattutto il dopo e restituire in maniera positiva quanto accade». La photo editor e fotografa rimarca un problema che incideva ben prima del 2016: «L’Appennino centrale viveva già lo spopolamento, il sisma ha cancellato realtà già traballanti, che vivevano d’estate per le presenze nelle seconde case. Tante immagini di questo lavoro raccontano come la gente abbia provato ad esempio a creare start up come tre sorelle molto giovani di Accumoli che sono tornate e hanno aperto un’azienda di zafferano ed erbe. È quasi un atto politico. Non sono le uniche a compiere scelte analoghe: è una resistenza di montagna».

Il progetto ha avuto il finanziamento della Regione Lazio e la collaborazione di Lazio Crea. «Abbiamo lavorato bene sia con l’amministrazione regionale che con quelle comunali – dice ancora Giulia Ticozzi - Pensavamo quasi fosse un’azione superflua ma è sbagliato: proprio la cultura può essere veicolo per uno sviluppo di un altro tipo, infatti tantissimi abitanti vengono per vedere sé stessi e i vicini».

«Le pietre sono quelle montane, i semi le storie di chi resiste»

Un’ultima curiosità: il titolo “Di semi e di pietre” da dove viene? «Lo abbiamo pensato tutti insieme. Le pietre sono quelle del territorio montano, non solo le macerie. I semi sono le storie delle persone che resistono e germogliano», risponde la fotografa e photo editor.  Accompagnano le immagini i testi di giornalisti di Repubblica (Paolo G.Brera, Benedetta Perilli e Corrado Zunino e un podcast dell’ex direttore del quotidiano Mario Calabresi, di Chora Media